Il messaggio del Grande Pino
11 novembre 2008
Appena recuperate le forze col riposo della notte, il gruppo si mise in moto, per prima cosa, si divise. L'alfa e l'ithaeur si concentrarono a ritemprarsi dopo il faticoso rituale di guarigione, invoncando per la terza volta in quei giorni l'antico patto della caccia sacr. Una caccia breve e circoscritta, solo tre cacciatori lanciati a nutrirsi della preda, mentre nel cuore della foresta, l'irraka e l'elodoth rimasero a guardia del locus e del territorio da presenze umane. Nicolau nel frattempo si informò della sorte dei ragazzi: anche l'ultimo dei tre assistenti dell'archeologo non era riuscito a salvarsi dall'inspiegabile malattia, e la questione sarebbe passata alle autorità ufficiali.
Il problema di scoprire la malattia era ormai in mano agli umani, ma era tutto degli uratha il compito di scoprire chi, quella malattia, l'avesse portata. Dentro di loro erano certi che si trattasse di qualcosa di soprannaturale, e prima o poi avrebbero dovuto scoprirlo. Gli anshega avevano negato, né avevano effettivamente interesse a uccidere i ragazzi, una volta scoperta la tavoletta; e Veronica aveva detto, infine, che Marco Aurelio non era in grado di fare nulla del genere, anche se “ci dovrebbero essere alcun fratelli che si dice abbiano capacità del genere, che portano o trafficano con le malattie; si fanno chiamare Morbus”; un piccolo gruppo, quasi una famiglia. Ma la coincidenza che avrebbe portato altri vampiri a occuparsi delle stesse prede dei puri era eccessiva. Archiviarono il problema come una qualche maledizione della tavoletta, una piccola questione messa in ombra da tutti gli altri pensieri. Nicolau chiuse il cellulare raccomandando in mente sua le anime di quei poveri ragazzi a Dio, incappati in qualcosa che Egli ha voluto troppo più grande di loro.
I Lupi si radunarono alle rocce del locus. Toccandosi l'un l'altro, Ismael guidò il gruppo attraverso il guanto, lentamente, fino ad prendere consistenza spirituale nell'ombra del mondo. Mentre stavano ancora all'interno del guanto notarono, Gabriel e Nicolau prima degli altri, che qualcosa non andava, non andava affatto. Prendere consistenza sembrò diventare assurdamente lungo, e appena poterono iniziarono a muovere nervosi passi mentre cercavano con gli occhi e con il naso nel mondo spirituale. Ovunque guardassero, del Grande Pino non c'era traccia.
«Maledizione, ha abbandonato il locus!»
«Dopo l'ultima discussione, ha detto che non ci avrebbe più aiutato… e ha mantenuto la parola». Gabriel si concentrò sull'emanazione energetica delle pietre, e si rese conto che l'essenza di quel punto era stata già assorbita. “Da tutte le entità che senza un guardiano sono libere di banchettare al nostro locus. Dannazione!” «Come immaginavo, il locus è vuoto».
Pietro aveva saputo del litigio la notte prima, ma aveva sperato che il loro guardiano fosse meno arrabbiato di quanto gli avevano riferito. Invece, del grande spirito non c'era traccia. «Credo che a questo punto risolvere la questione del ristorante sia sempre più prioritario. Abbiamo continuato a rimandare, e queste ne sono le conseguenze. Non possiamo più tardare».
«Già, hai ragione. Peccato che la discarica di Malagrotta sia troppo pericolosa».
«Io propongo di portarcelo lo stesso, sarà lo spirito della discarica ad occuparsi di lui. Dopotutto nell'hisil vale la legge del più forte, non stiamo qui a fare da balia ad uno spirito».
«Cassio, abbiamo un patto con il Ristorante dell'Infestazione, lo sai. Non possiamo trasgredirlo».
«Un patto del cazzo, lasciatelo pure dire! Non ha senso promettere ad uno spirito che gli troverai un posto tranquillo in cui vivere». «Sì, questa volta Cassio ha ragione – intervenne l'elodoth – come potete aver stipulato un patto del genere? Ho giurato di dare agli spiriti ciò che gli è dovuto, ed anche se il patto è stato stipulato prima che facessi parte del branco, un dovere vostro è un dovere mio… ma lasciatemi dire che, questa volta, non ha senso».
Fu Ismael dal primo idioma del suo urshul a rispondere ai compagni. «Nicolau, Cassio, voi c'eravate?… No, appunto. Questo patto è stato fatto in un momento in cui era necessario. Eravamo di meno, e…»
Un piccolo spirito scoiattolo si avvicinò al branco, saltando da una parte all'altra come fosse uscito dal nulla. Ismael si interruppe per seguire l'intruso, dubbioso. Lo scoiattolo cercava loro, e gli portò un messaggio del suo padrone: «Il Grande Pino del Monito dei Vinti vi manda un messaggio. Da adesso non si occuperà più del vostro locus. Dice che è stato fin troppo buono, lui. Fareste bene a rispettare i patti, e fareste bene a farlo in fretta. Questo è tutto». Detto questo, si girò iniziando a saltar via per i rami degli alberi.
«Aspetta!» Lo scoiattolo si fermò fra un ramo e l'altro, girando la testa verso Gabriel. «Dì al tuo padrone che al più presto il patto sarà rispettato». Il messaggero si girò, come se nulla fosse, senza dire altro.
I tre generali
11 novembre 2008
Nell'hisil, i cinque del branco assunsero la forma urshul e scelsero la loro direzione. La spiaggia era lontana, si trattava di una lunga corsa per tratti di ombra ancora inesplorati; una strada da fare di corsa schivando i pericoli, ma probabilmente ne sarebbe valsa la pena.
Fin dai primi passi che avevano mosso insieme, gli uratha aveva combattuto per il territorio, conquistandolo palmo a palmo, avversario dopo avversario, imparando come mantenere e controllare delle terre in cui risuonavano ancora gli echi delle urla dell'idigam che ne era uscito dieci anni prima. I figli di Luna erano stati forgiati da quella corsa per la difesa di un terreno, forgiati dal sangue dei due compagni che per quelle battaglie avevano dato la vita. Quelli che erano rimasti, erano uniti da uno spirito di difesa, e di battaglia. Per questo, quello che sarebbe stato il loro totem doveva essere uno spirito di protezione, di unione e di territorio, e, infine, uno spirito di guerra.
I compagni si erano accordati nel cercare quello che più di ogni altro incarnasse il loro spirito e che nascesse direttamente dalle proprie terre. Edificio di difesa, di postazione di controllo e fortificazione di battaglia, la Torre era il simbolo e lo spirito di quanto i Forgiati dal Sangue sentivano li legasse fra loro.
Dopo alcune indagini, era la Torre Flavia ad essere risultata l'edificio di difesa con la storia più lunga, e particolare. Il solo fatto che una torre si erigesse alla fine di una lingua di terra verso il mare, ne faceva edificio di controllo ad ampio raggio, e spesso primo e unico baluardo di difesa contro le invasioni. La torre è ancora lì al suo posto, nonostante sia la seconda guerra mondiale l'abbia lasciata spaccata in due, in piedi noncurante a fare il suo lavoro di sempre, segno della forza spirituale di pietre che altrimenti sarebbero crollate già da molto tempo. Ma questo è solo l'ultimo episodio che una torre costruita in epoca romana, continuamente riadattata, armata, modificata, potrebbe raccontare.
Il riflesso spirituale della spiaggia era ampio, leggermente più scuro, il mare era una distesa di acque vive, come un mare sempre in tempesta che volesse protendere le sue dita verso l'aria sopra di lui. La sabbia era …serena, avrebbero detto: una delle rare cose nell'ombra il cui aspetto non sembrava una versione cupa e deforme della parte materiale. Tutto sommato, la baia di Ladispoli sembrava essere un luogo abbastanza ospitale. Il problema grosso è che, al limite della striscia di terra che la ospitava, non c'era alcuna traccia del riflesso spirituale della torre. “Almeno, avevamo ragione, non si tratta di uno spirito dormiente”.
Pietro, Gabriel e Cassio si incamminarono verso il posto dove sarebbe dovuta essere la torre, Ismael e Nicolau alla retroguardia come al solito. Avanzarono senza sentire alcun odore sospetto, senza nulla che li facesse bloccare, o sospettare qualcosa, fino al corrispettivo del centro della torre materiale; ma ai loro piedi nessuna traccia.
Poi fu un movimento impercettibile. Il misto di sabbia e terra su cui poggiavano i piedi sembrò muoversi, scivolare all'indietro, come mosso da un alito di vento che non c'era. L'ithaeur, e poi il rahu, si avvicinarono al movimento, mentre Pietro s'erigeva in dalu restando a distanza. «Veniamo in pace – gridò nell'aria – stiamo cercando lo spirito di Torre Flavia, e non abbiamo intenzioni violente». Si guardò in giro, sperando che qualcuno avesse recepito. In tutta risposta, accanto a lui la sabbia iniziò a muoversi, e lentamente una testa, e un collo, e dei capelli da cui scivolava continuamente sabbia salirono verso l'alto. Uno spirito spiaggia dalle fattezze di una ragazza si mostrò fino al busto.
«Voi siete i nuovi guardiani di questo territorio, vero?»
«Sì, siamo noi».
«Per fortuna, qui non c'è stato più nessuno da molto, molto tempo».
«Siamo in questo territorio da poco. – Nicolau si fece di scatto avanti e rispose allo spirito – Però, spiega cosa intendi dire?»
Quando l'elodoth si avvicinò, lo spirito spiaggia si fece per un attimo indietro, rientrando di qualche centimetro nella terra mentre studiava il nuovo venuto. «Voi… avete detto che stavate cercando lo spirito della torre, vero? Anche io lo sto cercando, lui era il guardiano di questo posto, e senza di lui le cose stanno peggiorando».
«Perché se ne è andato?» Pietro guardava lo spirito risalire, lento.
«Non lo so perché, ha partecipato alla guerra, era uno dei tre generali. Ma da quella guerra non è più tornato. Alcuni di noi sono andati a cercarlo, ma quelli che sono tornati indietro non hanno scoperto nulla. Poi, lentamente, non è andato più nessuno».
“Ancora la guerra contro l'idigam. Questa terra è segnata da quella guerra, profondamente, e molto più di quanto immaginassimo”. «Non pensi – continuò l'alfa – che magari è stato ucciso?»
«No, è vivo. Lo sento. E poi la torre è ancora in piedi, no?»
«E allora – fu il turno dell'ithaeur, di fare domande sullo spirito – forse se ne è andato da un'altra parte, semplicemente? Ma tu pensi di no…»
«No, infatti». Il tono della ragazza sembrava stupito. «Proteggere questo posto era il suo compito. Non se ne sarebbe mai andato da qui, lui».
Gli uratha si guardarono, uno con l'altro. Sembrava che la caccia fosse molto più difficile del previsto, ma nessuno per questo sembrava meno determinato. Ottimo. L'alfa riprese la parola. «Noi vogliamo cercarlo. Per favore, dicci di più su Torre Flavia, e su questi tre generali».
«Lo spirito della torre era uno dei tre spiriti che guidarono i branchi di lupi mannari nella guerra contro l'idigam. Forse già sapete che la guerra si svolse dieci anni fa. Da quelle battaglie, lo spirito non è più tornato.
«Lui era… è il braccio destro dello spirito di Ladispoli, l'ha sempre aiutato a controllare la città. Da quando è sparito, lo spirito di Ladispoli resta nascosto, e la sua influenza in queste zone è minima; e così la situazione sta inesorabilmente peggiorando, di anno in anno.
«Ho provato a cercarlo, ma niente. Io non mi sono spostata, ho mandato degli altri spiriti, ma non ho raccolto informazioni utili. Non vedevo l'ora che un nuovo gruppo di uratha si stabilisse nel territorio. Posso dirvi che uno degli altri generali è qui vicino, è lo spirito della Rocca di Cerveteri. L'altro dovrebbe essere nel bosco, è il Pino del Monito dei Vinti. Il Pino era il generale in comando, e la Torre il secondo. Da quanto ne so, la Rocca doveva essere il generale più forte nel combattimento, ed era sempre in prima linea con le truppe».
La notizia riuscì a lasciare senza parole tutti e cinque i Lupi. L'elodoth avrebbe voluto mordersi un labbro, ripensando a quando avesse detto pochi giorni prima, stizzito, al Grande Pino. Avevano sempre pensato a lui come a uno spirito potente, ma nei limiti del suo bosco. Scoprirlo alla guida di decine e decine di lupi mannari, all'attacco dell'idigam, lo stava mettendo sotto una luce completamente diversa. Gabriel e Ismael si guardarono per un attimo: stavano ripensando ai primi incontri con lui, al primitivo pensiero di “liberarsi di lui” ed a quanto adesso potesse sembrare follia. Addirittura, anche farlo arrabbiare ritardando la risoluzione di un patto in questo momento sembrava molto stupido.
Con l'assenza del Pino, sarebbe stato anche più difficile cercare il totem. Diventava necessario trovare un altro posto allo spirito ristorante, liberarlo, e portarcelo, che lui lo volesse o no. Avrebbero rispettato il patto, e l'avrebbero fatto quella sera stessa, se possibile. Continuarono a parlare di come comportarsi, e di dove sarebbe stato il caso di andare, per tutto il tragitto verso Cerveteri. Prima di tutto, infatti, sarebbero andati a parlare con il terzo generale.
La Rocca
11 novembre 2008
«So che mi stavate cercando».
Lo spirito della Rocca di Cerveteri, il terzo generale, li aveva fatti guidare fino nelle sue stanze. In fondo alla lunga sala, seduto su un trono, quello che li stava aspettando era uno spirito dalle sembianze quasi completamente umane, appena più grande ma proporzionato come un uomo, e quello che aveva addosso aveva la forma di paramenti militari che coprivano un'armatura dall'aspetto di un muro di mattoni.
«Ti stavamo cercando, infatti. Noi siamo i Forgiati dal Sangue, e siamo il nuovo branco di questo territorio». Di fronte al nuovo, potente spirito, l'elodoth aveva preso parola in rappresentanza di tutti loro.
«Ho saputo di voi; ma fino adesso non siete mai venuti qui in città. È la prima volta che vi vedo». Lo spirito si alzò in piedi, avvicinandosi al gruppo di Lupi.
«Stiamo cercando il suo compagno di battaglie, lo spirito della Torre Flavia».
Il generale li stava passando in rassegna uno ad uno, studiandoli, saggiandone, in qualche modo, la forza. Sembrava un capo che valutasse le forze delle proprie truppe per la battaglia. «Sì, eravamo in tre. Lo spirito della torre è disperso in guerra, dieci anni fa, mentre il Grande Pino del Monito dei Vinti si è ritirato dal campo, ed ha scelto di non combattere».
Non si trattava di un'armatura: quei mattoni sotto il vestito erano la pelle stessa del generale. Anche se aveva una forma a loro familiare, e un volto umano, c'era qualcosa di asurdamente strano nell'aspetto di quello spirito. Oltre alle parole, ai vestiti, alla sua stessa pelle, qualcosa nella carnagione, negli occhi freddi, e nell'atmosfera che lo circondava. Sembrava che fosse sempre pronto alla battaglia, che potesse iniziare correre verso le linee nemiche in testa ad un esercito l'istante successivo. Guardarlo sembrava di vedere l'aria limpida e fredda di un campo di battaglia pochi minuti prima dell'alba: pronta all'inferno che si sarebbe scatenato e allo stesso tempo distante, come se non dovesse accadere nulla.
«Ma la guerra è finita, no?»
«Il primo generale si è ritirato dalla battaglia quando è morto il suo branco. Illuso, la guerra non finisce mai».
«Giusto». Cassio rispose; una sola parola, che non sfuggì allo spirito. Si girò verso quel soldato enorme e possente, e sorrise un cenno d'assenso.
«Quindi – il portavoce riprese – il Grande Pino era il totem di un branco?»
«Non ha mai saputo dire di no, ha il cuore troppo tenero, si era fatto legare troppo facilmente. Ora, però, da quanto ne so rimane all'interno della sua foresta, e non ne esce più». Il ghigno sul volto dello spirito della Rocca era sprezzante.
“Politica”. A Pietro ritornarono in mente le parole del pino, quando si rifiutò di aiutarli ad attaccare lo spirito discarica, a Malagrotta. “È tanto tempo che ci sono accordi con altri spiriti, è qualcosa di simile se volete a quella che voi chiamate: Politica”. C'era qualcosa a che fare con tutto ciò? Il Grande Pino del Monito dei Vinti non era si muoveva più dal bosco, da dopo la guerra. E parlava di una specie di accordo fra grandi spiriti…
«E invece che fine ha fatto la Torre Flavia?»
«È sparito. Nessuno sa dove sia, e da allora lo spirito di Ladispoli si nasconde come un cane, e la sua città si sta degradando lentemente».
«Noi avremmo interesse a ritrovare lo spirito della torre, siamo quasi sicuri sia ancora vivo – azzardò il lupo prete – e qualsiasi informazione o aiuto potesse darci, noi siamo pronti a metterci al vostro servizio».
Il generale si voltò verso di lui «Potete andare». Il tono era perentorio.
«Cosa??» La voce di Nicolau era stupita, ma il volto degli altri dalu tradiva su tutti la stessa espressione. «Vorremmo sapere se è interessato a ritrovare il suo compagno di battaglie…»
«Senza dubbio. Oggi abbiamo fatto le presentazioni. La prossima volta, parleremo. Potete andare».
Il tono era più duro, questa volta, e non ammetteva repliche, che non arrivarono. Gli uratha si congedarono dal generale e nel silenzio tornarono fuori dal castello. Qualsiasi commento era lasciato a territorio neutrale. Quando erano arrivati, già dai primi passi nella città avevano avuto la sensazione di essere più osservati del solito, e nella piazza centrale erano stati avvicinati da spiriti organizzati a sapere cosa volessero. Fu poi uno di quegli stessi spiriti ad indicargli la strada per il generale. L'influenza dello spirito della Rocca si estendeva per tutta la città, e sembrava prendesse tutti gli spiriti che la abitavano. Gli uratha erano abituati al controllo del pino su buona parte del bosco, ma una città è decisamente più densa, caotica, e immaginarla tutta sotto lo stesso spirito era… difficile da pensare. Il branco uscì in silenzio, non disse una parola fino a quando non raggiunsero le pietre del locus, e non ripresero forma nel mondo materiale.
Verso Roma
11 novembre 2008
Il locus era ovviamente vuoto, e non se lo sarebbero aspettato altrimenti. Lo spirito della Rocca non aveva voluto altro che conoscere gli uratha, “fare le presentazioni”, e li aveva congedati senza dirgli nulla che li potesse aiutare. Non potevano più rimandare una soluzione per il Ristorante della Contaminazione. Il problema di dove metterlo era un problema secondario, ma andava affrontato. Di discorporarlo, o di ingannarlo, non se parlava neanche. Pietro sembrava determinato come Nicolau a tenere fede alla parola data, ed gli stessi Ismael e Gabriel non andava affatto di rompere un patto con uno spirito che loro stessi avevano stipulato. Cassio era l'unico a schierarsi contro il patto, perché un accordo del genere era del tutto a vantaggio dello spirito e solo svantaggio per il branco.
L'unico posto che conoscevano, Malagrotta, era abitata da uno spirito che sembrava decisamente potente, troppo per poterlo sfidare: anche se si fosse trattato di combattere fianco a fianco al ristorante stesso, lo spirito della discarica aveva probabilmente dalla sua parte tutto un suo coro spirituale. La discarica era anche un locus più potente di quanti ne avessero a loro disposizione, in un luogo che non sembrava rivendicato da nessun branco, e l'idea di metterci uno spirito di loro conoscenza era dura da scartare. Tuttavia, non era il momento giusto, né potevano perdere altro tempo. Così scelsero Roma. Dalle parti sud della capitale avevano individuato qualche deposito comunale che poteva fare al caso loro. Con un po' di fortuna sarebbero riusciti a trovare al ristorante un luogo abbastanza vicino al palazzo del vampiro, Marco Aurelio. Adesso sembravano in pace con il vampiro, ma iniziare a mettere pedine da quelle parti non sarebbe stato male.
Il piano era semplice: andare, scegliere, liberare.
La discarica di Roma
20 novembre 2008
Passarono accanto a tre depositi, con l'occhio di Gabriel che guardava oltre il guanto e studiava l'area nel suo riflesso spirituale. Due, dagli odori che sentirono, sembravano territorio di due gruppi di lupi mannari, ma il terzo sembrava libero. Non avrebbero avuto guai, probabilmente, l'unica cosa degna di nota oltre l'ombra era un covo di una qualche specie di animale spirituale.
Il passaggio che conoscevano, nel vicolo, vicino al palazzo di Marco Aurelio, era abbastanza vicino. Una corsa di venti minuti nell'hisil sarebbe bastata. Probabilmente gli altri branchi usavano qualche altro locus più vicino, ma un gruppo di Lupi nel proprio territorio può essere molto più pericoloso del mondo dell'ombra. Lasciarono la macchina e le moto poco distanti, si avviarono e si resero conto che il vicolo non era sgombro. Due uomini erano fermi da quelle parti, parlando del più e del meno. A vista non portavano armi, ma i vestiti erano abbastanza larghi da nasconderne senza problemi.
Gabriel e Cassio si avvicinarono. I due si girarono a guardarli e uno gli parlò con tono arrogante. «Ehi!, questo non è un bel posto, sapete? Credo sia meglio che ve ne andate».
«Andatevene voi, piuttosto». Il tono di Cassio non era intimidatorio, ma calmo, abbastanza da far innervosire i due. «Vi conviene».
«Ehi, ehi, ragazzi, sentite, questo non è un posto per farvi, cercatevi un altro vicolo. Hai capito?»
«No». Cassio sorrise. «Andateci voi da un'altra parte, noi vogliamo stare qui».
Il rahu e l'ithaeur, affiancati, erano abbastanza grossi da chiudere abbastanza la via d'uscita del vicolo. Continuavano ad avanzare, lentamente. Pietro a passi lunghi iniziò a muoversi verso di loro.
«Senti…» l'altro si fece avanti, verso Cassio. Non sembrava spaventato dalla minaccia, o questa l'aveva fatto scattare. «Senti brutto stronzo, il mio amico ti ha detto di andartene. Faresti bene a dagli retta, o ti presento l'amica mia». Si avvicinò fino a guardare i due metri e dieci di uomo dal basso, portando una mano dentro la tasca del giubbotto per far vedere il pezzo nascosto.
«Non mi fai paura. Però fra poco mi farai pena».
Anche l'altro fece un passo avanti. Gabriel si allargò d'istinto, tenendo le mani lontane dal corpo in segno di pace. Per combattere a lui non sarebbero servite armi, non questa volta. «Calma, non siamo qui per farvi male, è meglio che ve ne andiate».
L'altro infilò la mano sotto la giacca, a cercare la sua arma. Fu in quel momento che Pietro, facendosi largo fra le spalle dei compagni, fissò i due e lasciò la sua furia sovrannaturale uscisse fuori anche in forma umana. Come se avessero visto una delle forme aliene del lupo, i due furono assaliti da un panico senza logica, che gli saliva dagli angoli più selvaggi della mente. Accecati dalla paura, l'uomo che Pietro aveva guardato direttamente negli occhi scattò, infilandosi fra Gabriel e il muro, sbattendo al cassonetto e continuando a correre, l'altro estrasse la pistola per puntarla, tremante, verso il cahalith. Pietro fece una mossa di troppo, l'uomo lasciò partire un colpo, completamente fuori mira, ma fu sufficiente a far scattare rabbiosamente Pietro, che lo prese di impeto, disarmandolo e sbattendolo al muro.
Lasciato andare, anche il secondo uomo fuggì, lasciandoli liberi. Non visti da nessuno, lentamente i cinque passarono dall'altra parte.
A chiuderli nel vicolo, nell'hisil, uno spirito fluttuante, la testa era come una maschera di gesso che sotto il naso si frammentava in tanti pezzi fino a disintegrarsi. Non aveva bocca, ma frammenti di maschera. Gabriel gli scattò addosso in forma da battaglia, mentre gli altri Lupi furono assaliti da una sensazione, da qualcosa che li lasciò vuoti, chiusi. Scattarono oltre lo spirito e cominciarono a correre. Solo Cassio riuscì a fermarsi, girarsi, e tornare indietro ad aiutare Gabriel. La sensazione passò solo quando i due riuscirono a discorporare lo spirito.
Ai confini della discarica, la sensazione era di un posto tranquillo. Il covo sembrava vuoto, e non c'erano grossi spiriti che si muovevano nella zona. Sembrava ce ne fossero addirittura troppi pochi. Il branco si era fermato ai margini del deposito, ancora in forma urshul dopo la corsa, il fiato appena breve per la fatica, i sensi all'erta. Cercavano qualunque cosa ci fosse, chiunque volesse rivendicare quel posto come il proprio; si assicuravano che non ci fosse nulla, prima di iniziare il rituale di convocazione per il ristorante.
Fu l'ithaeur a scattare. Corse verso il centro della discarica, gridando solo «Fate blocco!» e un ululato di guerra. I compagni gli corsero dietro. Fecero appena a tempo a mettersi uno spalla all'altro, che fra il riflesso spirituale di ogni tipo di rifiuti spuntò un topo, saltando per mordere Gabriel. Poi un secondo, e un altro, e un altro. In pochi secondi il branco era circondato da decine di topi, sbucati da cunicoli nascosti dall'immondizia, che protendevano i loro denti verso di loro. Piccoli avversari, ma decisamente numerosi. Il gruppo continuò a colpire, mordere, combattere fino ed oltre la fine della forma da battaglia, incassando morsi da molti degli spiriti che li attaccarono. Piccole ferite, ma numerose. Quando tutti gli spiriti del covo erano stati sconfitti, il branco era stanco, provato dal combattimento.
Ira dello Spirito si mosse subito, iniziando a preparare il rituale per la convocazione dello spirito ristorante, mentre gli altri quattro urshul iniziarono a muoversi in cerchio, lentamente, pronti a proteggere il maestro dei rituali da qualsiasi pericolo. Gabriel non era affatto sicuro che il ristorante avrebbe acconsentito ad essere convocato così, affidandosi ciecamente a loro; ma tra non acconsentire e non volere c'era una bella differenza, e l'ithaeur non ne voleva sapere più delle conseguenze di quel patto. Mentre tracciava, lentamente, un cerchio abbastanza grande da contenere lo spirito ristorante, sentiva che non ci sarebbero stati problemi a concludere il rito. “Alla fine verrà. Non so quanto contento, ma oh, se verrà!”.
Il patto è concluso
25 novembre 2008
Lo spirito ristorante apparve, senza apparente sforzo per l'ithaeur esausto. La forma spirituale si materializzò davanti a loro, al centro dell'immenso cerchio, e quelle che erano i suoi strani occhi iniziarono a scrutare subito la zona, intorno a lui a 360 gradi, prima di parlare o di fare qualsiasi tipo di cenno. I Lupi restarono in attesa.
«Mi piace», disse, semplicemente. «Va bene, ritengo questo posto adatto, e con questo considero concluso il nostro patto». A quelle parole, Cassio digrignò i denti, gli sembrava quasi umiliante, ma si tenne per sé il suo attimo di rabbia. I tre membri più anziani, Ismael, Gabriel, e poi Pietro, sembravano più di tutto sollevati dall'essersi tolti finalmente un patto scomodo, sotto certi aspetti quasi disonorevole per un branco di uratha.
Nicolau, sempre più voce del branco fra gli spiriti, parlò. «Bene, spirito, allora come recita il nostro accordo, questa sarà la tua dimora, e non tornerai ad occupare il nostro territorio».
«Sì, come ho detto, mi piace, resterò qua».
«E, di quello che era il tuo discanto, se persistono a restare nel nostro territorio andranno incontro al loro destino».
«Fate ciò che è nel vostro istinto, non importa. Altri ne verranno».
La voce del prete si faceva gradatamente più determinata. Questa volta, finalmente, non si trovavano nella condizione di chiedere l'elemosina di uno spirito, o cercare di ritardare la chiusura di un patto. Avevano fatto quello che si erano presi in carico – avevano dato allo spirito ciò che gli era dovuto – e lo spirito ora avrebbe dovuto rispettare la sua parte. «Abbiamo liberato questo posto da una colonia di spiriti, prima di richiamarti. Là – l'lelodoth indicò l'angolo dove si trovava l'uscita del covo – ancora ci sono i resti del loro covo. Sai anche te che torneranno».
«Sì, non mi aspettavo un posto sgombro da spiriti, e non mi fanno paura. Nell'hisil il posto migliore è del più forte». Sorrise, sicuro della sua forza.
«A questo punto, ti propongo di continuare lo scambio fra noi, spirito». La voce dell'elodoth suonava adesso profonda, sicura del peso che avevano le sue parole. «Qui vicino c'è un locus, che ogni tanto potrebbe farci comodo usare anche se è lontano dal nostro territorio».
Il prete indicò, nei termini dell'hisil, la posizione e la distanza del locus. La facciata dell'edificio sembrava accigliata, cercando di prevedere le parole del Lupo. «Continua, uratha».
«Se tu riuscissi a farci da guardiano a quel posto, potresti prendere praticamente tutta l'essenza che genera, a noi interessa come punto di passaggio quelle poche volte che ci sarà necessario».
«Il locus che mi hai segnalato è lontano da qui; tutto sommato, però, è molto lontano anche dal vostro territorio. Per adesso devo capire come muovermi, qui dentro. Vedrò quello che posso fare; per ora non posso dirvi di più».
«Così sia, allora». Un leggero sorriso di soddisfazione si fece strada, nonostante tutto, fra i peli del suo viso di dalu. Dal patto concluso era riuscito a tirare fuori di più, ed era stato anche semplice più di quanto si aspettasse.
«Bene, spirito». Pietro si fece avanti, oltre il suo compagno, fin sotto quello che era l'ingresso dell'edificio nel lato mortale. La sua forma stava lentamente cambiando in quella di urshul, e dietro di lui anche gli altri compagni si prepararono alla corsa. «Il nostro accordo è concluso, finalmente. Ci rivedremo, presto, per adesso ti lasciamo al tuo nuovo territorio. Buona fortuna».
Detto ciò, non ci fu bisogno di altre parole. Dietro l'alfa, tutto il gruppo iniziò ad infilarsi fra i pericoli del mondo spirituale, sfiorando i pericoli, aggirando gli ostacoli, seminando i problemi, alla massima velocità verso il loro punto di contatto col loro mondo materiale.
giovedì 6 marzo 2008
mercoledì 5 marzo 2008
Figli e figliastri di Madre Luna
Secondo giorno
4 novembre 2008
L'aria fredda, di quei giorni che aspettano la primavera da vicino, di un freddo che porta già la promessa della stagione che si sta per aprire, si infilava nel loro pelo, mentre correvano fra gli alberi e fra i campi. All'interno del loro territorio, lungo quelle strade che con l'esperienza scoprivano essere praticamente prive di passaggio umano, dove anche l'odore dell'uomo era un odore remoto, avevano imparato che potevano spostarsi in qualsiasi ora della notte o del giorno.
Il branco di uratha si mosse verso la fonte nel bosco di Valcanneto, il locus più debole del territorio. Lo spirito del fiume, guardiano del lato oltre il guanto, avrebbe potuto essere un valido aiuto contro il branco di anshega; in fondo erano stati loro, poche settimane prima, ad attaccarlo per nutrirsi alla fonte di essenza.
Lo spirito del fiume aveva combattuto come poteva, ma alla fine era stato discorporato dai puri. Nel tempo la sua energia si era riaddensata in un corpus spirituale, ma ancora pensava di essere troppo debole per il combattimento, e che l'unico effetto che avrebbero avuto sarebbe stato quello di lasciare il locus libero per così tanto che qualcun'altro avrebbe potuto iniziare a riventicarlo. Non si sarebbe mosso; le sue parole furono così determinate che il branco neanche perse tempo a discutere. Gli accordi con gli spiriti sembravano portar loro più problemi che vantaggi, era meglio non insistere.
Pensarono che l'unico aiuto che potessero trovare potesse venire dai territori confinanti: nonostante non si potesse dire che ci fossero state ottime premesse né con i Lupi d'Ombra né con il Branco dei Laghi, avevano scambiato un accordo di reciproco aiuto, in caso di anshega nei loro confini. Persino il Branco delle Polveri, anche se dopo quello che era successo a Martina avesse chiuso ogni tipo di dialogo, non si sarebbe tirato indietro.
I Forgiati dal Sangue si riunirono attorno ai confini dei territori, ululando segnali di richiamo. Purtroppo, né il Branco dei Laghi, né i Lupi d'Ombra sembravano interessati ad accorrere ai loro richiami; gli ululati restarono senza risposta sia verso nord sia verso i monti, ad est. Il sole aveva già da tempo cominciato la sua discesa, ed i Forgiati dal Sangue non erano riusciti a trovare alcun aiuto per la situazione. Il fatto che nessuno avesse risposto ai loro richiami non era certo una rottura degli accordi, ma neanche deponeva a loro favore. Inoltre, la Visione e i suoi compagni avevano in sospeso informazioni su quello che stava succedendo con il traffico d'armi, ma erano giorni che non si erano preoccupati di farsi sentire. Con stizza, si decisero ad abbandonare la strada verso il Sasso, che segnava il confine dei loro territori, e percorrere di nuovo campi e boschi per andare a chiamare il gruppo a cui meno avrebbero voluto chiedere aiuto in quel momento: il Branco delle Polveri.
Arrivarono di nuovo al bosco di Valcanneto che già il cielo si stava facendo più scuro.
Gabriel scrutava il cielo, fra poco sarebbe stato il tramonto, e si sarebbero dovuti spostare al centro del bosco di Ceri, al rendez-vous coi puri. Non c'era molto tempo, e non erano disposti ad accettare che neanche questo branco rispondesse al loro richiamo, né che prendessero la cosa con calma.
«Io convoco il loro totem».
«Cosa?» Ismael era sbigottito, avrebbe giurato di aver capito male, se non avesse conosciuto ormai bene il suo compagno.
«Sì, non abbiamo il tempo di aspettare che rispondano, sempre che vogliano farlo. E sai quanto me che avrebbero tutte le ragioni per ignorarci, loro più degli altri».
«Sì, è vero. Ma non puoi, non puoi convocare il loro totem. Questo li farà incazzare parecchio. Ed a ragione».
Gabriel stava già iniziando a tracciare i segni del rituale, per una volta in forma umana e lontano dal suo locus. Ciononostante sembrava sicuro di riuscire a richiamare lo spirito. «Lo so, Ismael. Però è il modo più veloce per farli arrivare qui. Quando arrivano gli spiegheremo».
L'ithauer fu veloce ad eseguire il rituale, lo spirito pitbull comparve accanto a loro, senza opporre troppa resistenza… o forse senza fare lo sforzo di opporla. E, sapevano, non sarebbe passato molto prima che si presentasse il branco al completo. Ismael, Cassio, Gabriel e Nicolau si incamminarono fino all'ultimo passo prima del confine, mutando ciascuno nella propria forma, attendendo.
Non dovettero aspettare molto. Tre lupi uscirono fuori dal bosco al confine fra i territori. L'animale alla testa del gruppo superava di una taglia gli altri due; puntava dritto verso i Forgiati dal Sangue, seguendo le tracce del loro odore da dentro la boscaglia. Uscendo allo scoperto se li vide davanti, ma non per questo rallentò l'andatura. I suoi compagni assunsero la forma di urshul deviando verso Gabriel e Cassio, mentre lui si lanciò dritto verso Ismael, mutando nella forma da battaglia l'istante prima di portare il colpo.
Gabriel tentò appena di accennare una frase mentre si vide caricato dall'alfa del Branco delle Polveri, ma le parole furono tagliate a metà dall'impegno per schivare, e rispondere. Il grosso gauru portò uno, due colpi a segno. Gabriel e Cassio si limitavano a schivare i colpi, ma questo non sembrava far ragionare gli avversari. Poi, irruento come era iniziato l'attacco, l'alfa arretrò ritornando in forma dalu.
«NON OSATE, non osate mai più fare quello che avete fatto».
«Abbiamo fatto… ho fatto quello che ho fatto perché avevamo bisogno di contattarvi – Gabriel si avvicinò a lui – e dovevamo farlo in fretta».
Lo sguardo del rahu era duro e penetrante. «Non importa. Non fatelo mai più, o ve ne pentirete. Ora, avete accennato ai puri?»
«Sì, i puri sono nel nostro territorio».
«Dove sono?»
«Abbiamo un accordo. Hanno uno di noi come garanzia, ci hanno sorpreso quando eravamo più deboli, e non ci siamo potuto tirare indietro. Lo scambio è il nostro alfa per questo manufatto». Gabriel tirò fuori la zanna per mostrarla.
L'altro ithaeur, che fino a quel momento aveva mantenuto un silenzio cinereo, si destò dalla sua furia. «Che cos'è?»
«È un feticcio anshega, contiene uno spirito a loro fedele. Noi – in qualsiasi senso Gabriel volesse intendere quel “noi” – non siamo in grado di usarlo».
«E dal mio branco cosa volete?»
«Lo so che la situazione di Martina non si è ancora risolta, ma avevamo un accordo per i puri. Ci aspettiamo che lo rispettiate. Se venite nel nostro territorio, potete attaccarli non appena si allontanano».
«Se voi li spingete nel nostro territorio, ci penseremo noi. Di più non facciamo».
«Perché?» Il prete si sistemò il colletto, più stretto in forma dalu, mentre faceva sentire la sua voce. «Avete dato la vostra parola di aiuto».
«Sì, ma per come stanno le cose, non ci riguardano i problemi del vostro territorio. Il nostro aiuto consiste in questo: spingeteli nel nostro territorio e ci penseremo noi. Questo è quanto».
I suoi compagni conoscevano il proprio capo, e già stavano tornando alla forma di lupo con la quale erano arrivati. Gabriel si rivolse all'ithaeur. «Aspetta, una domanda: per annullare un feticcio, da quello che so l'unico modo è romperlo; è vero?»
«Sì».
Il colossale guerriero del Branco delle Polveri fece un passo indietro, continuando a guardare il branco confinante. «Avete altro da dire?»
«No. Aspettate però qui al confine – anche Ismael era tornato alla forma di lupo, e chiuse il discorso in nome dei compagni – i puri passeranno di qui, se possiamo farlo».
L'alfa fece un solo cenno, mentre già la sua statura diminuiva e i vestiti si fondevano al manto. I tre lupi scattarono, e sparirono poco dopo nella boscaglia, seguiti dal loro totem.
Ismael li seguì col naso e con lo sguardo fin quando fu possibile. «Questa volta li abbiamo fatti incazzare, Gabriel».
«Lo so, e me ne assumo tutta la responsabilità, ma avevamo bisogno di parlargli».
Cassio si avvicinò a loro «Beh, ora abbiamo altro a cui pensare. Cosa vogliamo fare con quei puri? Volete lasciargli il feticcio?»
«No, certo. Ma è più importante riavere il nostro alfa».
«Bene, andiamo, allora, e cerchiamo di ottenere il meglio. È ora». Quando l'ultimo di loro completò la forma di uran, Gabriel iniziò a muoversi verso il bosco, seguito dagli altri; solo Ismael si attardò un attimo, guardando il bosco lì dove poco prima aveva visto sparire i lupi. Non che si aspettasse qualcosa, ma lo aiutava a pensare.
Un'altra crepa si era allargata fra loro e il Branco delle Polveri, l'unico che, un tempo, avrebbero chiamato “alleati”. Con lo sguardo verso il loro territorio, si chiese come quello che avevano osato oggi avrebbe fatto sentire le sue conseguenze. Aveva imparato che in questa vita di rapporti di potere, ogni cosa era come una pedina che avrebbe avuto il suo peso.
Ma non era quello il momento. Luna era ormai padrona del cielo, e avevano altro da fare.
Agganciò la scia del loro odore, e partì di corsa verso i suoi compagni di battaglia.
Figli e figliastri di Madre Luna
4 novembre 2008 (Nesky)
Correvano i forgiati dal sangue, correvano verso l'epilogo qualunque esso fosse stato: che il sangue dei puri o il loro avesse permeato il terreno, se si fosse raggiunto un accordo o comunque si fosse conclusa quella maledetta notte, il capitolo puri sarebbe stato chiuso… o almeno questa era la loro speranza. Correvano quindi, alzando polvere con le zampe, polvere che si perdeva nel nero della notte, notte scura, notte senza la luna. Solo Ismael poteva scorgere il volto della loro furtiva madre, ed in cuor suo, tale celata presenza era estremo conforto. In Gabriel e in Nicolau invece, un insidioso pensiero strisciava malizioso nel cuore attraversando il loro spirito e avvelenando la loro stessa sicurezza: che fosse un caso o meno, i puri avevano scelto proprio la notte dove la loro madre era nascosta e cieca per suggellare il patto o arrivare allo scontro, ed il dubbio è un nemico contro il quale è ardua la vittoria. Solo Cassio correva apparentemente senza pensieri; il grosso muso da lupo tagliava l’aria fredda della notte che scompigliava i suoi peli, spettinando il suo muso ghignante pronto ad assaporare il sangue dei nemici.
Lo stormire delle foglie era l’unico suono nell’immobilità dell’aria. Tutto era immobile come a sottolineare la sacralità del momento. Il branco era fermo e l’unica cosa che avrebbe tradito la loro presenza, era il ritmico pulsare del sangue nelle loro vene. Il tempo stesso aveva smesso di scorrere. Ogni attimo era un’eternità, come un quadro immobile ed immutato nei secoli.
I sensi erano tesi come non lo erano mai stati, percepivano l’aria attorno a loro, percepivano ogni più piccolo animale. Si spandevano oltre quel bosco, oltre la città stessa, trascendevano la carne e l’hisil. Ogni fibra del loro essere era concentrata all’unico scopo di individuare una minima traccia… ed arrivò, magra ricompensa, inutile consolazione arrivò: l’odore.
Che sia per sfida, per orgoglio o per semplice sicurezza, i puri questa volta non persero tempo né energia per coprirlo. Con arroganza si sparse l’effulvio nero come la guerra per la foresta, annunciando come sfacciato araldo il loro arrivo. Mischiato con esso però v’era un’isola di sicurezza, una familiare essenza, che come uno specchio d’acqua calma in un mare in tempesta, porta sicurezza nei cuori dei naviganti, l’odore di Pietro. Esso portava però con se l’amaro sapore delle ferite, fisiche e spirituali, del tradimenti della loro compagna di branco.
Un ombra scese in una spirale, silenziosa come la morte, posando la regale figura su di un forte ramo, dominando dall’alto con la sua cornuta presenza.
Arrivarono.
In quell’attimo il tempo tornò a scorrere con tutta la solennità del momento, e nessuno sembrava volerlo profanare con le parole. Fu Ismael che, per primo, lacerò il silenzio ignorando i puri e chiedendo al suo alfa conferma di ciò che i suoi sensi avevano già percepito e disse:
«Pietro, come vanno le ferite»
con voce rassicurante l’alfa rispose
«Profonde, soprattutto nell’anima. Non sono guarite, ma nemmeno aggravate… mi hanno trattato bene».
Il branco fu sollevato da tali parole, ma non erano così folli da abbassare la guardia. Il momento di gioia si esaurì all’istante quando il più giovane dei tre parlò. Le sue parole furono taglienti come zanne ben affilate.
«Noi abbiamo rispettato la nostra parte del patto, ora sta a voi rispettare la vostra…»
Gabriel istintivamente, portò la mano al feticcio e lo estrasse. Guardò gli altri. Ismael, prudente come sempre fece cenno di attendere, Nicolau, che aveva sempre palesato il disprezzo totale verso i puri, fece un impercettibile segno di diniego con la testa e Cassio, stringendo i pugni e serrando i denti, accennò un rabbioso passo avanti, fermato solo da uno sguardo del proprio alfa.
Il giovane Toccato dal Fuoco, resosi conto dell’esitazione continuò la frase. «…Sono convinto di essere tra gente onorevole, e per questo è lungi da me l’idea di proferir minacce. Siamo venuti qui per riprenderci ciò che è nostro, ed ovviamente dopo avervi concesso una tregua per risanare il vostro corpo, ci aspettiamo un trattamento onorevole. Potrei uccidere il vostro alfa con un singolo colpo, è ferito, debole. Ripeto però che non sono qui per minacciarvi e mai farei qualche cosa di così disonorevole e, per altro, provo anche della simpatia per lui. Sono quindi convinto che voi non mi portereste mai a tal punto, e rispetterete il vostro patto, onorevolmente, consegnandoci la zanna».
Ci fu un attimo di silenzio. L’aria divenne più tesa che mai. Il cuore degli uratha era spaccato a metà tra la voglia di sbranare quei tre e l’orgoglio dell’onore.
Ismael fece un passo «noi siamo qui per trattare» disse. Nel branco puro ci fu una risposta immediata, ed il più grosso dei tre fece un passo avanti minaccioso e bramoso di assaporare sangue uratha. Per la prima volta l’alfa, “il più puro tra i puri”, parlò «Non farai un altro passo, né tu» indicando Ismael «né tu» squadrando l’anshega alla sua sinistra. Pietro fece un cenno. Entrambi si fermarono. Nicolau, investito da Luna stessa dall’arduo compito del mediatore disse: «Voi avete invaso il nostro territorio, per lungo tempo. Questo non possiamo tollerarlo».
«Vero, e di questo vi chiediamo perdono. Eravamo alla ricerca di quella nostra reliquia, e se ci fossimo presentati e vi avessimo chiesto il permesso, non ce lo avreste accordato. Per questo ci siamo introdotti di nascosto. Ma ora il nostro compito è finito, quindi non appena recuperato ciò che ci spetta di diritto, ce ne andremo di qui per non far più ritorno».
«E chi ci garantisce che voi non tornerete!» esclamò Gabriel «Due feticci facenti parte della stessa stregua sono entrati a contatto con noi, chi ci dice che non vi troveremo più tra i piedi? E poi come avete fatto a prendere la pelle di lupo?»
Il giovane rispose alacremente. «Che ce ne possa essere un secondo nella vostra area è un caso remoto»
«Ma non impossibile» replicò Ismael.
«No, non impossibile» aggiunse pronto l’anshega «ma se tra noi continuerà la tregua, nulla vieterà, nel caso remoto scoprissi un secondo feticcio nella vostro territorio, di chiedere il permesso della ricerca per non incorrere “nell’errore” fatto in quest’occasione».
Quel dannato bastardo era fottutamente bravo con le parole, penso l’elodoth.
«Per quanto riguarda il vampiro, poi, era troppo stupido per sapere con che forze stesse giocando. Voleva solo un locus per i suoi rituali senza senso. Ve ne era uno vicino al suo palazzo. Glielo abbiamo ripulito e segnalato. È bastato per farci donare il feticcio. Avreste potuto farlo anche voi… ma non lo avete fatto».
I forgiati dal sangue strinsero i pugni. Non riuscivano ad appellarsi a nulla. A tutti gli effetti nessuno era venuto meno ad alcun patto, ed in ogni modo si volesse vedere la cosa non riuscivano a soddisfare la loro sete di vendetta.
«Che ne è stato dell’archeologo?» chiese Nicolau.
«Quel disgraziato è morto d’infarto prima che ci potesse aiutare a trovare l’ubicazione della caverna. Per questo vi abbiamo seguito, ci siamo accorti che voi ne sapevate più di noi».
«E di Giulia? Ci avete detto che sapevate già che fosse un segugio funesto».
A queste parole gli occhi di Pietro divennero tristi e tanto dovette fare l’alfa per evitare che lacrime amare velassero il suo sguardo, che soprattutto in un occasione come quella sarebbe dovuta essere l’emblema dell’autorità.
«Vi ho già detto che vi tenevamo d’occhio. Ci eravamo resi conto che lei spesso abbandonava il branco per fraternizzare con le entità oscure».
«Entità oscure?» qui la curiosità di Gabriel prese il sopravvento.
«Si, spiriti immondi, creature di morte che farebbero rabbrividire anche il più sanguinario Zi’ir».
Per un attimo tutti tacquero.
Poi quasi di comune accordo i Forgiati dal Sangue proposero «Voi conoscete queste entità? Sembra di si, e a quanto pare conoscete bene anche i territori limitrofi al nostro. Quindi per riscattare la vostra invasione, dateci delle informazioni e noi terremo fede al nostro patto».
Il toccato dal fuoco guardò il suo alfa che assentì.
«E sia!» Il giovane disse loro ciò che sapeva sugli spiriti in questione e sui branchi confinanti. In special modo parlò dell’ingenuità del branco delle polveri, e delle trattative poco chiare che la visione faceva con spiriti dalla dubbia provenienza. Come ultimo gesto di onestà il toccato dal fuoco acconsentì a consegnare la tavoletta etrusca a Gabriel, che con riluttanza ma con onore alzò stringendo nel proprio pugno la zanna dicendo: «libera Pietro e potrai prenderla». Il branco puro sorrise. Con una spinta fece avanzare Pietro, nel mentre il gufo reale, silenzioso come sempre, calò su Gabriel, ghermendo con i suoi artigli la zanna e consegnandola al toccato dal fuoco.
«Bene» disse il ragazzo «Ora se volete cercherò di aprirvi gli occhi sulla realtà, prendetelo come un gesto di amicizia. Cercherò di spezzare le catene che vincolano i vostri polsi per rendervi liberi».
«Siamo curiosi!» esclamò Ismaele, mentre Nicolau incrociava le braccia pronto a sorbirsi quelle che per lui sarebbero state sicuramente una sequela di balle.
L'altra faccia di Madre Luna (Nesky)
4 novembre 2008
«Questa è una storia vera…
«Vi hanno mentito. Tutte le storie che vi hanno raccontato sulle nostre origini sono sostanzialmente vere, ma vi hanno taciuto delle parti importanti, e sono sicuro che dentro di voi si agiti qualche cosa che ve lo possa confermare. La maggior parte di voi vogliono ignorare quelle grida, ma se lasciate aperto il vostro cuore le sentirete urlare.
«V’era un tempo, in quel di Pangea, dove noi eravamo i massimi predatori, eravamo come di diritto in cima alla catena alimentare, e non v’erano spiriti, animali o uomini che non si inchinassero davanti a noi, e davanti al nostro vero alfa, Urfarah: Padre Lupo.
«Ma ci fu lei, quella puttana, nostra madre, Luna, che tradì. Vi hanno raccontato che scese bellissima e splendente, gioiosa, che si offrì, che offri il suo vero amore a nostro padre. Ma non vi hanno mai raccontato del vero aspetto, quello mutevole ed ingannevole. Persino sugli uomini Luna ha l’effetto di farli impazzire e ciò è risaputo anche tra i ciechi umani. Essa non era innamorata ma gelosa di nostro padre, della sua potenza. Scese e lo fece innamorare di lei e noi nascemmo. La nostra nascita contribuì al suo indebolimento, vero, ma non bastò per fiaccare il Guerriero che c’era in nostro padre. Luna però era paziente, attese il giusto momento e nel frattempo rimaneva come una sanguisuga appiccicata a noi e a nostro padre. Venne poi lo spirito della filatrice. Oh, se non ci fossimo stati noi, Urfarah l’avrebbe divorata, ma si era indebolito, e prima di darle il colpo di grazia lei riuscì ad inoculare il suo veleno che lo indebolì. Fiaccato dalla filatrice prima e dal signore delle pestilenze poi, Urfarah tornò a noi, e per il suo orgoglio di alfa non ci mostrò i segni del veleno e della malattia, che con il tempo sarebbe guarita. Luna se ne accorse e capì che era giunto il momento. Parlando con voce melliflua insinuò il dubbio ai suoi nove figli che ormai nostro padre era vecchio e debole e li aizzò contro il nostro vero alfa. Fu un’idea di quella puttana, non vostra. Solo tre dei nove figli capirono il tradimento ma non riuscirono a fermare gli altri sei. Padre lupo fu abbattuto. Luna così prese il suo posto finalmente trionfante. A conferma del fatto che non lo abbia mai veramente amato, è il fatto che non solo vi ha “perdonato” per aver ucciso il suo amante ma vi ha anche premiato per aver svolto così bene tale compito. Peccato che quel premio non fa altro che guidarvi a svolgere il suo volere e da allora voi lavorate per lei, giurate sul suo codice. Da allora lei tiene le catene e vi usa come cani addestrati. Parte di questa storia potete estorcerla anche ad alcuni dei saggi rinnegati, molti cahalith conoscono la verità così come ve l’ho raccontata sui combattimenti con la filatrice e con il signore delle pestilenze, solo… che è una verità scomoda. Io lo dico per farvi aprire gli occhi. So che non basta questo per convincervi, lo credo bene. Ma spero di aver almeno stuzzicato la vostra curiosità verso la verità. Approfondite e quando vi sarete convinti sarò felice di annoverarvi tra le nostre schiere, e combattere fianco a fianco per riprendere il posto che ci spetta in cima alla catena alimentare».
Il racconto fece rabbrividire gli uratha e dovettero frenarsi per non saltargli al collo quando l’anshega dette della puttana a Luna, loro madre.
Il veleno del dubbio però era ormai stato inoculato e tutti, nel loro intimo soffocarono l’intenzione di voler approfondire tale leggende.
Dopo di che come da accordi gli uratha si inoltrarono nel bosco per scortare gli anshega fuori dal loro territorio e tutti sparirono inghiottiti dalla notte.
Il Gufo Reale (Nesky)
11 novembre 2008
Arrivarono al confine con il branco delle polveri, dove l’Aurelia correva come un serpente d’asfalto, facendo da ponte sicuro tra territori rivali.
A poche decine di metri i puri si arrestarono. Qualcosa li aveva fermati. Il lupo rosso annusò l’aria, ed un primo ringhi sommesso uscì tra i denti serrati. Subito le labbra scoprirono i denti, feroci guerrieri dalle bianche armi, l’espressione di furia era inequivocabile.
Ismaele idovinò il motivo. Dall’altra parte del territorio oltre i loro confini, rispettando il malizioso accordo, Le Polveri attendevano nascosti.
Cercando di mantenere in piedi il sotterfugio anche lui si mise a ringhiare.
Bastarono solo poche occhiate per mettere d’accordo i branco puro. Il loro odore andò velocemente scemando fino ad assottigliarsi completamente e sparire. Il loro totem che li seguiva dall’alto del cielo stellato, scese leggero e dalle sue stesse ali calò una fitta nebbia. Quand’essa toccò terra, coperti alla vista e all’olfatto i puri si buttarono in una corsa pero la loro vita stessa.
In pochi istanti erano invisibili.
Le Polveri quando si resero conto uscirono allo scoperto e lanciando ululati di guerra, fecero tremare la terra stessa gettandosi all’assalto del branco puro.
L’odore ed il fragore della battaglia iniziò così a perdersi nell’orizzonte.
Tirare il fiato
11 novembre 2008
La eco degli ululati dei Branco delle Polveri si era allontanata fino a svanire nel silenzio, e nonostante tutto l’irraka continuava a fissare dritto davanti a sé gli alberi da dove era sfilata la nebbia, sembrava riuscisse a sentire ancora qualcosa, laggiù. I brevi scatti delle sue orecchie ed il movimento appena percettibile degli occhi erano l’unica cosa che tradiva la sua posizione di controllo. Solo lentamente, quando già gli altri compagni si erano ritirati ed erano tornati alla più comune forma ishu, mosse le zampe, tirandosi velocemente in posizione eretta e mostrando a Luna il suo volto umano.
«Voi sapevate tutto questo, vero? Sapevate che le Polveri li stavano aspettando al confine?» Non era una vera domanda. Pietro sembrava, più che irato, amareggiato dalla situazione. «Non avevamo detto, scusate, che se ne sarebbero andati via dal nostro territorio “in pace”?»
«Sì, certo, questo era l’accordo. Abbiamo parlato con il Branco delle Polveri prima del tramonto, e li abbiamo avvertiti della presenza dei puri, come d’accordo».
«Quindi, Gabriel, sapevate che li stavano aspettando, no?»
«Certo. Il Branco delle Polveri non aveva problemi ad attaccarli. E noi saremmo potuti andare oltre il confine ed aiutarli nella battaglia». Cassio serrò i pugni e digrignò i denti mostrando le zanne, sentendo la mancanza di una lotta che aveva già pregustato.
«Li avemmo sconfitti, Pietro».
«Non ci giurerei, Gabriel. Erano… grezzi. Il ragazzo, quello più gracile, è lupo mannaro da dieci anni. Noi da pochi mesi».
«Cosa?? – Ismael rimase sbigottito – Il ragazzo? Io… è quello che avevo individuato come il più debole del branco. No, forse non sarebbe stato uno scontro così facile».
«Già. Non in questo momento, almeno – anche lui, nonostante tutto, nonostante le ferite, aveva combattuto con l'istinto di lanciarsi all'attacco – e non in questo modo, soprattutto. Loro sono stati onorevoli, forse avrebbero potuto massacrarci, alla tomba, e noi gli abbiamo accordato l'uscita dal territorio. E poi che fate?»
«Pietro, quello non è il nostro territorio – Nicolau si fece avanti nel discorso – e quello che gli abbiamo promesso l’abbiamo mantenuto. Sono usciti indenni dai nostri confini, poi quel che succede fuori non è affar nostro». Il lupo prete guardò in fondo, verso i più lontani ululati del Branco delle Polveri. «Come stessi loro non hanno avuto alcun interesse a quello che sarebbe accaduto nel nostro». Era un “loro” molto vago, visto che l’astio nella voce del prete sembrava diretto a entrambi i branchi – uratha e anshega.
«Padre…» , ma l’alfa non completò la frase. Rimase a guardare i suoi compagni, e la notte stessa. Si ritrovavano dove si erano lasciati, a quanto pare: nulla veniva lasciato in sospeso. Uno per uno, tutti sembravano d’accordo che nello scortare i rivali in una via sicura verso le fauci dell’altro branco non ci fosse niente di così abbietto. Il cahalith si scoprì stanco, stanco nella parte umana del suo essere.
Le ferite inferte dalla sua ex-compagna di luna avevano lasciato segni profondi sul corpo, ma anche nello spirito; aveva passato giorni fianco a fianco agli anshega, e per quanto l’avessero rispettato, per quanto fossero stimolanti i racconti del ragazzo-predicatore, si trattava sempre di vivere coi suoi avversari, per di più ferito. E l’odio che l’alfa del branco ha continuato a manifestare per tutto il tempo era una presenza quasi palpabile. Quelle notti, s’era lasciato dietro i suoi guardiani salendo nel punto più alto che poteva raggiungere, e si era liberato di tutti i pensieri, la rabbia, i dubbi che lo opprimevano. I suoi compagni, le scelte di un’etica che era un misto di onore umano e ferina ferocia, un miscuglio esplosivo; i racconti del Marchiato dal Fuoco, quei dubbi, che nonostante tutto trovavano un appiglio per non svanire… Fece uscire tutto dalla sua voce, con forza, con tutto il fiato che aveva in corpo, lontano, libero come l’aria, l’ululato più ampio possibile.
Pietro non aveva voglia di combattere, ora, un’altra battaglia. Era tardi ormai, sentiva quella stanchezza che si sente quando uno sforzo, finalmente, si conclude. Riprendendosi dai suoi pensieri, tornò a guardare i suoi compagni; e, alla fine, il prete.
«Padre, questo non è né l’onore, nè la purezza in cui tanto eccelleva nostro Padre – saltò per un attimo ad incrociare altri sguardi, di Gabriel, e di Cassio – ma sembra, piuttosto, un discorso da avvocati. Gli avevamo garantito un’uscita tranquilla, ma li abbiamo portati in una trappola». Aspettò giusto l’attimo che qualcun’altro aprisse bocca.
«Ma…»
«Ma – tagliando col tono della voce qualsiasi obiezione – pare che la trappola non abbia funzionato, e sono stati più scaltri di noi. Bene così, abbiamo troppo a cui pensare, e questo chiude il discorso».
Li guardò, ma nessuno aveva nulla da dire. Avrebbe voluto che finisse lì, ma mancava ancora qualcosa che era meglio sbrigare subito.
«E se qualcuno ha qualcosa da dire, su quanto è successo ultimamente, è questo il momento migliore per dirlo».
«Sì. Certo». Ismael.
«Pietro, Gabriel, – entrambi si voltarono verso l’irraka, accigliati – non sta a me bloccare i vostri diverbi, e se volete scontrarvi, fatelo pure. Ma il branco viene prima di tutto, e uno scontro aperto nell’hisil è come minimo troppo rischioso. Se volete, scontratevi adesso, ma non quando è un pericolo per il gruppo.
«E questo, dovresti saperlo anche meglio di me, Pietro».
“Già. Ma…” L'alfa riprese fiato. «…ma alcune volte ci sono scontri che non possono essere rimandati. E sia, Ismael, era una situazione pericolosa; ma lo sapevamo sia io che Gabriel. Se arriviamo a scontrarci in un momento simile, vuol dire che forse è il caso che ci lasci stare». Guardò l’ithaeur, col suo silenzio sembrava condividere le parole del suo alfa. «Va bene, ma la prossima volta non osare interromperci. Bene?»
Fine. Non era una domanda che richiedesse una risposta. Nessun’altro aggiunse altro. Il discorso era chiuso. «Bene.» Poi la sua voce assunse tutto un altro tono. «Altro?»
La trappola tesa agli anshega aveva avuto l’ottimo effetto di permettergli di vedere un azione il loro gufo reale. Tutta la segretezza di quel branco era svelata, e se questo non la faceva perdere di potenza, toglieva un alone di mistero che era stato un vantaggio psicologico per il gruppo di puri. Una nota mentale di Gabriel fu quella di saperne di più dai luni – che ironia, quegli stessi luni che i puri rinnegano – su quello spirito totem, appena possibile.
Il branco di puri sembrava una cosa sola con i doni del suo totem, due elementi in sincronia, Lupi e spirito, fino a sembrare una cosa sola, per uno scopo solo. La mancanza di un totem per i Forgiati dal Sangue si faceva sentire come una ferita più fitta, quella notte. Oltre ad un vantaggio tattico, era un elemento di unione, un’anima comune che desse senso a tutto quello. La presenza di uno spirito guida, più che un accordo di convenienza, in giorni come quello sembrava essere una necessità del loro stesso sangue.
“Una necessità che non ha nessuna ragione nella leggenda di Padre Lupo”, pensava Pietro in un angolo della mente, una angolo pieno ancora di due giorni di racconti, parole, accesi discorsi; ma in fondo era solo un angolo. Avevano deciso che spirito avrebbero cercato, cacciato se necessario, accontentato, perché diventasse totem di tutti loro. Fino ad ora avevano permesso ai loro problemi di passare davanti a questa necessità, ma era il momento di cambiare. “Forse, forse stamo lentamente diventando dei Lupi Mannari”. Pietro sorrise.
Il giorno seguente, avrebbero corso per tutto l'hisil in cerca di uno spirito torre, cercando per la parte spirituale di tutti gli edifici, senza sapere ancora come avrebbe fatto, ma si sarebbero mossi. Solo dopo, avrebbero pensato a tutto il resto. Tuttavia, prima di tutto, anche prima del riposo, mancava una cosa. Presso le pietre del locus del bosco il cahalith ascoltava le parole del suo compagno sdraiato a terra, rilasciando le sue ultime energie, mentre Ira dello Spirito invocava preghiere agli spiriti della misericordia e della forza, avanti fino a quando entrambi gli uratha non furono esausti, corpo e spirito. Poi Pietro si rialzò dall'erba, godendo del corpo nuovamente sano. Toccò la spalla dell'amico, poi partirono a caccia.
Sul ventre del lupo che correva in testa due linee parallele, scavate da un unico artiglio, non erano guarite del tutto: una come artiglio sanguinario, per l'ammonimento di fare appello a tutte le proprie capacità e doni in ogni scontro, senza dare nulla per scontato; e una come cahalith, per aver scelto, fino all'ultimo, fino alla certezza, la salute di tutto il branco anche a rischio della propria vita.
4 novembre 2008
L'aria fredda, di quei giorni che aspettano la primavera da vicino, di un freddo che porta già la promessa della stagione che si sta per aprire, si infilava nel loro pelo, mentre correvano fra gli alberi e fra i campi. All'interno del loro territorio, lungo quelle strade che con l'esperienza scoprivano essere praticamente prive di passaggio umano, dove anche l'odore dell'uomo era un odore remoto, avevano imparato che potevano spostarsi in qualsiasi ora della notte o del giorno.
Il branco di uratha si mosse verso la fonte nel bosco di Valcanneto, il locus più debole del territorio. Lo spirito del fiume, guardiano del lato oltre il guanto, avrebbe potuto essere un valido aiuto contro il branco di anshega; in fondo erano stati loro, poche settimane prima, ad attaccarlo per nutrirsi alla fonte di essenza.
Lo spirito del fiume aveva combattuto come poteva, ma alla fine era stato discorporato dai puri. Nel tempo la sua energia si era riaddensata in un corpus spirituale, ma ancora pensava di essere troppo debole per il combattimento, e che l'unico effetto che avrebbero avuto sarebbe stato quello di lasciare il locus libero per così tanto che qualcun'altro avrebbe potuto iniziare a riventicarlo. Non si sarebbe mosso; le sue parole furono così determinate che il branco neanche perse tempo a discutere. Gli accordi con gli spiriti sembravano portar loro più problemi che vantaggi, era meglio non insistere.
Pensarono che l'unico aiuto che potessero trovare potesse venire dai territori confinanti: nonostante non si potesse dire che ci fossero state ottime premesse né con i Lupi d'Ombra né con il Branco dei Laghi, avevano scambiato un accordo di reciproco aiuto, in caso di anshega nei loro confini. Persino il Branco delle Polveri, anche se dopo quello che era successo a Martina avesse chiuso ogni tipo di dialogo, non si sarebbe tirato indietro.
I Forgiati dal Sangue si riunirono attorno ai confini dei territori, ululando segnali di richiamo. Purtroppo, né il Branco dei Laghi, né i Lupi d'Ombra sembravano interessati ad accorrere ai loro richiami; gli ululati restarono senza risposta sia verso nord sia verso i monti, ad est. Il sole aveva già da tempo cominciato la sua discesa, ed i Forgiati dal Sangue non erano riusciti a trovare alcun aiuto per la situazione. Il fatto che nessuno avesse risposto ai loro richiami non era certo una rottura degli accordi, ma neanche deponeva a loro favore. Inoltre, la Visione e i suoi compagni avevano in sospeso informazioni su quello che stava succedendo con il traffico d'armi, ma erano giorni che non si erano preoccupati di farsi sentire. Con stizza, si decisero ad abbandonare la strada verso il Sasso, che segnava il confine dei loro territori, e percorrere di nuovo campi e boschi per andare a chiamare il gruppo a cui meno avrebbero voluto chiedere aiuto in quel momento: il Branco delle Polveri.
Arrivarono di nuovo al bosco di Valcanneto che già il cielo si stava facendo più scuro.
Gabriel scrutava il cielo, fra poco sarebbe stato il tramonto, e si sarebbero dovuti spostare al centro del bosco di Ceri, al rendez-vous coi puri. Non c'era molto tempo, e non erano disposti ad accettare che neanche questo branco rispondesse al loro richiamo, né che prendessero la cosa con calma.
«Io convoco il loro totem».
«Cosa?» Ismael era sbigottito, avrebbe giurato di aver capito male, se non avesse conosciuto ormai bene il suo compagno.
«Sì, non abbiamo il tempo di aspettare che rispondano, sempre che vogliano farlo. E sai quanto me che avrebbero tutte le ragioni per ignorarci, loro più degli altri».
«Sì, è vero. Ma non puoi, non puoi convocare il loro totem. Questo li farà incazzare parecchio. Ed a ragione».
Gabriel stava già iniziando a tracciare i segni del rituale, per una volta in forma umana e lontano dal suo locus. Ciononostante sembrava sicuro di riuscire a richiamare lo spirito. «Lo so, Ismael. Però è il modo più veloce per farli arrivare qui. Quando arrivano gli spiegheremo».
L'ithauer fu veloce ad eseguire il rituale, lo spirito pitbull comparve accanto a loro, senza opporre troppa resistenza… o forse senza fare lo sforzo di opporla. E, sapevano, non sarebbe passato molto prima che si presentasse il branco al completo. Ismael, Cassio, Gabriel e Nicolau si incamminarono fino all'ultimo passo prima del confine, mutando ciascuno nella propria forma, attendendo.
Non dovettero aspettare molto. Tre lupi uscirono fuori dal bosco al confine fra i territori. L'animale alla testa del gruppo superava di una taglia gli altri due; puntava dritto verso i Forgiati dal Sangue, seguendo le tracce del loro odore da dentro la boscaglia. Uscendo allo scoperto se li vide davanti, ma non per questo rallentò l'andatura. I suoi compagni assunsero la forma di urshul deviando verso Gabriel e Cassio, mentre lui si lanciò dritto verso Ismael, mutando nella forma da battaglia l'istante prima di portare il colpo.
Gabriel tentò appena di accennare una frase mentre si vide caricato dall'alfa del Branco delle Polveri, ma le parole furono tagliate a metà dall'impegno per schivare, e rispondere. Il grosso gauru portò uno, due colpi a segno. Gabriel e Cassio si limitavano a schivare i colpi, ma questo non sembrava far ragionare gli avversari. Poi, irruento come era iniziato l'attacco, l'alfa arretrò ritornando in forma dalu.
«NON OSATE, non osate mai più fare quello che avete fatto».
«Abbiamo fatto… ho fatto quello che ho fatto perché avevamo bisogno di contattarvi – Gabriel si avvicinò a lui – e dovevamo farlo in fretta».
Lo sguardo del rahu era duro e penetrante. «Non importa. Non fatelo mai più, o ve ne pentirete. Ora, avete accennato ai puri?»
«Sì, i puri sono nel nostro territorio».
«Dove sono?»
«Abbiamo un accordo. Hanno uno di noi come garanzia, ci hanno sorpreso quando eravamo più deboli, e non ci siamo potuto tirare indietro. Lo scambio è il nostro alfa per questo manufatto». Gabriel tirò fuori la zanna per mostrarla.
L'altro ithaeur, che fino a quel momento aveva mantenuto un silenzio cinereo, si destò dalla sua furia. «Che cos'è?»
«È un feticcio anshega, contiene uno spirito a loro fedele. Noi – in qualsiasi senso Gabriel volesse intendere quel “noi” – non siamo in grado di usarlo».
«E dal mio branco cosa volete?»
«Lo so che la situazione di Martina non si è ancora risolta, ma avevamo un accordo per i puri. Ci aspettiamo che lo rispettiate. Se venite nel nostro territorio, potete attaccarli non appena si allontanano».
«Se voi li spingete nel nostro territorio, ci penseremo noi. Di più non facciamo».
«Perché?» Il prete si sistemò il colletto, più stretto in forma dalu, mentre faceva sentire la sua voce. «Avete dato la vostra parola di aiuto».
«Sì, ma per come stanno le cose, non ci riguardano i problemi del vostro territorio. Il nostro aiuto consiste in questo: spingeteli nel nostro territorio e ci penseremo noi. Questo è quanto».
I suoi compagni conoscevano il proprio capo, e già stavano tornando alla forma di lupo con la quale erano arrivati. Gabriel si rivolse all'ithaeur. «Aspetta, una domanda: per annullare un feticcio, da quello che so l'unico modo è romperlo; è vero?»
«Sì».
Il colossale guerriero del Branco delle Polveri fece un passo indietro, continuando a guardare il branco confinante. «Avete altro da dire?»
«No. Aspettate però qui al confine – anche Ismael era tornato alla forma di lupo, e chiuse il discorso in nome dei compagni – i puri passeranno di qui, se possiamo farlo».
L'alfa fece un solo cenno, mentre già la sua statura diminuiva e i vestiti si fondevano al manto. I tre lupi scattarono, e sparirono poco dopo nella boscaglia, seguiti dal loro totem.
Ismael li seguì col naso e con lo sguardo fin quando fu possibile. «Questa volta li abbiamo fatti incazzare, Gabriel».
«Lo so, e me ne assumo tutta la responsabilità, ma avevamo bisogno di parlargli».
Cassio si avvicinò a loro «Beh, ora abbiamo altro a cui pensare. Cosa vogliamo fare con quei puri? Volete lasciargli il feticcio?»
«No, certo. Ma è più importante riavere il nostro alfa».
«Bene, andiamo, allora, e cerchiamo di ottenere il meglio. È ora». Quando l'ultimo di loro completò la forma di uran, Gabriel iniziò a muoversi verso il bosco, seguito dagli altri; solo Ismael si attardò un attimo, guardando il bosco lì dove poco prima aveva visto sparire i lupi. Non che si aspettasse qualcosa, ma lo aiutava a pensare.
Un'altra crepa si era allargata fra loro e il Branco delle Polveri, l'unico che, un tempo, avrebbero chiamato “alleati”. Con lo sguardo verso il loro territorio, si chiese come quello che avevano osato oggi avrebbe fatto sentire le sue conseguenze. Aveva imparato che in questa vita di rapporti di potere, ogni cosa era come una pedina che avrebbe avuto il suo peso.
Ma non era quello il momento. Luna era ormai padrona del cielo, e avevano altro da fare.
Agganciò la scia del loro odore, e partì di corsa verso i suoi compagni di battaglia.
Figli e figliastri di Madre Luna
4 novembre 2008 (Nesky)
Correvano i forgiati dal sangue, correvano verso l'epilogo qualunque esso fosse stato: che il sangue dei puri o il loro avesse permeato il terreno, se si fosse raggiunto un accordo o comunque si fosse conclusa quella maledetta notte, il capitolo puri sarebbe stato chiuso… o almeno questa era la loro speranza. Correvano quindi, alzando polvere con le zampe, polvere che si perdeva nel nero della notte, notte scura, notte senza la luna. Solo Ismael poteva scorgere il volto della loro furtiva madre, ed in cuor suo, tale celata presenza era estremo conforto. In Gabriel e in Nicolau invece, un insidioso pensiero strisciava malizioso nel cuore attraversando il loro spirito e avvelenando la loro stessa sicurezza: che fosse un caso o meno, i puri avevano scelto proprio la notte dove la loro madre era nascosta e cieca per suggellare il patto o arrivare allo scontro, ed il dubbio è un nemico contro il quale è ardua la vittoria. Solo Cassio correva apparentemente senza pensieri; il grosso muso da lupo tagliava l’aria fredda della notte che scompigliava i suoi peli, spettinando il suo muso ghignante pronto ad assaporare il sangue dei nemici.
Lo stormire delle foglie era l’unico suono nell’immobilità dell’aria. Tutto era immobile come a sottolineare la sacralità del momento. Il branco era fermo e l’unica cosa che avrebbe tradito la loro presenza, era il ritmico pulsare del sangue nelle loro vene. Il tempo stesso aveva smesso di scorrere. Ogni attimo era un’eternità, come un quadro immobile ed immutato nei secoli.
I sensi erano tesi come non lo erano mai stati, percepivano l’aria attorno a loro, percepivano ogni più piccolo animale. Si spandevano oltre quel bosco, oltre la città stessa, trascendevano la carne e l’hisil. Ogni fibra del loro essere era concentrata all’unico scopo di individuare una minima traccia… ed arrivò, magra ricompensa, inutile consolazione arrivò: l’odore.
Che sia per sfida, per orgoglio o per semplice sicurezza, i puri questa volta non persero tempo né energia per coprirlo. Con arroganza si sparse l’effulvio nero come la guerra per la foresta, annunciando come sfacciato araldo il loro arrivo. Mischiato con esso però v’era un’isola di sicurezza, una familiare essenza, che come uno specchio d’acqua calma in un mare in tempesta, porta sicurezza nei cuori dei naviganti, l’odore di Pietro. Esso portava però con se l’amaro sapore delle ferite, fisiche e spirituali, del tradimenti della loro compagna di branco.
Un ombra scese in una spirale, silenziosa come la morte, posando la regale figura su di un forte ramo, dominando dall’alto con la sua cornuta presenza.
Arrivarono.
In quell’attimo il tempo tornò a scorrere con tutta la solennità del momento, e nessuno sembrava volerlo profanare con le parole. Fu Ismael che, per primo, lacerò il silenzio ignorando i puri e chiedendo al suo alfa conferma di ciò che i suoi sensi avevano già percepito e disse:
«Pietro, come vanno le ferite»
con voce rassicurante l’alfa rispose
«Profonde, soprattutto nell’anima. Non sono guarite, ma nemmeno aggravate… mi hanno trattato bene».
Il branco fu sollevato da tali parole, ma non erano così folli da abbassare la guardia. Il momento di gioia si esaurì all’istante quando il più giovane dei tre parlò. Le sue parole furono taglienti come zanne ben affilate.
«Noi abbiamo rispettato la nostra parte del patto, ora sta a voi rispettare la vostra…»
Gabriel istintivamente, portò la mano al feticcio e lo estrasse. Guardò gli altri. Ismael, prudente come sempre fece cenno di attendere, Nicolau, che aveva sempre palesato il disprezzo totale verso i puri, fece un impercettibile segno di diniego con la testa e Cassio, stringendo i pugni e serrando i denti, accennò un rabbioso passo avanti, fermato solo da uno sguardo del proprio alfa.
Il giovane Toccato dal Fuoco, resosi conto dell’esitazione continuò la frase. «…Sono convinto di essere tra gente onorevole, e per questo è lungi da me l’idea di proferir minacce. Siamo venuti qui per riprenderci ciò che è nostro, ed ovviamente dopo avervi concesso una tregua per risanare il vostro corpo, ci aspettiamo un trattamento onorevole. Potrei uccidere il vostro alfa con un singolo colpo, è ferito, debole. Ripeto però che non sono qui per minacciarvi e mai farei qualche cosa di così disonorevole e, per altro, provo anche della simpatia per lui. Sono quindi convinto che voi non mi portereste mai a tal punto, e rispetterete il vostro patto, onorevolmente, consegnandoci la zanna».
Ci fu un attimo di silenzio. L’aria divenne più tesa che mai. Il cuore degli uratha era spaccato a metà tra la voglia di sbranare quei tre e l’orgoglio dell’onore.
Ismael fece un passo «noi siamo qui per trattare» disse. Nel branco puro ci fu una risposta immediata, ed il più grosso dei tre fece un passo avanti minaccioso e bramoso di assaporare sangue uratha. Per la prima volta l’alfa, “il più puro tra i puri”, parlò «Non farai un altro passo, né tu» indicando Ismael «né tu» squadrando l’anshega alla sua sinistra. Pietro fece un cenno. Entrambi si fermarono. Nicolau, investito da Luna stessa dall’arduo compito del mediatore disse: «Voi avete invaso il nostro territorio, per lungo tempo. Questo non possiamo tollerarlo».
«Vero, e di questo vi chiediamo perdono. Eravamo alla ricerca di quella nostra reliquia, e se ci fossimo presentati e vi avessimo chiesto il permesso, non ce lo avreste accordato. Per questo ci siamo introdotti di nascosto. Ma ora il nostro compito è finito, quindi non appena recuperato ciò che ci spetta di diritto, ce ne andremo di qui per non far più ritorno».
«E chi ci garantisce che voi non tornerete!» esclamò Gabriel «Due feticci facenti parte della stessa stregua sono entrati a contatto con noi, chi ci dice che non vi troveremo più tra i piedi? E poi come avete fatto a prendere la pelle di lupo?»
Il giovane rispose alacremente. «Che ce ne possa essere un secondo nella vostra area è un caso remoto»
«Ma non impossibile» replicò Ismael.
«No, non impossibile» aggiunse pronto l’anshega «ma se tra noi continuerà la tregua, nulla vieterà, nel caso remoto scoprissi un secondo feticcio nella vostro territorio, di chiedere il permesso della ricerca per non incorrere “nell’errore” fatto in quest’occasione».
Quel dannato bastardo era fottutamente bravo con le parole, penso l’elodoth.
«Per quanto riguarda il vampiro, poi, era troppo stupido per sapere con che forze stesse giocando. Voleva solo un locus per i suoi rituali senza senso. Ve ne era uno vicino al suo palazzo. Glielo abbiamo ripulito e segnalato. È bastato per farci donare il feticcio. Avreste potuto farlo anche voi… ma non lo avete fatto».
I forgiati dal sangue strinsero i pugni. Non riuscivano ad appellarsi a nulla. A tutti gli effetti nessuno era venuto meno ad alcun patto, ed in ogni modo si volesse vedere la cosa non riuscivano a soddisfare la loro sete di vendetta.
«Che ne è stato dell’archeologo?» chiese Nicolau.
«Quel disgraziato è morto d’infarto prima che ci potesse aiutare a trovare l’ubicazione della caverna. Per questo vi abbiamo seguito, ci siamo accorti che voi ne sapevate più di noi».
«E di Giulia? Ci avete detto che sapevate già che fosse un segugio funesto».
A queste parole gli occhi di Pietro divennero tristi e tanto dovette fare l’alfa per evitare che lacrime amare velassero il suo sguardo, che soprattutto in un occasione come quella sarebbe dovuta essere l’emblema dell’autorità.
«Vi ho già detto che vi tenevamo d’occhio. Ci eravamo resi conto che lei spesso abbandonava il branco per fraternizzare con le entità oscure».
«Entità oscure?» qui la curiosità di Gabriel prese il sopravvento.
«Si, spiriti immondi, creature di morte che farebbero rabbrividire anche il più sanguinario Zi’ir».
Per un attimo tutti tacquero.
Poi quasi di comune accordo i Forgiati dal Sangue proposero «Voi conoscete queste entità? Sembra di si, e a quanto pare conoscete bene anche i territori limitrofi al nostro. Quindi per riscattare la vostra invasione, dateci delle informazioni e noi terremo fede al nostro patto».
Il toccato dal fuoco guardò il suo alfa che assentì.
«E sia!» Il giovane disse loro ciò che sapeva sugli spiriti in questione e sui branchi confinanti. In special modo parlò dell’ingenuità del branco delle polveri, e delle trattative poco chiare che la visione faceva con spiriti dalla dubbia provenienza. Come ultimo gesto di onestà il toccato dal fuoco acconsentì a consegnare la tavoletta etrusca a Gabriel, che con riluttanza ma con onore alzò stringendo nel proprio pugno la zanna dicendo: «libera Pietro e potrai prenderla». Il branco puro sorrise. Con una spinta fece avanzare Pietro, nel mentre il gufo reale, silenzioso come sempre, calò su Gabriel, ghermendo con i suoi artigli la zanna e consegnandola al toccato dal fuoco.
«Bene» disse il ragazzo «Ora se volete cercherò di aprirvi gli occhi sulla realtà, prendetelo come un gesto di amicizia. Cercherò di spezzare le catene che vincolano i vostri polsi per rendervi liberi».
«Siamo curiosi!» esclamò Ismaele, mentre Nicolau incrociava le braccia pronto a sorbirsi quelle che per lui sarebbero state sicuramente una sequela di balle.
L'altra faccia di Madre Luna (Nesky)
4 novembre 2008
«Questa è una storia vera…
«Vi hanno mentito. Tutte le storie che vi hanno raccontato sulle nostre origini sono sostanzialmente vere, ma vi hanno taciuto delle parti importanti, e sono sicuro che dentro di voi si agiti qualche cosa che ve lo possa confermare. La maggior parte di voi vogliono ignorare quelle grida, ma se lasciate aperto il vostro cuore le sentirete urlare.
«V’era un tempo, in quel di Pangea, dove noi eravamo i massimi predatori, eravamo come di diritto in cima alla catena alimentare, e non v’erano spiriti, animali o uomini che non si inchinassero davanti a noi, e davanti al nostro vero alfa, Urfarah: Padre Lupo.
«Ma ci fu lei, quella puttana, nostra madre, Luna, che tradì. Vi hanno raccontato che scese bellissima e splendente, gioiosa, che si offrì, che offri il suo vero amore a nostro padre. Ma non vi hanno mai raccontato del vero aspetto, quello mutevole ed ingannevole. Persino sugli uomini Luna ha l’effetto di farli impazzire e ciò è risaputo anche tra i ciechi umani. Essa non era innamorata ma gelosa di nostro padre, della sua potenza. Scese e lo fece innamorare di lei e noi nascemmo. La nostra nascita contribuì al suo indebolimento, vero, ma non bastò per fiaccare il Guerriero che c’era in nostro padre. Luna però era paziente, attese il giusto momento e nel frattempo rimaneva come una sanguisuga appiccicata a noi e a nostro padre. Venne poi lo spirito della filatrice. Oh, se non ci fossimo stati noi, Urfarah l’avrebbe divorata, ma si era indebolito, e prima di darle il colpo di grazia lei riuscì ad inoculare il suo veleno che lo indebolì. Fiaccato dalla filatrice prima e dal signore delle pestilenze poi, Urfarah tornò a noi, e per il suo orgoglio di alfa non ci mostrò i segni del veleno e della malattia, che con il tempo sarebbe guarita. Luna se ne accorse e capì che era giunto il momento. Parlando con voce melliflua insinuò il dubbio ai suoi nove figli che ormai nostro padre era vecchio e debole e li aizzò contro il nostro vero alfa. Fu un’idea di quella puttana, non vostra. Solo tre dei nove figli capirono il tradimento ma non riuscirono a fermare gli altri sei. Padre lupo fu abbattuto. Luna così prese il suo posto finalmente trionfante. A conferma del fatto che non lo abbia mai veramente amato, è il fatto che non solo vi ha “perdonato” per aver ucciso il suo amante ma vi ha anche premiato per aver svolto così bene tale compito. Peccato che quel premio non fa altro che guidarvi a svolgere il suo volere e da allora voi lavorate per lei, giurate sul suo codice. Da allora lei tiene le catene e vi usa come cani addestrati. Parte di questa storia potete estorcerla anche ad alcuni dei saggi rinnegati, molti cahalith conoscono la verità così come ve l’ho raccontata sui combattimenti con la filatrice e con il signore delle pestilenze, solo… che è una verità scomoda. Io lo dico per farvi aprire gli occhi. So che non basta questo per convincervi, lo credo bene. Ma spero di aver almeno stuzzicato la vostra curiosità verso la verità. Approfondite e quando vi sarete convinti sarò felice di annoverarvi tra le nostre schiere, e combattere fianco a fianco per riprendere il posto che ci spetta in cima alla catena alimentare».
Il racconto fece rabbrividire gli uratha e dovettero frenarsi per non saltargli al collo quando l’anshega dette della puttana a Luna, loro madre.
Il veleno del dubbio però era ormai stato inoculato e tutti, nel loro intimo soffocarono l’intenzione di voler approfondire tale leggende.
Dopo di che come da accordi gli uratha si inoltrarono nel bosco per scortare gli anshega fuori dal loro territorio e tutti sparirono inghiottiti dalla notte.
Il Gufo Reale (Nesky)
11 novembre 2008
Arrivarono al confine con il branco delle polveri, dove l’Aurelia correva come un serpente d’asfalto, facendo da ponte sicuro tra territori rivali.
A poche decine di metri i puri si arrestarono. Qualcosa li aveva fermati. Il lupo rosso annusò l’aria, ed un primo ringhi sommesso uscì tra i denti serrati. Subito le labbra scoprirono i denti, feroci guerrieri dalle bianche armi, l’espressione di furia era inequivocabile.
Ismaele idovinò il motivo. Dall’altra parte del territorio oltre i loro confini, rispettando il malizioso accordo, Le Polveri attendevano nascosti.
Cercando di mantenere in piedi il sotterfugio anche lui si mise a ringhiare.
Bastarono solo poche occhiate per mettere d’accordo i branco puro. Il loro odore andò velocemente scemando fino ad assottigliarsi completamente e sparire. Il loro totem che li seguiva dall’alto del cielo stellato, scese leggero e dalle sue stesse ali calò una fitta nebbia. Quand’essa toccò terra, coperti alla vista e all’olfatto i puri si buttarono in una corsa pero la loro vita stessa.
In pochi istanti erano invisibili.
Le Polveri quando si resero conto uscirono allo scoperto e lanciando ululati di guerra, fecero tremare la terra stessa gettandosi all’assalto del branco puro.
L’odore ed il fragore della battaglia iniziò così a perdersi nell’orizzonte.
Tirare il fiato
11 novembre 2008
La eco degli ululati dei Branco delle Polveri si era allontanata fino a svanire nel silenzio, e nonostante tutto l’irraka continuava a fissare dritto davanti a sé gli alberi da dove era sfilata la nebbia, sembrava riuscisse a sentire ancora qualcosa, laggiù. I brevi scatti delle sue orecchie ed il movimento appena percettibile degli occhi erano l’unica cosa che tradiva la sua posizione di controllo. Solo lentamente, quando già gli altri compagni si erano ritirati ed erano tornati alla più comune forma ishu, mosse le zampe, tirandosi velocemente in posizione eretta e mostrando a Luna il suo volto umano.
«Voi sapevate tutto questo, vero? Sapevate che le Polveri li stavano aspettando al confine?» Non era una vera domanda. Pietro sembrava, più che irato, amareggiato dalla situazione. «Non avevamo detto, scusate, che se ne sarebbero andati via dal nostro territorio “in pace”?»
«Sì, certo, questo era l’accordo. Abbiamo parlato con il Branco delle Polveri prima del tramonto, e li abbiamo avvertiti della presenza dei puri, come d’accordo».
«Quindi, Gabriel, sapevate che li stavano aspettando, no?»
«Certo. Il Branco delle Polveri non aveva problemi ad attaccarli. E noi saremmo potuti andare oltre il confine ed aiutarli nella battaglia». Cassio serrò i pugni e digrignò i denti mostrando le zanne, sentendo la mancanza di una lotta che aveva già pregustato.
«Li avemmo sconfitti, Pietro».
«Non ci giurerei, Gabriel. Erano… grezzi. Il ragazzo, quello più gracile, è lupo mannaro da dieci anni. Noi da pochi mesi».
«Cosa?? – Ismael rimase sbigottito – Il ragazzo? Io… è quello che avevo individuato come il più debole del branco. No, forse non sarebbe stato uno scontro così facile».
«Già. Non in questo momento, almeno – anche lui, nonostante tutto, nonostante le ferite, aveva combattuto con l'istinto di lanciarsi all'attacco – e non in questo modo, soprattutto. Loro sono stati onorevoli, forse avrebbero potuto massacrarci, alla tomba, e noi gli abbiamo accordato l'uscita dal territorio. E poi che fate?»
«Pietro, quello non è il nostro territorio – Nicolau si fece avanti nel discorso – e quello che gli abbiamo promesso l’abbiamo mantenuto. Sono usciti indenni dai nostri confini, poi quel che succede fuori non è affar nostro». Il lupo prete guardò in fondo, verso i più lontani ululati del Branco delle Polveri. «Come stessi loro non hanno avuto alcun interesse a quello che sarebbe accaduto nel nostro». Era un “loro” molto vago, visto che l’astio nella voce del prete sembrava diretto a entrambi i branchi – uratha e anshega.
«Padre…» , ma l’alfa non completò la frase. Rimase a guardare i suoi compagni, e la notte stessa. Si ritrovavano dove si erano lasciati, a quanto pare: nulla veniva lasciato in sospeso. Uno per uno, tutti sembravano d’accordo che nello scortare i rivali in una via sicura verso le fauci dell’altro branco non ci fosse niente di così abbietto. Il cahalith si scoprì stanco, stanco nella parte umana del suo essere.
Le ferite inferte dalla sua ex-compagna di luna avevano lasciato segni profondi sul corpo, ma anche nello spirito; aveva passato giorni fianco a fianco agli anshega, e per quanto l’avessero rispettato, per quanto fossero stimolanti i racconti del ragazzo-predicatore, si trattava sempre di vivere coi suoi avversari, per di più ferito. E l’odio che l’alfa del branco ha continuato a manifestare per tutto il tempo era una presenza quasi palpabile. Quelle notti, s’era lasciato dietro i suoi guardiani salendo nel punto più alto che poteva raggiungere, e si era liberato di tutti i pensieri, la rabbia, i dubbi che lo opprimevano. I suoi compagni, le scelte di un’etica che era un misto di onore umano e ferina ferocia, un miscuglio esplosivo; i racconti del Marchiato dal Fuoco, quei dubbi, che nonostante tutto trovavano un appiglio per non svanire… Fece uscire tutto dalla sua voce, con forza, con tutto il fiato che aveva in corpo, lontano, libero come l’aria, l’ululato più ampio possibile.
Pietro non aveva voglia di combattere, ora, un’altra battaglia. Era tardi ormai, sentiva quella stanchezza che si sente quando uno sforzo, finalmente, si conclude. Riprendendosi dai suoi pensieri, tornò a guardare i suoi compagni; e, alla fine, il prete.
«Padre, questo non è né l’onore, nè la purezza in cui tanto eccelleva nostro Padre – saltò per un attimo ad incrociare altri sguardi, di Gabriel, e di Cassio – ma sembra, piuttosto, un discorso da avvocati. Gli avevamo garantito un’uscita tranquilla, ma li abbiamo portati in una trappola». Aspettò giusto l’attimo che qualcun’altro aprisse bocca.
«Ma…»
«Ma – tagliando col tono della voce qualsiasi obiezione – pare che la trappola non abbia funzionato, e sono stati più scaltri di noi. Bene così, abbiamo troppo a cui pensare, e questo chiude il discorso».
Li guardò, ma nessuno aveva nulla da dire. Avrebbe voluto che finisse lì, ma mancava ancora qualcosa che era meglio sbrigare subito.
«E se qualcuno ha qualcosa da dire, su quanto è successo ultimamente, è questo il momento migliore per dirlo».
«Sì. Certo». Ismael.
«Pietro, Gabriel, – entrambi si voltarono verso l’irraka, accigliati – non sta a me bloccare i vostri diverbi, e se volete scontrarvi, fatelo pure. Ma il branco viene prima di tutto, e uno scontro aperto nell’hisil è come minimo troppo rischioso. Se volete, scontratevi adesso, ma non quando è un pericolo per il gruppo.
«E questo, dovresti saperlo anche meglio di me, Pietro».
“Già. Ma…” L'alfa riprese fiato. «…ma alcune volte ci sono scontri che non possono essere rimandati. E sia, Ismael, era una situazione pericolosa; ma lo sapevamo sia io che Gabriel. Se arriviamo a scontrarci in un momento simile, vuol dire che forse è il caso che ci lasci stare». Guardò l’ithaeur, col suo silenzio sembrava condividere le parole del suo alfa. «Va bene, ma la prossima volta non osare interromperci. Bene?»
Fine. Non era una domanda che richiedesse una risposta. Nessun’altro aggiunse altro. Il discorso era chiuso. «Bene.» Poi la sua voce assunse tutto un altro tono. «Altro?»
La trappola tesa agli anshega aveva avuto l’ottimo effetto di permettergli di vedere un azione il loro gufo reale. Tutta la segretezza di quel branco era svelata, e se questo non la faceva perdere di potenza, toglieva un alone di mistero che era stato un vantaggio psicologico per il gruppo di puri. Una nota mentale di Gabriel fu quella di saperne di più dai luni – che ironia, quegli stessi luni che i puri rinnegano – su quello spirito totem, appena possibile.
Il branco di puri sembrava una cosa sola con i doni del suo totem, due elementi in sincronia, Lupi e spirito, fino a sembrare una cosa sola, per uno scopo solo. La mancanza di un totem per i Forgiati dal Sangue si faceva sentire come una ferita più fitta, quella notte. Oltre ad un vantaggio tattico, era un elemento di unione, un’anima comune che desse senso a tutto quello. La presenza di uno spirito guida, più che un accordo di convenienza, in giorni come quello sembrava essere una necessità del loro stesso sangue.
“Una necessità che non ha nessuna ragione nella leggenda di Padre Lupo”, pensava Pietro in un angolo della mente, una angolo pieno ancora di due giorni di racconti, parole, accesi discorsi; ma in fondo era solo un angolo. Avevano deciso che spirito avrebbero cercato, cacciato se necessario, accontentato, perché diventasse totem di tutti loro. Fino ad ora avevano permesso ai loro problemi di passare davanti a questa necessità, ma era il momento di cambiare. “Forse, forse stamo lentamente diventando dei Lupi Mannari”. Pietro sorrise.
Il giorno seguente, avrebbero corso per tutto l'hisil in cerca di uno spirito torre, cercando per la parte spirituale di tutti gli edifici, senza sapere ancora come avrebbe fatto, ma si sarebbero mossi. Solo dopo, avrebbero pensato a tutto il resto. Tuttavia, prima di tutto, anche prima del riposo, mancava una cosa. Presso le pietre del locus del bosco il cahalith ascoltava le parole del suo compagno sdraiato a terra, rilasciando le sue ultime energie, mentre Ira dello Spirito invocava preghiere agli spiriti della misericordia e della forza, avanti fino a quando entrambi gli uratha non furono esausti, corpo e spirito. Poi Pietro si rialzò dall'erba, godendo del corpo nuovamente sano. Toccò la spalla dell'amico, poi partirono a caccia.
Sul ventre del lupo che correva in testa due linee parallele, scavate da un unico artiglio, non erano guarite del tutto: una come artiglio sanguinario, per l'ammonimento di fare appello a tutte le proprie capacità e doni in ogni scontro, senza dare nulla per scontato; e una come cahalith, per aver scelto, fino all'ultimo, fino alla certezza, la salute di tutto il branco anche a rischio della propria vita.
martedì 4 marzo 2008
Canto della seconda notte
Canto della seconda notte
4 novembre 2008
Il secondo giorno fu trascorso in riposo, e in pianificazione.
Si ritrovarono nello stesso posto della sera prima, a sentire le stesse parole, ad eseguire lo stesso rituale. Come prima cosa, fecero un patto spirituale e si nutrirono dell'essenza di uno spirito. Poi, rinvigoriti dalla lotta, dal sapore della vittoria e dall'essenza che ritornava a scorrere dentro di loro, era il momento della discussione.
Passarono la giornata a decidere, pensare, andarono a caccia per il bosco, assaporando il sangue delle prede. Di tanto in tanto arrivava loro l'odore dei puri portato dal vento, trascinato a loro da qualche parte all'interno del loro stesso bosco. Ora che non si preoccupavano di mascherare il proprio odore, era una traccia anche fin troppo chiara.
Mai avrebbero lasciato un oggetto in mano ai loro avversari, ma gli uratha si resero conto che non avrebbero rinunciato a tutto, e che c'era in gioco il loro onore, la parola di un accordo, e la vita di uno di loro. E poi, gli anshega erano arrivati in pace, ed era vero, avrebbero potuto ucciderli tutti nella tomba, e non l'avevano fatto. Forse… forse non sarebbe stato così grave lasciare che prendessero la loro reliquia?; ma questa, era una domanda per cui tutti avevano già da tempo imparato una risposta.
Fu di Gabriel il compito di scoprire cosa fosse la zanna, il feticcio, come avevano immaginato. Era uno spirito fedele ai puri, e Ira dello Spirito sentiva l'astio attraverso l'oggetto, per essere maneggiato dal gruppo di uratha. Riuscì a capire che serviva, in qualche modo, per la forma da combattimento. «Anche questo, come l'altro».
«Cosa?»
«Questo feticcio fa parte di un gruppo, Cassio. Quando non eri con noi, il vampiro ce ne offerse un altro, e ci disse che faceva parte di un gruppo. Ho provato ad usarlo – era il mantello che aveva addosso il puro – e mi aiutava a prolungare la furia che ci mantiene in forma gauru. Però, anche quello era abitato da uno spirito fedele agli anshega.
«Quello ero riuscito ad usarlo, ma con questo è troppo difficile».
Ismael si fece dare la zanna, e cominciò a studiarne la consistenza. «C'è modo di disattivarlo, a parte distruggendolo?»
«No, non che io sappia. E comunque, anche se ci fosse, se ne accorgerebbero».
«Quindi?» Cassio non sembrava avere la minima voglia di scendere a patti con i puri. Più di una volta aveva fatto capire che, fosse per lui, gli sarebbe saltato addosso senza troppe parole, rialzandosi solo con le zampe affondate sui loro corpi. «Volete davvero lasciarglielo?»
«No, certo». L'irraka era pensieroso. Forse c'era qualcosa a cui non pensavano. «Ma è una situazione difficile». Forse c'era qualcosa che gli sfuggiva?
Continuarono a parlare fino a sera, ricaricandosi dell'energia del locus mentre questa lentamente lo riempiva. Quando fu buio, Ismael guardò la luna, nera nel cielo, e sentì il bacio di Luna. Mise una mano sulle pietre, conducendo il branco oltre il guanto, a parlare con il loro guardiano del locus.
«Ho già fatto troppi favori a voi, branco di uratha, senza che voi mi deste niente per ripagare i miei sforzi. Abbiamo fatto un patto, e voi non lo avete rispettato, l'edificio inquinamento è ancora là, indisturbato, e gli alberi si stanno corrompendo. Fino a quando non avrete fatto quello che vi deve, non chiedetemi altro».
Queste furono le uniche parole del Grande Pino del Monito dei Vinti. A nulla valsero le richieste, arroganti sia benevolenti, dei membri del branco. Il patto che avevano fatto con il grande albero quando erano da poco su quel territorio, gravava ancora sulla loro schiena. Quando avevano disgregato le azlu, avevano scoperto il locus ed erano passati dall'altra parte, il Pino aveva accettato di difenderlo dal lato spirituale, ma aveva richiesto un favore che ancora non era stato esaudito. Le scuse, ed i problemi, non erano più sufficienti per la mancanza.
Restarono a guardare il Pino allontanarsi, prima di ritornare nel mondo materiale. Si sarebbero dovuti liberare del ristorante, nonostante il patto che li vicolava a lui. Avrebbero trovato il modo quando fossero nuovamente tutti riuniti, più in là.
Quella notte, mentre sfogavano i pensieri e sgranchivano le gambe correndo lungo l'odore della paura di una preda di carne, la voce del loro alfa, lontana, melodica. Era un alternanza di ululati decisi, determinati, e dubbiosi, un canto del cahalith che lasciava pochi appigli a chi avesse voluto pensare.
Un canto che poteva solo essere ascoltato, col cuore aperto e nessuna domanda.
4 novembre 2008
Il secondo giorno fu trascorso in riposo, e in pianificazione.
Si ritrovarono nello stesso posto della sera prima, a sentire le stesse parole, ad eseguire lo stesso rituale. Come prima cosa, fecero un patto spirituale e si nutrirono dell'essenza di uno spirito. Poi, rinvigoriti dalla lotta, dal sapore della vittoria e dall'essenza che ritornava a scorrere dentro di loro, era il momento della discussione.
Passarono la giornata a decidere, pensare, andarono a caccia per il bosco, assaporando il sangue delle prede. Di tanto in tanto arrivava loro l'odore dei puri portato dal vento, trascinato a loro da qualche parte all'interno del loro stesso bosco. Ora che non si preoccupavano di mascherare il proprio odore, era una traccia anche fin troppo chiara.
Mai avrebbero lasciato un oggetto in mano ai loro avversari, ma gli uratha si resero conto che non avrebbero rinunciato a tutto, e che c'era in gioco il loro onore, la parola di un accordo, e la vita di uno di loro. E poi, gli anshega erano arrivati in pace, ed era vero, avrebbero potuto ucciderli tutti nella tomba, e non l'avevano fatto. Forse… forse non sarebbe stato così grave lasciare che prendessero la loro reliquia?; ma questa, era una domanda per cui tutti avevano già da tempo imparato una risposta.
Fu di Gabriel il compito di scoprire cosa fosse la zanna, il feticcio, come avevano immaginato. Era uno spirito fedele ai puri, e Ira dello Spirito sentiva l'astio attraverso l'oggetto, per essere maneggiato dal gruppo di uratha. Riuscì a capire che serviva, in qualche modo, per la forma da combattimento. «Anche questo, come l'altro».
«Cosa?»
«Questo feticcio fa parte di un gruppo, Cassio. Quando non eri con noi, il vampiro ce ne offerse un altro, e ci disse che faceva parte di un gruppo. Ho provato ad usarlo – era il mantello che aveva addosso il puro – e mi aiutava a prolungare la furia che ci mantiene in forma gauru. Però, anche quello era abitato da uno spirito fedele agli anshega.
«Quello ero riuscito ad usarlo, ma con questo è troppo difficile».
Ismael si fece dare la zanna, e cominciò a studiarne la consistenza. «C'è modo di disattivarlo, a parte distruggendolo?»
«No, non che io sappia. E comunque, anche se ci fosse, se ne accorgerebbero».
«Quindi?» Cassio non sembrava avere la minima voglia di scendere a patti con i puri. Più di una volta aveva fatto capire che, fosse per lui, gli sarebbe saltato addosso senza troppe parole, rialzandosi solo con le zampe affondate sui loro corpi. «Volete davvero lasciarglielo?»
«No, certo». L'irraka era pensieroso. Forse c'era qualcosa a cui non pensavano. «Ma è una situazione difficile». Forse c'era qualcosa che gli sfuggiva?
Continuarono a parlare fino a sera, ricaricandosi dell'energia del locus mentre questa lentamente lo riempiva. Quando fu buio, Ismael guardò la luna, nera nel cielo, e sentì il bacio di Luna. Mise una mano sulle pietre, conducendo il branco oltre il guanto, a parlare con il loro guardiano del locus.
«Ho già fatto troppi favori a voi, branco di uratha, senza che voi mi deste niente per ripagare i miei sforzi. Abbiamo fatto un patto, e voi non lo avete rispettato, l'edificio inquinamento è ancora là, indisturbato, e gli alberi si stanno corrompendo. Fino a quando non avrete fatto quello che vi deve, non chiedetemi altro».
Queste furono le uniche parole del Grande Pino del Monito dei Vinti. A nulla valsero le richieste, arroganti sia benevolenti, dei membri del branco. Il patto che avevano fatto con il grande albero quando erano da poco su quel territorio, gravava ancora sulla loro schiena. Quando avevano disgregato le azlu, avevano scoperto il locus ed erano passati dall'altra parte, il Pino aveva accettato di difenderlo dal lato spirituale, ma aveva richiesto un favore che ancora non era stato esaudito. Le scuse, ed i problemi, non erano più sufficienti per la mancanza.
Restarono a guardare il Pino allontanarsi, prima di ritornare nel mondo materiale. Si sarebbero dovuti liberare del ristorante, nonostante il patto che li vicolava a lui. Avrebbero trovato il modo quando fossero nuovamente tutti riuniti, più in là.
Quella notte, mentre sfogavano i pensieri e sgranchivano le gambe correndo lungo l'odore della paura di una preda di carne, la voce del loro alfa, lontana, melodica. Era un alternanza di ululati decisi, determinati, e dubbiosi, un canto del cahalith che lasciava pochi appigli a chi avesse voluto pensare.
Un canto che poteva solo essere ascoltato, col cuore aperto e nessuna domanda.
Io sono;
(furia)
Uomo
(calma).
Lupo
(selvaggio)
Spirito.
Questa terra è il mio regno,
la sua ombra è il mio respiro.
(caccia)
(passione)
(libertà selvaggia)
(hisil)
(foreste)
(armonia)
Io sono tutto questo. Non sono altro.
Questo è il mio sangue. Questa è la sua voce.
(leggende)
Le voci, le mille voci,
(voci)
sono storie. Memorie.
(rocconti)
Parole.
Verità?
Il mio sangue, il mio pelo, mi dice quello che sono.
Il resto…
…ha davvero importanza?
(Padre)
(furia)
Uomo
(calma).
Lupo
(selvaggio)
Spirito.
Questa terra è il mio regno,
la sua ombra è il mio respiro.
(caccia)
(passione)
(libertà selvaggia)
(hisil)
(foreste)
(armonia)
Io sono tutto questo. Non sono altro.
Questo è il mio sangue. Questa è la sua voce.
(leggende)
Le voci, le mille voci,
(voci)
sono storie. Memorie.
(rocconti)
Parole.
Verità?
Il mio sangue, il mio pelo, mi dice quello che sono.
Il resto…
…ha davvero importanza?
(Padre)
lunedì 3 marzo 2008
La Cripta e il Sogno
Dietro l'odore dell'archeologo
21 ottobre 2008
Al risveglio il gruppo si riunì a raccontarsi il frutto delle ultime ricerche della notte, prima di decidere il da farsi. Ismael aveva ottenuto davvero poco, non era riuscito a sapere nulla sulle ricerche sui manufatti, non tenevano nessun tipo di appunto sul computer (e questo dava ancora più importanza ai fogli che erano scomparsi). Il prete, accompagnato da Giulia, lasciò il resto del gruppo al locus di Ceri per andare a sincerarsi delle condizioni dell'ultimo studente, e cercare di cavargli qualche informazione in più su quanto fosse successo. Giunti in ospedale, scoprirono che anche l'ultimo ragazzo iniziava a dare i primi lievi segni di debilitazioni, ed aveva lo sguardo di chi è sicuro di dover morire: il suo amico, che ventiquattr'ore prima stava bene, era praticamente dato per morto, ed i medici in una notte di ricerche non avevano fatto il minimo passo avanti; niente di strano che il ragazzo non avesse molte speranze.
Non avevano fatto scavi né ne avevano pianificati, quasi non avevano toccato il manufatto con le mani nude; non avevano incontrato nessuno, nessuno era entrato in casa appresso al loro professore, né lui lavorava con qualcuno. Nessuna traccia concreta, né alcun appiglio per individuare cause della malattia. Lungo la strada Nicolau e Giulia continuarono a chiedersi, se non c'erano spiriti o riti attorno alla loro casa, cosa potesse stare uccidendo i ragazzi, e che forse aveva ucciso già il professore.
Al locus, il branco cercò intanto di sciogliere alcuni dubbi. I luni assicurarono che la Divoratrice non aveva patti in corso, né aveva fatto patti da poco tempo con gruppi di anshega, ciò significava che la sparizione dello studioso proprio nel suo territorio restava un mistero. Se la malattia non era colpa di spiriti o di puri, poteva essere qualcosa di sconosciuto, e chi faceva riti di origine sconosciuta, forse vudù, se non Marco Aurelio e i suoi seguaci? Pietro prese il telefono e chiamò Sebastian.
«Hei, Sebastian, come va?»
«Ciao. Bene, ce ne siamo andati da quel posto, siamo lontani». La voce del rahu era sensibilmente sollevata.
«Mi fa piacere per voi. Neanche vi chiedo dove siate andati a finire, ma mi servono delle informazioni su Marco Aurelio».
Pietro era andato dritto al punto, questo a Sebastian non dispiacque. «Dimmi tutto».
Qui stanno succedendo cose strane, abbiamo persone che si ammalano, ma non riusciamo a trovarne la causa. Volevamo chiedere a Veronica cosa lei sapesse delle capacità del vampiro e del nero…»
«Guarda, come sai Veronica adesso dorme. Lei ne sa di più, ma mi ha detto che traffica in qualche modo con le malattie. Ma non so altro».
“Di nuovo lui, c'era da immaginarselo”. Avevano sempre di più a che fare col vampiro, questa cosa non era buona, ma avere una traccia della causa della malattia era un sollievo, e poter dare un'altra colpa al vampiro dava a Pietro una sottile gioia. «Bene. Ci risentiamo stanotte, quando Veronica sarà in piedi. Grazie, Sebastian». Pietro attaccò il telefono. «Gabriel, Ismael, potrebbe davvero essere il vampiro…». In un certo modo, sorrise.
Quando Giulia e Nicolau arrivarono, il resto del branco stava pianificando la prossima mossa, riassumendo un po' tutti i problemi da cui cercavano di uscire. Il lupo-prete mise il piede fuori dall'auto e fu subito oggetto degli sguardi interrogativi dei suoi compagni. L'abito talare nero sbatteva al vento contro lo sportello a cui si appoggiava. Senza, muoversi, parlò.
«Non sa quasi niente, quegli appunti erano suoi ma non sono riusciti a trovargli un significato. Sta male, ed è così spaventato che non riesce a pensare. L'unica cosa che sono riuscito a sapere è che il professore usciva spesso, sempre nella zona in cui è sparito, perché era convinto che ci fosse una tomba, lì da qualche parte».
Il bosco di Ceri risuonò ancora una volta alla voce di Ira-dello-Spirito. Un gruppo di lombrichi soffriva la propria piccola agonia nelle fiamme di una offerta rituale, e lentamente prese corpo, all'interno del cerchio tracciato nell'erba, uno spirito talpa. Lo spirito talpa avrebbe fatto ricerche per conto del branco nell'hisil, cercando quello che avrebbe dovuto essere il riflesso spirituale di una tomba sotterranea. Chiese cinque ore per cercare indizi sull'archeologo oltre il guanto, fino al tramonto; nel frattempo il branco avrebbe setacciato il terreno nel mondo materiale. Se da qualche parte c'era qualche traccia del professore, sarebbe uscita fuori.
I sei si lanciarono alla caccia, organizzati, in una spirale uscente dal punto della sparizione. Tuttavia l'unica cosa che trovarono fu la conferma di ciò che già sapevano. Tornarono al luogo dell'evocazione, sperando che almeno il loro piccolo emissario avesse scoperto qualcosa, ma la notizia fondamentale era destinata ad essere dove non si sarebbero aspettati: lo spirito talpa non tornò.
«È stato discorporato, sottoterra, da qualche parte nella zona della Divoratrice. E chi l'ha discorporato si chiama “Duellante Guardiano”». Quando Gabriel riferì quanto appena saputo dai Luni, la mossa successiva fu chiara a tutti: tornare nell'hisil, e tirare fuori allo spirito-ragno quel che sapeva.
Un gaffling per la Divoratrice
21 ottobre 2008
Le forme dalu e urshul dei Forgiati dal Sangue si avvicinarono allo spirito-ragno disponendosi pronti a qualsiasi mossa, pronti anche all'idea del combattimento. Non si aspettavano un attacco, ma lo spirito era abbastanza diverso da quanto incontrato fin'ora e non si sentivano sicuri di nulla. Le piccole formiche che circondavano la tana della loro signora si mossero coordinate per lasciare un'area libera, guidando il gruppo un passo dopo l'altro verso la Divoratrice. Il branco si strinse a cerchio, l'elodoth pronto a parlamentare, Gabriel e Pietro subito dietro.
«Salve Divoratrice. Veniamo nuovamente perché abbiamo bisogno di un'altra informazione».
Il grosso ragno si mosse, prendendo una posizione in cui poteva dominare con lo sguardo l'intero gruppo. «Di che cosa avete bisogno adessso… da mee?» sibilò con la sua voce sottile, fra il curioso e l'interessato.
«Conosci uno spirito chiamato il Duellante Guardiano? Sappiamo che si trova nel tuo territorio».
«Sssì, lo conosco». Le numerose bocche si muovevano alternate. «Sta… qui vicino».
L'elodoth fece un passo avanti. «Potresti indicarci dove si trova, vero? Qual'è questa volta il tuo prezzo?»
«Ssì… potrei indicarvelo… Il mio prezzo?… Questa volta è un piiiccolo Gaffling. Portatemelo… e vi indicherò la ssua taana».
«Sta bene».
I piccoli spiriti servitori cominciarono a muoversi per condurre di nuovo il gruppo di uratha. Il branco si lasciò di nuovo guidare dalle formiche. Fuori dalla radura della divoratrice, Cassio puntò la cupa foresta, pronto alla battaglia. «Bene. Dobbiamo trovare uno spirito. Portarglielo. Basta. Io sono pronto alla caccia – voltò il muso enorme verso il resto del branco – Voi?»
L'alfa era fermo, in piedi, ai confini della radura. Il suo tono fu drastico. «No».
«Come no?» Questa volta era Gabriel, al suo fianco, a parlare.
«Voi volete davvero cacciare uno spirito e consegnarlo ad essere divorato da quello spirito?»
«Certo», rispose Cassio.
«Sì», Gabriel.
«Quello è ciò che ha detto», Ismael.
«Io non ho nessun problema», puntualizzò l'elodoth.
Giulia rimase in silenzio, aspettando curiosa di sapere quali fossero i pensieri di Pietro. Lui se li guardò tutti. «Voi volete catturare uno spirito e consegnarlo, inerme, nelle mani di uno spirito?
«Non sono d'accordo». I pensieri continuavano ad affollarsi frenetici nella mente del Cahalith. Era di nuovo in diretto contrasto con il volere di tutto il branco, di tutto il Suo branco, gli uratha di cui avrebbe dovuto essere la guida. E per di più questa volta stava avvenendo nel territorio più pericoloso: l'hisil. «Tutto questo non è onorevole, non mi piace. Non mi piace affatto». Pietro parlava calmo, scandendo le poche parole al ritmo di tutti pensieri che gli affollavano la mente.
«Come non ti piace? Ci ha chiesto un gaffling,noi glielo portiamo. Non ci vedo niente di male».
«È questo il problema, Cassio. Non voglio cacciare uno spirito per darlo a morte certa». Confusi gli tornavano in mente i termini del Giuramento di Luna.
«Perché?» Anche Gabriel sembrava scettico.
«Non c'è nessuna battaglia, è una consegna alla morte, è… da…» “Carnefici”, avrebbe voluto dire. No, il Giuramento non sarebbe stato contrastato.
«E dunque?» Anche il prete si unì alle voci contrastanti. «Siamo lupi mannari non siamo le balie degli spiriti».
Si fece sentire anche il primo idioma dell'urshul di Ismael «Che succede Pietro? Cosa non va in questo?»
Già, che cosa c'era che non andava? Nulla del Giuramento era contro quello che la Divoratrice aveva chiesto loro, ma a Pietro continuava a non piacere per niente tutto ciò. Non c'era niente di epico, di glorioso o di puro nel consegnare la vita di un ostaggio, anche se lui per primo sapeva che la storia non è fatta solo di atti esemplari, e “belli”. Nessuno, dopo loro Padre, poteva permettersi di cacciare e dominare, per questo c'era il guanto.
Tuttavia, continuava a non piacergli. Non c'era morte nella lotta, non c'era nessuna possibilità di resa per il loro avversario. Anche se non era contro questo che Lupo Rosso aveva chiesto loro di giurare, qualcosa dentro di sé gli diceva che neanche da Artiglio Sanguinario la cosa gli piaceva. Cercò lo sguardo di Cassio, compagno di tribù, ma i suoi denti erano digrignati nel pregustare il sapore della preda, il suo sangue di rahu gli strappava la pazienza. Anche il terzo Artiglio, Giulia, la sorella d’auspicio, questa volta sembrava guardarlo incuriosita, divertita. Neanche Giulia riusciva a capire i dubbi che lo attanagliavano.
«Allora, andiamo?»
«No, Gabriel, andate voi». Prendere uno spirito ed usarlo come merce. No. «Io mi dissocio, questa volta».
«Non puoi dissociarti, sei il nostro alfa».
Ancora la storia dell'alfa. Che senso aveva, ormai? «Vuoi essere te l'alfa? Io non voglio quello che volete voi, non ha senso che io sia l'alfa». Pietro non aveva mosso un passo dal confine del territorio della Divoratrice. Piccole formiche spirito continuavano ad andare e venire anche fra i suoi piedi, come a raccogliere brandelli di parole oltre a brandelli di cibo.
«No, te sei l'alfa, sei tu che devi dirci cosa fare!»
«NO! Vuoi saperlo meglio di me cosa sia un alfa? L'alfa dev'essere l'anima del branco; e voi siete sempre in contrasto con le mie scelte. In questo senso, non c'è motivo perché sia io che vi debba comandare!»
Gabriel tornò indietro. Ismael intuì che qualcosa poteva accadere. Per tutto il tempo era rimasto attento all'area, non gli piaceva quella discussione, non in quel luogo. Nelle situazioni di pericolo il branco è compatto, e l'hisil è la terra dei pericoli; e se conosceva i suoi più vecchi compagni la discussione non si sarebbe spenta facilmente. Con un giro largo cominciò ad avvicinarsi ai due.
«Io non sono adatto ad essere l'alfa, sono troppo impulsivo; e Ismael è al contrario sempre troppo prudente – con gli occhi seguiva i movimenti dell'irraka – mentre te sei il giusto mezzo fra di noi. Non tirarti indietro».
Pietro si girò, con lo sguardo carico di dubbio, verso Ismael. «Non è questo il posto per litigare. Siamo ancora vicini alla Divoratrice».
«Lo so. E non importa». Uno spirito come moneta di scambio. Infilato a morte nella bocca di un altro. Non avrebbero torturato nessuno, ma il suo branco era pronto a consegnare la vita di qualcuno così tranquillamente. Certo, si trattava di uno spirito. “Lo farei con un uomo?” Loro erano tanto carne di uomo quanto spirito di lupo. Dovevano rispettare entrambe le nature.
“No, non lo farei con un uomo. Sono per metà uomo e per metà lupo, appartengoe e rispetto tutte e due le specie; è allo stesso modo che sono metà carne e metà spirito, creatura di entrambi i mondi”. «Voi volete consegnargli il gaffling che lei ha richiesto?» La domanda suonava definitiva. «Sì» rispose un coro di voci. “No”.
«Io vado a chiedere alla Divoratrice un altro pagamento».
Pietro fece per voltarsi, ma la mano di Gabriel era già sulla sua spalla. Un colpo, più di un gesto di stizza, partì all'istante verso Gabriel, ma come uno si aspettava di essere bloccato l'altro si aspettava il colpo, pronto a schivare. Più veloce di entrambi, una forma urshul si lanciò sull'alfa a dividere i due compagni prima che venissero alle mani. Ismael atterrò Pietro, che non fece nessun tipo di resistenza. «Non è con te che sto parlando, Ismael»
Anche Gabriel non voleva Ismael fra i piedi. Si avvicinò e accompagnò lontano l'urshul. I due si ritrovarono faccia a faccia, ma ormai i toni si erano spenti. Entrambi sapevano che si sarebbero preso riaccesi, ma non in quel luogo, e non in quel momento.
«Vado dalla Divoratrice. Che voi vogliate venire, o meno». Pietro aspettò la risposta di Gabriel, prima di girarsi.
«Se vai, non vai solo».
«Io vado, sei libero di seguirmi». Si girò e si incamminarono verso il centro della radura, seguiti a distanza da Nicolau e Ismael, mentre Giulia e Cassio continuavano ad aspettare anche solo una parola per cominciare la caccia.
La Divoratrice non volle altro, forse era divertita dalla scena, e probabilmente sapeva che non rischiava di perdere la sua preda. Il branco aveva tutti i motivi per fare quella caccia, e Pietro non aveva nulla, se non i suoi dubbi, per impedirlo. In quel momento i compagni gli sembrarono sempre più un branco di lupi senza scrupoli, a cui non si sentiva quasi di appartenere, e lontano da ogni sua ottica era fargli da guida.
«Se volete trovare la preda, andate. Io non partecipo a tutto ciò».
Il gruppo, dopo qualche dubbio, si lanciò alla caccia. L'unica cosa che avrebbe voluto era andarsene a fare una corsa sfrenata in un bosco ululando alla Luna, ma il branco era nell'hisil, e Pietro lo seguì questa volta per ultimo, pronto a lottare a fianco di tutti loro al primo pericolo. Era sempre il suo branco.
Discesa
21 ottobre 2008
Lo spirito serpente tentò di scappare appena Cassio mollò la presa con cui lo bloccava. Il corpo colpì la tela per scivolare via, ma non riuscì a strisciare. Per una serpe la tela di un ragno è una trappola ancora più mortale, dopo pochi scatti era completamente avvolta dalla tela, e lo spirito rassegnato al suo destino. La Divoratrice fece la prima mossa verso il suo cibo.
«Aspetta», intimò Gabriel, in testa al branco «prima di mangiarlo, rispetta i patti, e dicci dove si trova il Duellante Guardiano». Nicolau era in fondo, a leccarsi ancora le ferite, rimasto accanto all'alfa, in disparte. La piccola caccia non era andata liscia, e l'hisil aveva dimostrato ancora una volta la sua pericolosità anche nelle più piccole cose.
La preda scelta, un piccolo serpente isolato, era nascosto in un cespuglio, il branco l'aveva circondata tentando di bloccarla. Ma lo spirito era tenace, ed il suo morso, in un senso spirituale, velenoso. Il prete si era buttato nella mischia con gli altri, ma era rimasto troppo scoperto, aveva osato prendere sottogamba l'hisil, ed il serpente ne aveva fatto il suo bersaglio in un disperato tentativo di sopravvivere.
Nicolau guardava la preda contorcersi e poi fermarsi nella ragnatela, e sentiva ancora il segno delle ferite rigenerate, la puntura dei morsi della preda. Aveva sbagliato la lotta, era convinto della sua superiorità, il ruolo di dominatore dei due mondi da cui era stato investito da Dio avrebbe dovuto bastare. Lui, che aveva sempre pensato che persino con gli spiriti la chiave fosse il dialogo, si ritrovò nella testa il pensiero della forza fisica, il gusto di essere più forte.
Guardò PIetro, accanto a sé. L'alfa non aveva occhi per lui, ma guardava la scena, la sua faccia dalu non riusciva a mascherare il disprezzo per quello che stavano facendo. Si era opposto, poi li aveva lasciati fare. Guardava i membri del suo branco fare ciò che lui non avrebbe mai fatto, da solo. Forse non era l'alfa giusto, non era la persona per guidare il gruppo. Il capobranco non è una carica elettiva, è una questione di forza, ed era lì che Pietro aveva mollato.
Le formiche accanto a loro iniziarono di nuovo a muoversi. Un piccolo servitore, più grande dei suoi fratelli, si portò in testa al branco: la Divoratrice gli stava indicando la strada. Gabriel, Cassio, Ismael e Giulia seguirono il piccolo spirito. Pietro si rimise in moto, mutando lentamente in forma urshul. Il prete, con un occhio sempre alle proprie spalle, seguì gli altri per i pochi passi del loro viaggio. Si fermarono lì vicino, nei pressi della radura: così celato da sembrare invisibile c'era un ingresso nascosto, un cunicolo sotterraneo di cui non si vedeva la fine, tanto stretto che Cassio ci passava appena in forma di lupo.
Al di là di un cammino di cinque minuti dentro la terra, il cunicolo si allargò velocemente e una luce innaturale rischiarò la stanza dove arrivarono: era una cripta sotterranea. La parete alla loro destra era completamente ricoperta di simboli. Gli uratha si allargarono nella stanza, odorando l'aria e controllando la zona, disponendosi in un'istintiva formazione di difesa. Nessun segno del Duellante Guardiano.
La parete era piena di raffigurazioni, persone, lupi mannari, qualcosa che non era né uno né l'altro, in uno stile che cambiava gradatamente. Da simboli che ricordavano molto le rappresentazioni etrusche del vaso, a segni che avrebbero detto essere molto più moderni. L'uran di Pietro era rimasto però immobile, al punto in cui era arrivato.
«Questo». Non disse altro. Quello era il posto che aveva sognato, lì o avrebbero pugnalato e la sua Giulia sarebbe morta, e degli altri non ci sarebbe stata traccia. Un brivido gli correva sulla schiena accapponandogli i peli. La voce di Ismel lo strappò a quella sensazione.
«Sì, questo è il posto che ho sognato, è qui che sarò pugnalato».
Giulia non sembrò neanche ascoltare quello che diceva il suo alfa, il muso era quasi schiacciato a leggere quello che i simboli sembravano dire. E da come muoveva le dita, sembrava riuscire in qualche modo a decifrarli. Pietro di quei simboli non capiva molto, e una manciata di mesi in più da lupo mannaro non sembravano abbastanza. Sentì una fitta d'orgoglio che lo ristabilì del tutto dallo shock di vedere, per la prima volta, un elemento del suo sogno così vividamente concreto.
«Io e Giulia controlliamo questi segni, voi fate attenzione a noi e a tutto. Ismael?»
«Qui sembra sicuro».
«Bene, allora salite, l'attacco dei Puri, o di chiunque altro, può arrivare solo da sopra. Qui restiamo noi due, e un terzo che ci guarda le spalle in silenzio».
«Resteremo vicino al cunicolo, qualsiasi problema, ululate».
Detto ciò, l'ithaeur, con l'elodoth e il rahu iniziarono a risalire il cunicolo, mentre l'irraka faceva da guardiano silenzioso ai due cahalith.
Cunicolo
28 ottobre 2008
“Di certo non la via più facile da percorrere in caso di percolo”.
Ismael correva per il cunicolo, verso i suoi compagni all'aria aperta. Il respiro affannato trascinava forte l'odore della terra fresca, così vivido e concreto. Era incredibile quanto l'hisil potesse essere alieno e familiare allo stesso tempo. Saliva per chiamare qualcuno che aiutasse i cahalith a sbloccare la porta. Secondo Giulia servivano più uratha, e Pietro l'aveva mandato, di fretta. a chiamare qualcuno e lasciare una guardia. Si stavano inabissando nella situazione del sogno, e non sembrava piacergli per niente; d'altronde era la stessa sensazione che aveva Ismael.
L'ululato di aiuto di Giulia lo raggiunse appena un attimo precedente a quello di Pietro. Puntò un piede e cambiò direzione di scatto, ululando nella discesa. I primi bagliori di luce che già vedeva si fecero subito buio e spinse il muso nell'oscurità.
Giulia
28 ottobre 2008
Giulia e Pietro erano lontani, stremati dalla lotta, sanguinanti. Non smisero di guardarsi neanche quando il resto del branco li raggiunse. Erano entrambi in forma completamente umana. La parete dietro i simboli si era leggermente scostata, rivelandosi come un portale di grosse dimensioni. Pietro era coperto di ferite, ancora sanguinanti, un ginocchio a terra, la mano tentava di tamponare un buco profondo che non voleva richiudersi al braccio destro; sembrava avere difficoltà ancora a rimettersi stabilmente in piedi. Giulia se l'era cavata con una profonda artigliata che la segnava dalla vita fino alla spalla.
Soprattutto, non c'era traccia di avversari da nessuna parte.
«Fermatelo, è impazzito!» Giulia gridò, indicando il compagno ferito.
«No, è stata lei, mi ha attaccato, le è successo… qualcosa». Non finì quasi di parlare che Gabriel gli saltò addosso, mentre Cassio si occupava di bloccare Giulia. Nessuno dei due oppose resistenza. «Gabriel, ad un certo punto mi è saltata addosso, non ho capito cosa sia successo…»
«Mi ha attaccato, abbiamo lottato, sono riuscita a non farmi colpire molto». Giulia interruppe Pietro indicando la ferita che la segnava.
Pietro offerse le dita all'ithaeur «Senti, Gabriel, lo conosci l'odore di Giulia, e qui non ce n'è traccia».
«Ti credo». Si spostò, lasciando libero di muoversi il compagno.
«Qualsiasi cosa sia successo, tenetela d'occhio, e tenete d'occhio anche me se volete».
«Non mancheremo». Cassio fece due passi indietro, lasciando libera Giulia di muoversi.
«Stavamo controllando le incisioni, stavamo per aprire la porta…»
Gabriel la guardò di sottecchi. «Come fai te a conoscere queste iscrizioni?»
«Una delle riunioni di cahalith, nella foresta, mesi fa. Ce ne erano di molto simili». Lei lo guardò negli occhi per un attimo, poi mentre ancora parlava tornò a guardare i segni. «C'è bisogno di più persone, bisogna toccare dei simboli.
Pietro tornò al suo posto, Giulia rimase indietro, a studiare la situazione, lasciando il posto al prete. Il terzo posto fu preso da Gabriel, e come gli altri due, un altro simbolo si illuminò. Ismael si fece avanti quando videro che la porta non accennava a rimettersi in movimento, e impose, come i compagni, le mani su un altro simbolo. L'enorme portale si mosse, ma il movimento fu minimo: il procedimento sembrava quello giusto, ma l'apertura era ancora troppo piccola anche per la forma uran del più esile di tutti loro. La cahalith rimase a studiare i simboli; si mosse, lentamente, per vedere cosa mancasse, quali potessero essere gli altri simboli da attivare. Guardava quei simboli, e muoveva lenti passi all'indietro, cercando una visuale d'insieme. Passò accanto a Cassio, per andare ancora più indietro. La sua mano cercava qualcosa, fra le vesti, ma era un movimento troppo lento, e troppo fugace.
Cassio scattò appena prima di lei: quello che cercava di nascondere era un pugnale, e lo stava per infilare nella schiena del rahu. Il suo attacco fu bloccato da un fulmineo pugno poteziato dal dono del Colpo Tremendo. Giulia accusò, ma senza arretrare di un passo, si preparò al contrattacco, scelse il punto in cui colpire, affondò la lama. Il colpo non andò però a segno: Cassio deviò la lama verso destra, mentre si spostava dalla parte opposta. Giulia alzò gli occhi.
Gabriel le stava correndo addosso trasformato nell'istantaneo urshul, Ismael controllava l'apertura, mentre Pietro, ancora pesantemente ferito, restava in seconda linea, assieme a Nicolau. Era bastato quello scambio di attacchi affinché i Forgiati dal Sangue fossero già pronto alla lotta: il branco aveva sentito che qualcosa da un momento all'altro sarebbe successo, ed erano stati pronti a scattare a qualsiasi eventualità – e non c'era voluto molto perché il pericolo arrivasse – anche se il pericolo nasceva fra loro stessi. Sempre che lei fosse ancora una del branco.
Gabriel le balzò addosso, sbilanciandola, mentre il compagno già s'avvicinava per sfruttare il vantaggio. L'ithaeur, però, fu sbilanciato e scartato quando Giulia crebbe all'istante fino ai due metri e mezzo della forma da combattimento, schivando l'urshul per scagliarsi, pugnale sempre alla mano, su Cassio. Egli accusò il colpo, e rispose con stessa moneta. Gauru, e testa bassa: attorno a Giulia anche gli altri due assunsero all'istante la forma da combattimento.
Lo scontro sembrò durare pochi respiri; pochi, potenti colpi, prima che lei esaurì la sua furia più bestiale. Quel che era successo prima già l'aveva provata, tornò Dalu, iniziò a schivare i colpi che le arrivavano – cercando ogni minima possibilità in una battaglia impossibile – sperando che i suoi avversari esaurissero presto la spinta selvaggia del gauru. Prese di striscio l'attacco di Gabriel, restando scoperta al morso di Cassio, che assaporò il suo sangue proprio mentre riprendeva sembianze semi-umane. Si girò verso il gauru e trovò un varco per affondare il pugnale. Non fu una gran mossa: Gabriel urlò, di rabbia e dolore, e scaricò tutta la sua forza nel colpo successivo, affondando di nuovo i denti nella carne.
La cahalith barcollò, ginocchio a terra. L'essenza non era più sufficiente a star dietro alle ferite, che continuavano a sanguinare. Non riusciva a non farsi accerchiare da due persone, e gli altri tre aspettavano solamente il momento per intervenire; ma tutti già sapevano che non ce ne sarebbe stato bisogno. Cassio torreggiava alla sua sinistra, e la furia dell'ithaeur stava per scagliarsi di nuovo su di lei. Tentò l'ultima, disperata mossa: si girò verso Gabriel, facendo ricorso ad uno dei propri doni spirituali: la furia uscì dal suo attaccante, entrò in lei, e all'improvviso era di nuovo gauru. Un attimo di gloria, ma fu un attimo.
Un colpo portato a segno, per due, tre ferite subite. Il panico superò la rabbia, la paura superò la furia. Si lanciò nell'unico spazio possibile fra i due, corse verso l'uscita. Quando si accorse che il passaggio era troppo piccolo per la sua forma, si girò. Il branco era tutto lì, attorno a lei, aspettando solo la sua prossima mossa perché chiunque portasse, suo malgrado, l'affondo finale.
Per una manciata interminabile di tempo, lei continuò a guardarli tutti, senza riuscire a oltrepassare il caos nella sua testa che le gridava solo di fuggire. Poi le ferite e il sangue perso ebbero la meglio anche sulla sua natura di cacciatore primordiale, e svenne.
La cripta e il Guardiano
28 ottobre 2008
La lama di Giulia aveva un manico in avorio, intarsiato con simboli vari, anche se semplici in confronto a quello che avevano visto. Fra l'altro non sembravano avere molto a che fare.
L'alfa si rigirava il pugnale fra le mani, chiedendosi più che altro che cosa fosse successo a Giulia. “Che cosa fosse Giulia”. Non voleva accettare ancora che li avesse traditi – tutti, e lui in particolare – ma sapeva che era così, glielo diceva la sua stessa parte cahalith, e questa era la cosa che bruciava di più.
«Pietro, puoi passarmi il pugnale?»
«Tieni Gabriel. Penso sia un feticcio, vero?» Lasciò l'arma nella mano del compagno, sapendo che voleva l'arma per studiarla. Nell'attesa tornò a guardare distrattamente le iscrizioni.
«Sì, è un feticcio» parlò dopo poco «ma è piuttosto debole, un piccolo jaggling, credo».
«Che effetto ha? Lo sai?» Ismael continuava a studiare l'apertura, annusando dall'altra parte gli era sembrato di sentire qualcosa cambiare, per un attimo.
«Sì Ismael. Quando mi ha colpito, ho sentito che mi sottraeva Essenza».
Cassio e Nicolau si occuparono di Giulia.
Fra gli zaini, erano riusciti a trovare abbastanza materiale – facette, corde, nastri – per immobilizzare la traditrice. Quando Pietro si rese conto che, espandendo i suoi sensi fino a percepire la condizione di tutto il branco, lei era come non esistere, non ebbero più alcuna remora a trattarla come traditrice e straniera. Debole com'era non si sarebbe mai liberata da come Cassio finì per legarla. Poi la abbandonarono in un angolo, lì dov'era svenuta. Il portale si stava aprendo, stava svelando lentamente quello che aveva tenuto nascosto chissà da quanto tempo.
La stanza al di là del portale era immensa, illuminata chiaramente da una luminescenza che sembrava non avere fonti. Venti metri di lunghezza, per circa una decina di larghezza, alta tre volte il più alto di loro. L'ombra di un luogo che non esisteva più secoli nel mondo materiale, forse addirittura, un luogo scavato direttamente nell'hilsil. Gli occhi saltarono per un attimo al centro, scorgendo di sfuggita l'altare, per poi andare alle pareti della sala. Il portale, e le iscrizioni che indicavano l'apertura, in confronto a tutto questo erano niente. Per tutta la loro lunghezza le pareti erano ricoperte di simboli, rune, iscrizioni. Diversi simbolismi si intersecavano, fondevano probabilmente sigilli e rituali di epoche e origini differenti. I Lupi rimasero affacciati a guardare tutto questo col fiato sospeso, facendo saltare gli occhi da una parte all'altra, correndo con lo sguardo da una parte all'altra, riconoscendo qualche simbolo sparso senza riuscire a dargli un significato. L'istinto li portava a studiare la stanza, a cercare il Duellante Guardiano, ma dello spirito non c'era traccia, e la loro curiosità umana era troppo forte. In breve però quella calma diventò pesante, assurda.
Al centro della sala c'era un altare, e sopra ad esso un osso, un dente, forse un canino di lupo mannaro. Si aspettavano di trovare lo spirito guardiano di questo posto, ma non c'era nessuno. Iniziarono a guardarsi intorno, fiutando una trappola senza riuscire a trovarla.
«Basta, io vado!» Cassio fece il primo passo “e se ci dev'essere una trappola, che venga”. Il pavimento era di terriccio, soffice. Continuò ad avanzare, poche falcate, fino a coprire metà strada fra loro e il dente. Poi il piede affondò nel fango. Cassio si tirò immediatamente indietro, sentendo la fatica di strappare il grosso stivale dal terreno, solo per accorgersi di essere con entrambi i piedi nel fango. Fece forza, saltò all'indietro, sperando che il terreno vicino all'ingresso almeno fosse rimasto solido. Così era.
Pietro e Gabriel, che si stavano avvicinando, si fermarono ai suoi lati. Ai piedi dei tre, il terreno iniziò a ritirarsi; il fango scivolò su se stesso, radunandosi ai piedi dell'altare da tutta la stanza. La forma che si stava delineando continuò a crescere, li superò in altezza senza accennare a fermarsi. Lo spirito che si ritrovarono davanti raggiunse alla fine quasi metà della stanza, di molto superiore allo stesso gauru di Cassio.
«Avete profanato questo posto. Dovete morire».
«Tu sei il guardiano di qui?» Il primo idioma di Pietro parlò a nome del gruppo.
«Sì. Voi lo avete profanato. Avete aperto la porta senza rispettare il rito». Lo spirito iniziò a scivolare sui sui stessi piedi, avvicinandosi con una velocità sorprendente ai tre dalu.
L'ithaeur prese la parola. «Aspetta. Abbiamo qualche domanda da farti. Di che rito parli?»
Il Duellante Guardiano rallentò, fino a fermarsi. Il suo volto non mostrava alcuna emozione, né lo fecero le sue parole. «Il prescelto conosce il rito per aprire il portale. Il sono qui a guardia».
«Certo, sei tu il Duellante Guardiano, giusto?» Gabriel si spostò di lato, guardando il suo alfa e i suoi compagni. Pietro era ferito, ma pronto lo stesso alla lotta.
«Sono qui ad aspettare il prescelto. E se ora avete finito con le domande, potete morire».
Il branco non provò neanche a replicare, lo spirito stava nuovamente scivolando veloce verso di loro. Saltarono all'unisono fuori dalla stanza, dove il Duellante era costretto da tutti i vincoli di protezione. Fuori dalla porta i Forgiati dal Sangue aspettarono, disponendosi come solo pochi minuti prima di fronte alla loro ex-compagna. Sfortunatamente avevano però sbagliato i conti. Un'ondata di terra corse sotto i loro piedi arrivando a bloccare l'unica uscita, mentre lo spirito varcò il portale entrando nell'anticamera in cui sarebbero dovuti stare al sicuro. Agì prima di tutti loro, colpendo il cahalith con uno schianto così possente da sbalzarlo lontano. Per colpire, si era però infilato in un semicerchio di lupi mannari, e tutti gli saltarono addosso contemporaneamente con tutta la ferocia che avevano.
All'istante lo spirito si trovò attaccato da due gauru, mentre Ismael sfruttava la forma urshul al suo meglio per distrarre l'avversario. Cassio combatteva in dalu, spossato dalla lotta contro Giulia. Quasi tutti gli attacchi si infransero però sulla dura corazza di terra che lo spirito aveva creato attorno a sé. Cassio riuscì a trovare un buon varco fra le crepe, e Gabriel affondò i denti fino a sbriciolarne una parte su di un braccio, e portarsi via brandelli di spirito.
Pietro era rotolato a terra. Ancora debole, accusò il colpo, e attese che la sua rigenerazione naturale si occupasse dell'ultima botta – per quanto forte, un impatto è difficilmente un problema per un lupo mannaro, ma aveva bisogno di tempo per recuperare. Attese, e attese il momento giusto. Quando il Duellante Guardiano bloccò Gabriel, il cahalith scattò in avanti saltando al fianco dello spirito mentre assumeva la forma da combattimento.
Lo spirito non si curava degli attacchi che gli stavano arrivando, anche se andavano a fondo, mentre continuava a stringere, e Gabriel iniziò a sentire ferite profonde aprirsi sul suo corpo. Poi, qualche artiglio affondò oltre le sue previsioni. Non riuscì più a contrastare lo sforzo dell'ithaeur, lasciandolo libero, e si appellò al terreno per difendersi dal branco che era tornato in tutta la sua forza a circondarlo. Braccia di terra si alzarono e avvinghiarono i Lupi; ma il più grosso di loro riuscì a sfuggirgli, saltò oltre il terreno animato e colpì di nuovo. Pochi istanti dopo Gabriel era libero, e poi Pietro. Lo spirito si girò da una parte, dall'altra, ma la sua armatura non riusciva più a proteggerlo. Il primo colpo affondò il fianco, il Duellante si piegò, lasciando scoperto l'altro lato, offrendosi all'ultimo decisivo attacco. Pietro sentì la carne spirituale sotto le mascelle per un attimo, poi non sentì più alcuna resistenza. La sostanza spirituale scivolò via in una esplosione di pezzi di terra che si polverizzarono in aria, sparendo davanti ai loro occhi.
Un ululato di vittoria, nei recessi del sottosuolo spirituale, celebrò la fine e la fatica e la vittoria. Alla voce del calalith si unirono, una ad una, quelle del resto del branco, godendosi, per un attimo, la meritata vittoria in una delle loro giornate più lunghe, che ancora non era destinata a finire.
Puri
28 ottobre 2008
Una voce li distolse dalla gloria della vittoria; questa volta, fin troppo effimera.
Non era il suono della voce di Giulia, era una voce maschile, e tranquilla, e proveniva dall'ingresso. Si voltarono.
«Vi ringrazio di averci risparmiato il lavoro. Ora, non vorremmo uccidervi, e per come state messi sarebbe anche troppo facile».
Un uomo robusto e muscoloso stava in piedi vicino all'ingresso, apparentemente tranquillo, vestito in giacca e cravatta, fiancheggiato da altre due persone. Un uomo massiccio, coperto di cicatrici in ogni parte visibile, con un bracciale metallico attorno all'avambraccio, sembrava il più pronto al combattimento; ma a parlare era il più giovane dei tre, un ragazzo che dimostrava sì e no vent'anni, vestito semplice, indossava un mantello che il branco aveva già visto. Sulla destra, lontano dai suoi compagni, era chinato sul corpo di Giulia, ancora con una mano sulla sua testa e nell'altra la lama con cui l'aveva appena, con noncuranza, sgozzata.
Puri.
«Non vogliamo combattervi, vogliamo solamente che ci facciate passare».
I Forgiati dal Sangue strinsero i denti per la rabbia, cercando di riprendersi e pensare con lucidità. La loro forza d'urto era dimezzata, erano deboli, scarichi, questo sarebbe stato il momento giusto per leccarsi le ferite e rimettersi in sesto, ma i maledetti puri avevano scelto il momento più meschino per scontrarsi con loro. La mente di ognuno di loro sapeva che, in condizioni normali, avrebbero forse avuto la meglio, ma sapevano altrettanto bene che cercare lo scontro aperto in una situazione del genere avrebbe significato sconfitta, e visti gli avversari probabilmente morte.
Uno spirito dalle fattezze di un grosso gufo entrò nella stanza, andandosi ad appollaiare su una delle sporgenze della roccia.
Parlò Pietro. «Voi siete gli anshega che hanno osato invadere il nostro territorio?»
«Sì». Il giovane sembrava essere il portavoce del gruppo. «E ci scusiamo per l'invasione, ma era necessaria. Ciò che è la dentro è nostro di diritto, e non ce ne andremo in nessun caso senza di esso».
Il giovane si alzò, e tornò ad avvicinarsi a quello che doveva essere l'alfa. Nicolau si fece avanti, verso la salma di Giulia, e lasciò da parte il discorso per compiere il suo dovere spirituale, e iniziò a recitare la litania dell'Estrema Unzione.
«E – Cassio si inserì nel discorso – come volete farci credere che non volete combattere?»
«Siete deboli, lo avremmo già fatto se avessimo voluto. E avremmo vinto, lo sapete anche voi».
«Non è un discorso da “puri”… o sbaglio?» Gabriel continuava a stringere e allargare il pugno.
«Già». Sorrise. «Vi hanno detto un sacco di cose su di noi. Molte magari vere, ma – credetemi – ancora di più errate, o completamente al contrario. E credetemi, non chiedo di meglio di potervi raccontare la nostra versione della storia, ma prima vorremmo ciò che ci spetta. Lasciateci quello che ci serve, e noi vi lasciamo andare».
«Non mi sembra un patto vantaggioso». Per quanto continuasse a pensarci, Pietro non riusciva a trovare un modo per uscire da quella situazione. Forse il modo migliore era cambiarla. «Non mi sembra il posto giusto per discutere di un patto, no?»
Gabriel fece un passo di lato, lasciando arretrare Cassio. «Avete appena sgozzato la nostra compagna, non mi sembra che siate venuti in pace!» La sua voce tradiva appena una punta d'ira.
«Non era una vostra compagna, era già parecchio tempo che era un segugio funesto. L'abbiamo tolta di mezzo per voi. Prendetelo come un favore».
«Cosa?? E speri che noi crediamo a questo?» Pietro sapeva anche più degli altri che lei non era più dei loro, ma l'intromissione dei puri era imperdonabile. Stringeva le unghie sulla sua stessa carne per non saltare addosso a quei tre. «E comunque, Cosa fare con chiunque spetta a noi».
«Credetemi, è stato meglio così, non ve ne eravate neanche accorti. Noi lo sapevamo da un pezzo. E ormai è troppo tardi per recriminare».
«E quel mantello? – L'ithaeur indicò il ragazzo – Come l'avete preso?»
«Sappiamo che quel vampiro l'ha offerto anche a voi, ma avete rifiutato. Voleva bisogno di un locus libero, noi gliene abbiamo liberato uno dalle sue parti e ci ha dato questo. Un cretino che gioca senza sapere ciò con cui ha a che fare!»
Il discorso fu spezzato da Cassio che, dopo essersi infilato nella stanza, tornò con la reliquia. Era un dente, probabilmente la zanna di un gauru, o di un animale altrettanto grosso. Gli occhi di tutti e tre andarono alla zanna, e anche l'uomo in giacca e cravatta sembrò scosso, per un attimo.
«Voi volete questo, no? Bene, ripeteteci cosa ci date in cambio…»
«Vi ho detto, potremmo prendercelo passando sopra i vostri cadaveri. Lasciatecelo; e venite con noi, poi, e lasciate che vi racconti la nostra versione della storia».
«Non mi pare che sia una condizione vantaggiosa, sai? E non è detto che sia così facile ucciderci e restare vivi…»
Per la prima volta, l'alfa dei puri parlò, ma non si rivolse ai suoi avversari. Parlò al suo compagno, con tono sdegnato e spazientito. «Tel'ho detto che non sarebbe servito a niente. Prendiamocelo e basta».
«No». Non si stava opponendo al suo capobranco, ma la sua voce era carica di motivazione «Lo sai, questo è il mio compito, lasciami provare, sai che devo farlo».
L'alfa non disse altro, fece solo un breve cenno di stanco assenso. Era chiaro però che la sua pazienza avrebbe avuto presto fine, e che stava considerando tutto ciò una perdita di tempo. Tuttavia, il ragazzo aveva ancora spazio, e il branco di uratha si rese conto che non avrebbe avuto molte altre scelte per negoziare alcunché.
«Come ho detto, non è questo il posto per parlare. Se è vero che non volete la guerra, vediamoci in un altro posto. Noi portiamo la zanna. E tu potrai raccontarci la tua storia. In fondo, se vuoi la nostra fiducia devi anche darci un po' della tua».
Il ragazzo guardò il suo capo, ed il suo compagno. Poi tornò a parlare. «E sia, ci rincontriamo nel bosco, dove volete voi, fra due notti. Ma uno di voi viene con noi».
Gabriel fu il primo a offrirsi. Poi si offrì Pietro, e anche Nicolau. Gabriel voleva lasciare corda al resto del branco, senza dividere l'alfa dal gruppo. Però l'alfa sapeva che in quel momento era suo rischio esporsi per il branco, oltre al fatto che, ferito com'era, era l'anello più debole del gruppo. Tanto valeva stare fermo. Inoltre, due giorni a contatto con un branco di puri gli avrebbero detto su di loro molto di più di quanto gli avrebbero potuto raccontare dopo, e il suo auspicio lo spingeva con forza verso questa conoscenza.
Tagliando ogni discorso, iniziò a camminare verso i puri, lasciandosi andare alla forma umana in segno di pace. «Vengo io con voi, e restiamo all'interno del bosco».
«Per noi va bene».
Pietro si volse verso i suoi compagni. «Ragazzi, ci vediamo fra due giorni. Noi aspetteremo due giorni nella zona del bosco di Ceri, poi ci incontreremo alla radura».
«Contaci. Non ti lasceremo andare, lo sai?»
«Lo so». Sorridendo di rimando, fece un breve cenno di saluto al suo branco. Poi il cahalith scese in uran, sparendo nel cunicolo assieme al branco di puri.
Canto della prima notte
4 novembre 2008
Il resto del branco restò a guardarsi, riepilogando tutto quello che era successo nelle proprie menti. Il battito d'ali del grande gufo, spirito totem del branco di puri, aveva accompagnato il silenzio che ora regnava nell'aria. In un angolo si stava raffreddando il cadavere di Giulia, dall'altra parte una stanza piena di secolari iscrizioni e rituali era ormai vuota e inutile. I compagni di battaglia si guardarono l'un l'altro: sebbene rigenerati, i segni della battaglia li portavano ancora pesantemente addosso. Si sentivano spossati, svuotati della loro energia, la furia dentro di loro aveva dato il massimo, avevano vinto una lotta gloriosa per poi perdere una battaglia senza neanche la possibilità di combatterla.
Erano stati traditi, e ancora non riuscivano a capacitarsene. Gabriel guardò il cadavere della compagna, chiedendosi se avesse dovuto officiare un rito funebre o pisciarci addosso e lasciarla a marcire. Alzò lo sguardo verso il prete, e per un attimo lo invidiò. Egli gli era così convinto della propria fede che tutte le anime umane – o semi-umane – avevano lo stesso valore: avrebbe fatto il possibile per salvarle, così da lasciare la scelta suprema nelle esclusive mani di Dio.
Per un attimo fu tentato di chiedergli se l'estrema unzione avrebbe funzionato allo stesso modo anche per lo spirito; ma non importava, lasciò stare e volse lo sguardo.
«Andiamo?» chiamò, prendendo istintivamente la forma di uran.
«Qui non ci facciamo più nulla, ma dobbiamo portare via Giulia e darle degna sepoltura».
«Quanto degna è da vedere». La voce del rahu era sprezzante. Era da appena qualche giorno all'interno del branco, e per la cahalith, senza tante lotte fianco a fianco, era solo la salma di un avversario infame. «Ci ha tradito, e ci ha attaccato. Lasciamola qui».
«No. Portiamola via. Poi decideremo». Ismael spinse il muso fra le sue vesti, cercando un appiglio sicuro e iniziando a trascinarla, senza aspettare le voci degli altri. «Dobbiamo uscire di qui. Dobbiamo rinvigorirci, prima di tutto. Ci serve Essenza».
«Sì, andiamo». Gabriel voltò il muso alle spalle, aspettando che gli altri due prendessero le forme di uran, poi iniziò la salita. Nicolau si avvicinò a Ismael, e lavorando con ancora più rispetto del compagno, i due iniziarono a trasportare la salma verso l'esterno. Cassio, lentamente, chiuse la fila, lasciando deserta la tomba alle sue spalle.
Decisero per seppellire temporaneamente Giulia, lasciandola al riparo dalla corruzione dell'aria. Lontana dal luogo del riposo del primo alfa, Adriano, e di Garo, pianti e onorati compagni, la sua salma avrebbe aspettato giorni che la situazione si tranquillizzasse. Dopo il ritorno di Pietro, risolto il “problema” puri, gli uratha avrebbero deciso di cremarla in una pira funebre. Il minimo delle celebrazioni pagane, un piccolo onore per una persona che li aveva accompagnati in battaglia fianco a fianco a rischio della vita, ma nessun rito o riconoscimento del popolo per un Lupo che aveva tradito i suoi compagni.
Interrato il corpo, il branco corse lontano, fino al locus, per eseguire, per la prima volta, il rito della Caccia Sacra. Erano deboli, ancora sentivano le ferite, ed avevano bisogno di ricaricasi di energia. Per l'incontro che avevano in programma, avrebbero avuto bisogno di molta più Essenza di quella che gli avrebbero dato i due loci in quel breve tempo. I Lupi attesero nervosi che Ira dello Spirito, l'ithaeur del gruppo, richiamasse uno spirito. La fame era tanta, come lo era la voglia i rivalsa. Gabriel tracciò cerchi e continuò a ululare, richiamando la loro preda prescelta: un gaffling minore, spirito cinghiale. Lentamente, lo spirito animale prese consistenza di fronte a loro. Poi il rito fu chiuso, la preda iniziò a correre, ed i Lupi si lanciarono al suo inseguimento, la braccarono, lottarono furiosamente.
Lo spirito si dimostrò però più forte del previsto, oppure il branco era più stanco di quanto fosse disposto ad ammettere. Quando l'ultimo morso discorporò la preda, l'energia spesa per quel combattimento si rivelò più del nutrimento ottenuto, cosa che tinse anche quella piccola vittoria di un sapore amaro.
Era notte inoltrata, ormai. Gli uratha avevano affrontato una giornata di sforzi e di sconfitte, e per quanto volessero chiudere con una mossa positiva, furono costretti ad ammettere che non era più il caso di rimandare il riposo. Li aspettava uno scontro che non sapevano se avrebbero potuto vincere, e le scelte che dovevano fare sarebbe stato meglio farle a mente lucida.
I Forgiati dal Sangue tornarono lenti alla propria tana, nella notte, con lo sguardo rivolto a Luna. Lei stava cambiando il suo volto, oscurando l'ultima parte di falce. Gabriel guardò negli occhi l'ultima delle notti che lo benedicevano. “Stiamo per affrontare i nostri nemici giurati, nemici di Luna, e lei sta togliendo proprio adesso i suoi occhi da me ”.
“Stiamo per affrontare di nuovo i nostri nemici”. Ismael guardò il cielo, sapendo che fra due giorni avrebbe avuto il vantaggio della Luna nuova. “Dopo mesi, si sta chiudendo il primo cerchio, quando tutto questo è iniziato”.
La notte era silenziosa, e accompagnava i pensieri dei Lupi. Lentamente, però, iniziò a salire, lontano, un ululato. Un canto. La voce di Pietro li raggiungeva da lontano, riuscivano a udirla ancora, anche se lieve e lontana. Da qualche parte, nel bosco, il cahalith stava cantando.
21 ottobre 2008
Al risveglio il gruppo si riunì a raccontarsi il frutto delle ultime ricerche della notte, prima di decidere il da farsi. Ismael aveva ottenuto davvero poco, non era riuscito a sapere nulla sulle ricerche sui manufatti, non tenevano nessun tipo di appunto sul computer (e questo dava ancora più importanza ai fogli che erano scomparsi). Il prete, accompagnato da Giulia, lasciò il resto del gruppo al locus di Ceri per andare a sincerarsi delle condizioni dell'ultimo studente, e cercare di cavargli qualche informazione in più su quanto fosse successo. Giunti in ospedale, scoprirono che anche l'ultimo ragazzo iniziava a dare i primi lievi segni di debilitazioni, ed aveva lo sguardo di chi è sicuro di dover morire: il suo amico, che ventiquattr'ore prima stava bene, era praticamente dato per morto, ed i medici in una notte di ricerche non avevano fatto il minimo passo avanti; niente di strano che il ragazzo non avesse molte speranze.
Non avevano fatto scavi né ne avevano pianificati, quasi non avevano toccato il manufatto con le mani nude; non avevano incontrato nessuno, nessuno era entrato in casa appresso al loro professore, né lui lavorava con qualcuno. Nessuna traccia concreta, né alcun appiglio per individuare cause della malattia. Lungo la strada Nicolau e Giulia continuarono a chiedersi, se non c'erano spiriti o riti attorno alla loro casa, cosa potesse stare uccidendo i ragazzi, e che forse aveva ucciso già il professore.
Al locus, il branco cercò intanto di sciogliere alcuni dubbi. I luni assicurarono che la Divoratrice non aveva patti in corso, né aveva fatto patti da poco tempo con gruppi di anshega, ciò significava che la sparizione dello studioso proprio nel suo territorio restava un mistero. Se la malattia non era colpa di spiriti o di puri, poteva essere qualcosa di sconosciuto, e chi faceva riti di origine sconosciuta, forse vudù, se non Marco Aurelio e i suoi seguaci? Pietro prese il telefono e chiamò Sebastian.
«Hei, Sebastian, come va?»
«Ciao. Bene, ce ne siamo andati da quel posto, siamo lontani». La voce del rahu era sensibilmente sollevata.
«Mi fa piacere per voi. Neanche vi chiedo dove siate andati a finire, ma mi servono delle informazioni su Marco Aurelio».
Pietro era andato dritto al punto, questo a Sebastian non dispiacque. «Dimmi tutto».
Qui stanno succedendo cose strane, abbiamo persone che si ammalano, ma non riusciamo a trovarne la causa. Volevamo chiedere a Veronica cosa lei sapesse delle capacità del vampiro e del nero…»
«Guarda, come sai Veronica adesso dorme. Lei ne sa di più, ma mi ha detto che traffica in qualche modo con le malattie. Ma non so altro».
“Di nuovo lui, c'era da immaginarselo”. Avevano sempre di più a che fare col vampiro, questa cosa non era buona, ma avere una traccia della causa della malattia era un sollievo, e poter dare un'altra colpa al vampiro dava a Pietro una sottile gioia. «Bene. Ci risentiamo stanotte, quando Veronica sarà in piedi. Grazie, Sebastian». Pietro attaccò il telefono. «Gabriel, Ismael, potrebbe davvero essere il vampiro…». In un certo modo, sorrise.
Quando Giulia e Nicolau arrivarono, il resto del branco stava pianificando la prossima mossa, riassumendo un po' tutti i problemi da cui cercavano di uscire. Il lupo-prete mise il piede fuori dall'auto e fu subito oggetto degli sguardi interrogativi dei suoi compagni. L'abito talare nero sbatteva al vento contro lo sportello a cui si appoggiava. Senza, muoversi, parlò.
«Non sa quasi niente, quegli appunti erano suoi ma non sono riusciti a trovargli un significato. Sta male, ed è così spaventato che non riesce a pensare. L'unica cosa che sono riuscito a sapere è che il professore usciva spesso, sempre nella zona in cui è sparito, perché era convinto che ci fosse una tomba, lì da qualche parte».
Il bosco di Ceri risuonò ancora una volta alla voce di Ira-dello-Spirito. Un gruppo di lombrichi soffriva la propria piccola agonia nelle fiamme di una offerta rituale, e lentamente prese corpo, all'interno del cerchio tracciato nell'erba, uno spirito talpa. Lo spirito talpa avrebbe fatto ricerche per conto del branco nell'hisil, cercando quello che avrebbe dovuto essere il riflesso spirituale di una tomba sotterranea. Chiese cinque ore per cercare indizi sull'archeologo oltre il guanto, fino al tramonto; nel frattempo il branco avrebbe setacciato il terreno nel mondo materiale. Se da qualche parte c'era qualche traccia del professore, sarebbe uscita fuori.
I sei si lanciarono alla caccia, organizzati, in una spirale uscente dal punto della sparizione. Tuttavia l'unica cosa che trovarono fu la conferma di ciò che già sapevano. Tornarono al luogo dell'evocazione, sperando che almeno il loro piccolo emissario avesse scoperto qualcosa, ma la notizia fondamentale era destinata ad essere dove non si sarebbero aspettati: lo spirito talpa non tornò.
«È stato discorporato, sottoterra, da qualche parte nella zona della Divoratrice. E chi l'ha discorporato si chiama “Duellante Guardiano”». Quando Gabriel riferì quanto appena saputo dai Luni, la mossa successiva fu chiara a tutti: tornare nell'hisil, e tirare fuori allo spirito-ragno quel che sapeva.
Un gaffling per la Divoratrice
21 ottobre 2008
Le forme dalu e urshul dei Forgiati dal Sangue si avvicinarono allo spirito-ragno disponendosi pronti a qualsiasi mossa, pronti anche all'idea del combattimento. Non si aspettavano un attacco, ma lo spirito era abbastanza diverso da quanto incontrato fin'ora e non si sentivano sicuri di nulla. Le piccole formiche che circondavano la tana della loro signora si mossero coordinate per lasciare un'area libera, guidando il gruppo un passo dopo l'altro verso la Divoratrice. Il branco si strinse a cerchio, l'elodoth pronto a parlamentare, Gabriel e Pietro subito dietro.
«Salve Divoratrice. Veniamo nuovamente perché abbiamo bisogno di un'altra informazione».
Il grosso ragno si mosse, prendendo una posizione in cui poteva dominare con lo sguardo l'intero gruppo. «Di che cosa avete bisogno adessso… da mee?» sibilò con la sua voce sottile, fra il curioso e l'interessato.
«Conosci uno spirito chiamato il Duellante Guardiano? Sappiamo che si trova nel tuo territorio».
«Sssì, lo conosco». Le numerose bocche si muovevano alternate. «Sta… qui vicino».
L'elodoth fece un passo avanti. «Potresti indicarci dove si trova, vero? Qual'è questa volta il tuo prezzo?»
«Ssì… potrei indicarvelo… Il mio prezzo?… Questa volta è un piiiccolo Gaffling. Portatemelo… e vi indicherò la ssua taana».
«Sta bene».
I piccoli spiriti servitori cominciarono a muoversi per condurre di nuovo il gruppo di uratha. Il branco si lasciò di nuovo guidare dalle formiche. Fuori dalla radura della divoratrice, Cassio puntò la cupa foresta, pronto alla battaglia. «Bene. Dobbiamo trovare uno spirito. Portarglielo. Basta. Io sono pronto alla caccia – voltò il muso enorme verso il resto del branco – Voi?»
L'alfa era fermo, in piedi, ai confini della radura. Il suo tono fu drastico. «No».
«Come no?» Questa volta era Gabriel, al suo fianco, a parlare.
«Voi volete davvero cacciare uno spirito e consegnarlo ad essere divorato da quello spirito?»
«Certo», rispose Cassio.
«Sì», Gabriel.
«Quello è ciò che ha detto», Ismael.
«Io non ho nessun problema», puntualizzò l'elodoth.
Giulia rimase in silenzio, aspettando curiosa di sapere quali fossero i pensieri di Pietro. Lui se li guardò tutti. «Voi volete catturare uno spirito e consegnarlo, inerme, nelle mani di uno spirito?
«Non sono d'accordo». I pensieri continuavano ad affollarsi frenetici nella mente del Cahalith. Era di nuovo in diretto contrasto con il volere di tutto il branco, di tutto il Suo branco, gli uratha di cui avrebbe dovuto essere la guida. E per di più questa volta stava avvenendo nel territorio più pericoloso: l'hisil. «Tutto questo non è onorevole, non mi piace. Non mi piace affatto». Pietro parlava calmo, scandendo le poche parole al ritmo di tutti pensieri che gli affollavano la mente.
«Come non ti piace? Ci ha chiesto un gaffling,noi glielo portiamo. Non ci vedo niente di male».
«È questo il problema, Cassio. Non voglio cacciare uno spirito per darlo a morte certa». Confusi gli tornavano in mente i termini del Giuramento di Luna.
«Perché?» Anche Gabriel sembrava scettico.
«Non c'è nessuna battaglia, è una consegna alla morte, è… da…» “Carnefici”, avrebbe voluto dire. No, il Giuramento non sarebbe stato contrastato.
«E dunque?» Anche il prete si unì alle voci contrastanti. «Siamo lupi mannari non siamo le balie degli spiriti».
Si fece sentire anche il primo idioma dell'urshul di Ismael «Che succede Pietro? Cosa non va in questo?»
Già, che cosa c'era che non andava? Nulla del Giuramento era contro quello che la Divoratrice aveva chiesto loro, ma a Pietro continuava a non piacere per niente tutto ciò. Non c'era niente di epico, di glorioso o di puro nel consegnare la vita di un ostaggio, anche se lui per primo sapeva che la storia non è fatta solo di atti esemplari, e “belli”. Nessuno, dopo loro Padre, poteva permettersi di cacciare e dominare, per questo c'era il guanto.
Tuttavia, continuava a non piacergli. Non c'era morte nella lotta, non c'era nessuna possibilità di resa per il loro avversario. Anche se non era contro questo che Lupo Rosso aveva chiesto loro di giurare, qualcosa dentro di sé gli diceva che neanche da Artiglio Sanguinario la cosa gli piaceva. Cercò lo sguardo di Cassio, compagno di tribù, ma i suoi denti erano digrignati nel pregustare il sapore della preda, il suo sangue di rahu gli strappava la pazienza. Anche il terzo Artiglio, Giulia, la sorella d’auspicio, questa volta sembrava guardarlo incuriosita, divertita. Neanche Giulia riusciva a capire i dubbi che lo attanagliavano.
«Allora, andiamo?»
«No, Gabriel, andate voi». Prendere uno spirito ed usarlo come merce. No. «Io mi dissocio, questa volta».
«Non puoi dissociarti, sei il nostro alfa».
Ancora la storia dell'alfa. Che senso aveva, ormai? «Vuoi essere te l'alfa? Io non voglio quello che volete voi, non ha senso che io sia l'alfa». Pietro non aveva mosso un passo dal confine del territorio della Divoratrice. Piccole formiche spirito continuavano ad andare e venire anche fra i suoi piedi, come a raccogliere brandelli di parole oltre a brandelli di cibo.
«No, te sei l'alfa, sei tu che devi dirci cosa fare!»
«NO! Vuoi saperlo meglio di me cosa sia un alfa? L'alfa dev'essere l'anima del branco; e voi siete sempre in contrasto con le mie scelte. In questo senso, non c'è motivo perché sia io che vi debba comandare!»
Gabriel tornò indietro. Ismael intuì che qualcosa poteva accadere. Per tutto il tempo era rimasto attento all'area, non gli piaceva quella discussione, non in quel luogo. Nelle situazioni di pericolo il branco è compatto, e l'hisil è la terra dei pericoli; e se conosceva i suoi più vecchi compagni la discussione non si sarebbe spenta facilmente. Con un giro largo cominciò ad avvicinarsi ai due.
«Io non sono adatto ad essere l'alfa, sono troppo impulsivo; e Ismael è al contrario sempre troppo prudente – con gli occhi seguiva i movimenti dell'irraka – mentre te sei il giusto mezzo fra di noi. Non tirarti indietro».
Pietro si girò, con lo sguardo carico di dubbio, verso Ismael. «Non è questo il posto per litigare. Siamo ancora vicini alla Divoratrice».
«Lo so. E non importa». Uno spirito come moneta di scambio. Infilato a morte nella bocca di un altro. Non avrebbero torturato nessuno, ma il suo branco era pronto a consegnare la vita di qualcuno così tranquillamente. Certo, si trattava di uno spirito. “Lo farei con un uomo?” Loro erano tanto carne di uomo quanto spirito di lupo. Dovevano rispettare entrambe le nature.
“No, non lo farei con un uomo. Sono per metà uomo e per metà lupo, appartengoe e rispetto tutte e due le specie; è allo stesso modo che sono metà carne e metà spirito, creatura di entrambi i mondi”. «Voi volete consegnargli il gaffling che lei ha richiesto?» La domanda suonava definitiva. «Sì» rispose un coro di voci. “No”.
«Io vado a chiedere alla Divoratrice un altro pagamento».
Pietro fece per voltarsi, ma la mano di Gabriel era già sulla sua spalla. Un colpo, più di un gesto di stizza, partì all'istante verso Gabriel, ma come uno si aspettava di essere bloccato l'altro si aspettava il colpo, pronto a schivare. Più veloce di entrambi, una forma urshul si lanciò sull'alfa a dividere i due compagni prima che venissero alle mani. Ismael atterrò Pietro, che non fece nessun tipo di resistenza. «Non è con te che sto parlando, Ismael»
Anche Gabriel non voleva Ismael fra i piedi. Si avvicinò e accompagnò lontano l'urshul. I due si ritrovarono faccia a faccia, ma ormai i toni si erano spenti. Entrambi sapevano che si sarebbero preso riaccesi, ma non in quel luogo, e non in quel momento.
«Vado dalla Divoratrice. Che voi vogliate venire, o meno». Pietro aspettò la risposta di Gabriel, prima di girarsi.
«Se vai, non vai solo».
«Io vado, sei libero di seguirmi». Si girò e si incamminarono verso il centro della radura, seguiti a distanza da Nicolau e Ismael, mentre Giulia e Cassio continuavano ad aspettare anche solo una parola per cominciare la caccia.
La Divoratrice non volle altro, forse era divertita dalla scena, e probabilmente sapeva che non rischiava di perdere la sua preda. Il branco aveva tutti i motivi per fare quella caccia, e Pietro non aveva nulla, se non i suoi dubbi, per impedirlo. In quel momento i compagni gli sembrarono sempre più un branco di lupi senza scrupoli, a cui non si sentiva quasi di appartenere, e lontano da ogni sua ottica era fargli da guida.
«Se volete trovare la preda, andate. Io non partecipo a tutto ciò».
Il gruppo, dopo qualche dubbio, si lanciò alla caccia. L'unica cosa che avrebbe voluto era andarsene a fare una corsa sfrenata in un bosco ululando alla Luna, ma il branco era nell'hisil, e Pietro lo seguì questa volta per ultimo, pronto a lottare a fianco di tutti loro al primo pericolo. Era sempre il suo branco.
Discesa
21 ottobre 2008
Lo spirito serpente tentò di scappare appena Cassio mollò la presa con cui lo bloccava. Il corpo colpì la tela per scivolare via, ma non riuscì a strisciare. Per una serpe la tela di un ragno è una trappola ancora più mortale, dopo pochi scatti era completamente avvolta dalla tela, e lo spirito rassegnato al suo destino. La Divoratrice fece la prima mossa verso il suo cibo.
«Aspetta», intimò Gabriel, in testa al branco «prima di mangiarlo, rispetta i patti, e dicci dove si trova il Duellante Guardiano». Nicolau era in fondo, a leccarsi ancora le ferite, rimasto accanto all'alfa, in disparte. La piccola caccia non era andata liscia, e l'hisil aveva dimostrato ancora una volta la sua pericolosità anche nelle più piccole cose.
La preda scelta, un piccolo serpente isolato, era nascosto in un cespuglio, il branco l'aveva circondata tentando di bloccarla. Ma lo spirito era tenace, ed il suo morso, in un senso spirituale, velenoso. Il prete si era buttato nella mischia con gli altri, ma era rimasto troppo scoperto, aveva osato prendere sottogamba l'hisil, ed il serpente ne aveva fatto il suo bersaglio in un disperato tentativo di sopravvivere.
Nicolau guardava la preda contorcersi e poi fermarsi nella ragnatela, e sentiva ancora il segno delle ferite rigenerate, la puntura dei morsi della preda. Aveva sbagliato la lotta, era convinto della sua superiorità, il ruolo di dominatore dei due mondi da cui era stato investito da Dio avrebbe dovuto bastare. Lui, che aveva sempre pensato che persino con gli spiriti la chiave fosse il dialogo, si ritrovò nella testa il pensiero della forza fisica, il gusto di essere più forte.
Guardò PIetro, accanto a sé. L'alfa non aveva occhi per lui, ma guardava la scena, la sua faccia dalu non riusciva a mascherare il disprezzo per quello che stavano facendo. Si era opposto, poi li aveva lasciati fare. Guardava i membri del suo branco fare ciò che lui non avrebbe mai fatto, da solo. Forse non era l'alfa giusto, non era la persona per guidare il gruppo. Il capobranco non è una carica elettiva, è una questione di forza, ed era lì che Pietro aveva mollato.
Le formiche accanto a loro iniziarono di nuovo a muoversi. Un piccolo servitore, più grande dei suoi fratelli, si portò in testa al branco: la Divoratrice gli stava indicando la strada. Gabriel, Cassio, Ismael e Giulia seguirono il piccolo spirito. Pietro si rimise in moto, mutando lentamente in forma urshul. Il prete, con un occhio sempre alle proprie spalle, seguì gli altri per i pochi passi del loro viaggio. Si fermarono lì vicino, nei pressi della radura: così celato da sembrare invisibile c'era un ingresso nascosto, un cunicolo sotterraneo di cui non si vedeva la fine, tanto stretto che Cassio ci passava appena in forma di lupo.
Al di là di un cammino di cinque minuti dentro la terra, il cunicolo si allargò velocemente e una luce innaturale rischiarò la stanza dove arrivarono: era una cripta sotterranea. La parete alla loro destra era completamente ricoperta di simboli. Gli uratha si allargarono nella stanza, odorando l'aria e controllando la zona, disponendosi in un'istintiva formazione di difesa. Nessun segno del Duellante Guardiano.
La parete era piena di raffigurazioni, persone, lupi mannari, qualcosa che non era né uno né l'altro, in uno stile che cambiava gradatamente. Da simboli che ricordavano molto le rappresentazioni etrusche del vaso, a segni che avrebbero detto essere molto più moderni. L'uran di Pietro era rimasto però immobile, al punto in cui era arrivato.
«Questo». Non disse altro. Quello era il posto che aveva sognato, lì o avrebbero pugnalato e la sua Giulia sarebbe morta, e degli altri non ci sarebbe stata traccia. Un brivido gli correva sulla schiena accapponandogli i peli. La voce di Ismel lo strappò a quella sensazione.
«Sì, questo è il posto che ho sognato, è qui che sarò pugnalato».
Giulia non sembrò neanche ascoltare quello che diceva il suo alfa, il muso era quasi schiacciato a leggere quello che i simboli sembravano dire. E da come muoveva le dita, sembrava riuscire in qualche modo a decifrarli. Pietro di quei simboli non capiva molto, e una manciata di mesi in più da lupo mannaro non sembravano abbastanza. Sentì una fitta d'orgoglio che lo ristabilì del tutto dallo shock di vedere, per la prima volta, un elemento del suo sogno così vividamente concreto.
«Io e Giulia controlliamo questi segni, voi fate attenzione a noi e a tutto. Ismael?»
«Qui sembra sicuro».
«Bene, allora salite, l'attacco dei Puri, o di chiunque altro, può arrivare solo da sopra. Qui restiamo noi due, e un terzo che ci guarda le spalle in silenzio».
«Resteremo vicino al cunicolo, qualsiasi problema, ululate».
Detto ciò, l'ithaeur, con l'elodoth e il rahu iniziarono a risalire il cunicolo, mentre l'irraka faceva da guardiano silenzioso ai due cahalith.
Cunicolo
28 ottobre 2008
“Di certo non la via più facile da percorrere in caso di percolo”.
Ismael correva per il cunicolo, verso i suoi compagni all'aria aperta. Il respiro affannato trascinava forte l'odore della terra fresca, così vivido e concreto. Era incredibile quanto l'hisil potesse essere alieno e familiare allo stesso tempo. Saliva per chiamare qualcuno che aiutasse i cahalith a sbloccare la porta. Secondo Giulia servivano più uratha, e Pietro l'aveva mandato, di fretta. a chiamare qualcuno e lasciare una guardia. Si stavano inabissando nella situazione del sogno, e non sembrava piacergli per niente; d'altronde era la stessa sensazione che aveva Ismael.
L'ululato di aiuto di Giulia lo raggiunse appena un attimo precedente a quello di Pietro. Puntò un piede e cambiò direzione di scatto, ululando nella discesa. I primi bagliori di luce che già vedeva si fecero subito buio e spinse il muso nell'oscurità.
Giulia
28 ottobre 2008
Giulia e Pietro erano lontani, stremati dalla lotta, sanguinanti. Non smisero di guardarsi neanche quando il resto del branco li raggiunse. Erano entrambi in forma completamente umana. La parete dietro i simboli si era leggermente scostata, rivelandosi come un portale di grosse dimensioni. Pietro era coperto di ferite, ancora sanguinanti, un ginocchio a terra, la mano tentava di tamponare un buco profondo che non voleva richiudersi al braccio destro; sembrava avere difficoltà ancora a rimettersi stabilmente in piedi. Giulia se l'era cavata con una profonda artigliata che la segnava dalla vita fino alla spalla.
Soprattutto, non c'era traccia di avversari da nessuna parte.
«Fermatelo, è impazzito!» Giulia gridò, indicando il compagno ferito.
«No, è stata lei, mi ha attaccato, le è successo… qualcosa». Non finì quasi di parlare che Gabriel gli saltò addosso, mentre Cassio si occupava di bloccare Giulia. Nessuno dei due oppose resistenza. «Gabriel, ad un certo punto mi è saltata addosso, non ho capito cosa sia successo…»
«Mi ha attaccato, abbiamo lottato, sono riuscita a non farmi colpire molto». Giulia interruppe Pietro indicando la ferita che la segnava.
Pietro offerse le dita all'ithaeur «Senti, Gabriel, lo conosci l'odore di Giulia, e qui non ce n'è traccia».
«Ti credo». Si spostò, lasciando libero di muoversi il compagno.
«Qualsiasi cosa sia successo, tenetela d'occhio, e tenete d'occhio anche me se volete».
«Non mancheremo». Cassio fece due passi indietro, lasciando libera Giulia di muoversi.
«Stavamo controllando le incisioni, stavamo per aprire la porta…»
Gabriel la guardò di sottecchi. «Come fai te a conoscere queste iscrizioni?»
«Una delle riunioni di cahalith, nella foresta, mesi fa. Ce ne erano di molto simili». Lei lo guardò negli occhi per un attimo, poi mentre ancora parlava tornò a guardare i segni. «C'è bisogno di più persone, bisogna toccare dei simboli.
Pietro tornò al suo posto, Giulia rimase indietro, a studiare la situazione, lasciando il posto al prete. Il terzo posto fu preso da Gabriel, e come gli altri due, un altro simbolo si illuminò. Ismael si fece avanti quando videro che la porta non accennava a rimettersi in movimento, e impose, come i compagni, le mani su un altro simbolo. L'enorme portale si mosse, ma il movimento fu minimo: il procedimento sembrava quello giusto, ma l'apertura era ancora troppo piccola anche per la forma uran del più esile di tutti loro. La cahalith rimase a studiare i simboli; si mosse, lentamente, per vedere cosa mancasse, quali potessero essere gli altri simboli da attivare. Guardava quei simboli, e muoveva lenti passi all'indietro, cercando una visuale d'insieme. Passò accanto a Cassio, per andare ancora più indietro. La sua mano cercava qualcosa, fra le vesti, ma era un movimento troppo lento, e troppo fugace.
Cassio scattò appena prima di lei: quello che cercava di nascondere era un pugnale, e lo stava per infilare nella schiena del rahu. Il suo attacco fu bloccato da un fulmineo pugno poteziato dal dono del Colpo Tremendo. Giulia accusò, ma senza arretrare di un passo, si preparò al contrattacco, scelse il punto in cui colpire, affondò la lama. Il colpo non andò però a segno: Cassio deviò la lama verso destra, mentre si spostava dalla parte opposta. Giulia alzò gli occhi.
Gabriel le stava correndo addosso trasformato nell'istantaneo urshul, Ismael controllava l'apertura, mentre Pietro, ancora pesantemente ferito, restava in seconda linea, assieme a Nicolau. Era bastato quello scambio di attacchi affinché i Forgiati dal Sangue fossero già pronto alla lotta: il branco aveva sentito che qualcosa da un momento all'altro sarebbe successo, ed erano stati pronti a scattare a qualsiasi eventualità – e non c'era voluto molto perché il pericolo arrivasse – anche se il pericolo nasceva fra loro stessi. Sempre che lei fosse ancora una del branco.
Gabriel le balzò addosso, sbilanciandola, mentre il compagno già s'avvicinava per sfruttare il vantaggio. L'ithaeur, però, fu sbilanciato e scartato quando Giulia crebbe all'istante fino ai due metri e mezzo della forma da combattimento, schivando l'urshul per scagliarsi, pugnale sempre alla mano, su Cassio. Egli accusò il colpo, e rispose con stessa moneta. Gauru, e testa bassa: attorno a Giulia anche gli altri due assunsero all'istante la forma da combattimento.
Lo scontro sembrò durare pochi respiri; pochi, potenti colpi, prima che lei esaurì la sua furia più bestiale. Quel che era successo prima già l'aveva provata, tornò Dalu, iniziò a schivare i colpi che le arrivavano – cercando ogni minima possibilità in una battaglia impossibile – sperando che i suoi avversari esaurissero presto la spinta selvaggia del gauru. Prese di striscio l'attacco di Gabriel, restando scoperta al morso di Cassio, che assaporò il suo sangue proprio mentre riprendeva sembianze semi-umane. Si girò verso il gauru e trovò un varco per affondare il pugnale. Non fu una gran mossa: Gabriel urlò, di rabbia e dolore, e scaricò tutta la sua forza nel colpo successivo, affondando di nuovo i denti nella carne.
La cahalith barcollò, ginocchio a terra. L'essenza non era più sufficiente a star dietro alle ferite, che continuavano a sanguinare. Non riusciva a non farsi accerchiare da due persone, e gli altri tre aspettavano solamente il momento per intervenire; ma tutti già sapevano che non ce ne sarebbe stato bisogno. Cassio torreggiava alla sua sinistra, e la furia dell'ithaeur stava per scagliarsi di nuovo su di lei. Tentò l'ultima, disperata mossa: si girò verso Gabriel, facendo ricorso ad uno dei propri doni spirituali: la furia uscì dal suo attaccante, entrò in lei, e all'improvviso era di nuovo gauru. Un attimo di gloria, ma fu un attimo.
Un colpo portato a segno, per due, tre ferite subite. Il panico superò la rabbia, la paura superò la furia. Si lanciò nell'unico spazio possibile fra i due, corse verso l'uscita. Quando si accorse che il passaggio era troppo piccolo per la sua forma, si girò. Il branco era tutto lì, attorno a lei, aspettando solo la sua prossima mossa perché chiunque portasse, suo malgrado, l'affondo finale.
Per una manciata interminabile di tempo, lei continuò a guardarli tutti, senza riuscire a oltrepassare il caos nella sua testa che le gridava solo di fuggire. Poi le ferite e il sangue perso ebbero la meglio anche sulla sua natura di cacciatore primordiale, e svenne.
La cripta e il Guardiano
28 ottobre 2008
La lama di Giulia aveva un manico in avorio, intarsiato con simboli vari, anche se semplici in confronto a quello che avevano visto. Fra l'altro non sembravano avere molto a che fare.
L'alfa si rigirava il pugnale fra le mani, chiedendosi più che altro che cosa fosse successo a Giulia. “Che cosa fosse Giulia”. Non voleva accettare ancora che li avesse traditi – tutti, e lui in particolare – ma sapeva che era così, glielo diceva la sua stessa parte cahalith, e questa era la cosa che bruciava di più.
«Pietro, puoi passarmi il pugnale?»
«Tieni Gabriel. Penso sia un feticcio, vero?» Lasciò l'arma nella mano del compagno, sapendo che voleva l'arma per studiarla. Nell'attesa tornò a guardare distrattamente le iscrizioni.
«Sì, è un feticcio» parlò dopo poco «ma è piuttosto debole, un piccolo jaggling, credo».
«Che effetto ha? Lo sai?» Ismael continuava a studiare l'apertura, annusando dall'altra parte gli era sembrato di sentire qualcosa cambiare, per un attimo.
«Sì Ismael. Quando mi ha colpito, ho sentito che mi sottraeva Essenza».
Cassio e Nicolau si occuparono di Giulia.
Fra gli zaini, erano riusciti a trovare abbastanza materiale – facette, corde, nastri – per immobilizzare la traditrice. Quando Pietro si rese conto che, espandendo i suoi sensi fino a percepire la condizione di tutto il branco, lei era come non esistere, non ebbero più alcuna remora a trattarla come traditrice e straniera. Debole com'era non si sarebbe mai liberata da come Cassio finì per legarla. Poi la abbandonarono in un angolo, lì dov'era svenuta. Il portale si stava aprendo, stava svelando lentamente quello che aveva tenuto nascosto chissà da quanto tempo.
La stanza al di là del portale era immensa, illuminata chiaramente da una luminescenza che sembrava non avere fonti. Venti metri di lunghezza, per circa una decina di larghezza, alta tre volte il più alto di loro. L'ombra di un luogo che non esisteva più secoli nel mondo materiale, forse addirittura, un luogo scavato direttamente nell'hilsil. Gli occhi saltarono per un attimo al centro, scorgendo di sfuggita l'altare, per poi andare alle pareti della sala. Il portale, e le iscrizioni che indicavano l'apertura, in confronto a tutto questo erano niente. Per tutta la loro lunghezza le pareti erano ricoperte di simboli, rune, iscrizioni. Diversi simbolismi si intersecavano, fondevano probabilmente sigilli e rituali di epoche e origini differenti. I Lupi rimasero affacciati a guardare tutto questo col fiato sospeso, facendo saltare gli occhi da una parte all'altra, correndo con lo sguardo da una parte all'altra, riconoscendo qualche simbolo sparso senza riuscire a dargli un significato. L'istinto li portava a studiare la stanza, a cercare il Duellante Guardiano, ma dello spirito non c'era traccia, e la loro curiosità umana era troppo forte. In breve però quella calma diventò pesante, assurda.
Al centro della sala c'era un altare, e sopra ad esso un osso, un dente, forse un canino di lupo mannaro. Si aspettavano di trovare lo spirito guardiano di questo posto, ma non c'era nessuno. Iniziarono a guardarsi intorno, fiutando una trappola senza riuscire a trovarla.
«Basta, io vado!» Cassio fece il primo passo “e se ci dev'essere una trappola, che venga”. Il pavimento era di terriccio, soffice. Continuò ad avanzare, poche falcate, fino a coprire metà strada fra loro e il dente. Poi il piede affondò nel fango. Cassio si tirò immediatamente indietro, sentendo la fatica di strappare il grosso stivale dal terreno, solo per accorgersi di essere con entrambi i piedi nel fango. Fece forza, saltò all'indietro, sperando che il terreno vicino all'ingresso almeno fosse rimasto solido. Così era.
Pietro e Gabriel, che si stavano avvicinando, si fermarono ai suoi lati. Ai piedi dei tre, il terreno iniziò a ritirarsi; il fango scivolò su se stesso, radunandosi ai piedi dell'altare da tutta la stanza. La forma che si stava delineando continuò a crescere, li superò in altezza senza accennare a fermarsi. Lo spirito che si ritrovarono davanti raggiunse alla fine quasi metà della stanza, di molto superiore allo stesso gauru di Cassio.
«Avete profanato questo posto. Dovete morire».
«Tu sei il guardiano di qui?» Il primo idioma di Pietro parlò a nome del gruppo.
«Sì. Voi lo avete profanato. Avete aperto la porta senza rispettare il rito». Lo spirito iniziò a scivolare sui sui stessi piedi, avvicinandosi con una velocità sorprendente ai tre dalu.
L'ithaeur prese la parola. «Aspetta. Abbiamo qualche domanda da farti. Di che rito parli?»
Il Duellante Guardiano rallentò, fino a fermarsi. Il suo volto non mostrava alcuna emozione, né lo fecero le sue parole. «Il prescelto conosce il rito per aprire il portale. Il sono qui a guardia».
«Certo, sei tu il Duellante Guardiano, giusto?» Gabriel si spostò di lato, guardando il suo alfa e i suoi compagni. Pietro era ferito, ma pronto lo stesso alla lotta.
«Sono qui ad aspettare il prescelto. E se ora avete finito con le domande, potete morire».
Il branco non provò neanche a replicare, lo spirito stava nuovamente scivolando veloce verso di loro. Saltarono all'unisono fuori dalla stanza, dove il Duellante era costretto da tutti i vincoli di protezione. Fuori dalla porta i Forgiati dal Sangue aspettarono, disponendosi come solo pochi minuti prima di fronte alla loro ex-compagna. Sfortunatamente avevano però sbagliato i conti. Un'ondata di terra corse sotto i loro piedi arrivando a bloccare l'unica uscita, mentre lo spirito varcò il portale entrando nell'anticamera in cui sarebbero dovuti stare al sicuro. Agì prima di tutti loro, colpendo il cahalith con uno schianto così possente da sbalzarlo lontano. Per colpire, si era però infilato in un semicerchio di lupi mannari, e tutti gli saltarono addosso contemporaneamente con tutta la ferocia che avevano.
All'istante lo spirito si trovò attaccato da due gauru, mentre Ismael sfruttava la forma urshul al suo meglio per distrarre l'avversario. Cassio combatteva in dalu, spossato dalla lotta contro Giulia. Quasi tutti gli attacchi si infransero però sulla dura corazza di terra che lo spirito aveva creato attorno a sé. Cassio riuscì a trovare un buon varco fra le crepe, e Gabriel affondò i denti fino a sbriciolarne una parte su di un braccio, e portarsi via brandelli di spirito.
Pietro era rotolato a terra. Ancora debole, accusò il colpo, e attese che la sua rigenerazione naturale si occupasse dell'ultima botta – per quanto forte, un impatto è difficilmente un problema per un lupo mannaro, ma aveva bisogno di tempo per recuperare. Attese, e attese il momento giusto. Quando il Duellante Guardiano bloccò Gabriel, il cahalith scattò in avanti saltando al fianco dello spirito mentre assumeva la forma da combattimento.
Lo spirito non si curava degli attacchi che gli stavano arrivando, anche se andavano a fondo, mentre continuava a stringere, e Gabriel iniziò a sentire ferite profonde aprirsi sul suo corpo. Poi, qualche artiglio affondò oltre le sue previsioni. Non riuscì più a contrastare lo sforzo dell'ithaeur, lasciandolo libero, e si appellò al terreno per difendersi dal branco che era tornato in tutta la sua forza a circondarlo. Braccia di terra si alzarono e avvinghiarono i Lupi; ma il più grosso di loro riuscì a sfuggirgli, saltò oltre il terreno animato e colpì di nuovo. Pochi istanti dopo Gabriel era libero, e poi Pietro. Lo spirito si girò da una parte, dall'altra, ma la sua armatura non riusciva più a proteggerlo. Il primo colpo affondò il fianco, il Duellante si piegò, lasciando scoperto l'altro lato, offrendosi all'ultimo decisivo attacco. Pietro sentì la carne spirituale sotto le mascelle per un attimo, poi non sentì più alcuna resistenza. La sostanza spirituale scivolò via in una esplosione di pezzi di terra che si polverizzarono in aria, sparendo davanti ai loro occhi.
Un ululato di vittoria, nei recessi del sottosuolo spirituale, celebrò la fine e la fatica e la vittoria. Alla voce del calalith si unirono, una ad una, quelle del resto del branco, godendosi, per un attimo, la meritata vittoria in una delle loro giornate più lunghe, che ancora non era destinata a finire.
Puri
28 ottobre 2008
Una voce li distolse dalla gloria della vittoria; questa volta, fin troppo effimera.
Non era il suono della voce di Giulia, era una voce maschile, e tranquilla, e proveniva dall'ingresso. Si voltarono.
«Vi ringrazio di averci risparmiato il lavoro. Ora, non vorremmo uccidervi, e per come state messi sarebbe anche troppo facile».
Un uomo robusto e muscoloso stava in piedi vicino all'ingresso, apparentemente tranquillo, vestito in giacca e cravatta, fiancheggiato da altre due persone. Un uomo massiccio, coperto di cicatrici in ogni parte visibile, con un bracciale metallico attorno all'avambraccio, sembrava il più pronto al combattimento; ma a parlare era il più giovane dei tre, un ragazzo che dimostrava sì e no vent'anni, vestito semplice, indossava un mantello che il branco aveva già visto. Sulla destra, lontano dai suoi compagni, era chinato sul corpo di Giulia, ancora con una mano sulla sua testa e nell'altra la lama con cui l'aveva appena, con noncuranza, sgozzata.
Puri.
«Non vogliamo combattervi, vogliamo solamente che ci facciate passare».
I Forgiati dal Sangue strinsero i denti per la rabbia, cercando di riprendersi e pensare con lucidità. La loro forza d'urto era dimezzata, erano deboli, scarichi, questo sarebbe stato il momento giusto per leccarsi le ferite e rimettersi in sesto, ma i maledetti puri avevano scelto il momento più meschino per scontrarsi con loro. La mente di ognuno di loro sapeva che, in condizioni normali, avrebbero forse avuto la meglio, ma sapevano altrettanto bene che cercare lo scontro aperto in una situazione del genere avrebbe significato sconfitta, e visti gli avversari probabilmente morte.
Uno spirito dalle fattezze di un grosso gufo entrò nella stanza, andandosi ad appollaiare su una delle sporgenze della roccia.
Parlò Pietro. «Voi siete gli anshega che hanno osato invadere il nostro territorio?»
«Sì». Il giovane sembrava essere il portavoce del gruppo. «E ci scusiamo per l'invasione, ma era necessaria. Ciò che è la dentro è nostro di diritto, e non ce ne andremo in nessun caso senza di esso».
Il giovane si alzò, e tornò ad avvicinarsi a quello che doveva essere l'alfa. Nicolau si fece avanti, verso la salma di Giulia, e lasciò da parte il discorso per compiere il suo dovere spirituale, e iniziò a recitare la litania dell'Estrema Unzione.
«E – Cassio si inserì nel discorso – come volete farci credere che non volete combattere?»
«Siete deboli, lo avremmo già fatto se avessimo voluto. E avremmo vinto, lo sapete anche voi».
«Non è un discorso da “puri”… o sbaglio?» Gabriel continuava a stringere e allargare il pugno.
«Già». Sorrise. «Vi hanno detto un sacco di cose su di noi. Molte magari vere, ma – credetemi – ancora di più errate, o completamente al contrario. E credetemi, non chiedo di meglio di potervi raccontare la nostra versione della storia, ma prima vorremmo ciò che ci spetta. Lasciateci quello che ci serve, e noi vi lasciamo andare».
«Non mi sembra un patto vantaggioso». Per quanto continuasse a pensarci, Pietro non riusciva a trovare un modo per uscire da quella situazione. Forse il modo migliore era cambiarla. «Non mi sembra il posto giusto per discutere di un patto, no?»
Gabriel fece un passo di lato, lasciando arretrare Cassio. «Avete appena sgozzato la nostra compagna, non mi sembra che siate venuti in pace!» La sua voce tradiva appena una punta d'ira.
«Non era una vostra compagna, era già parecchio tempo che era un segugio funesto. L'abbiamo tolta di mezzo per voi. Prendetelo come un favore».
«Cosa?? E speri che noi crediamo a questo?» Pietro sapeva anche più degli altri che lei non era più dei loro, ma l'intromissione dei puri era imperdonabile. Stringeva le unghie sulla sua stessa carne per non saltare addosso a quei tre. «E comunque, Cosa fare con chiunque spetta a noi».
«Credetemi, è stato meglio così, non ve ne eravate neanche accorti. Noi lo sapevamo da un pezzo. E ormai è troppo tardi per recriminare».
«E quel mantello? – L'ithaeur indicò il ragazzo – Come l'avete preso?»
«Sappiamo che quel vampiro l'ha offerto anche a voi, ma avete rifiutato. Voleva bisogno di un locus libero, noi gliene abbiamo liberato uno dalle sue parti e ci ha dato questo. Un cretino che gioca senza sapere ciò con cui ha a che fare!»
Il discorso fu spezzato da Cassio che, dopo essersi infilato nella stanza, tornò con la reliquia. Era un dente, probabilmente la zanna di un gauru, o di un animale altrettanto grosso. Gli occhi di tutti e tre andarono alla zanna, e anche l'uomo in giacca e cravatta sembrò scosso, per un attimo.
«Voi volete questo, no? Bene, ripeteteci cosa ci date in cambio…»
«Vi ho detto, potremmo prendercelo passando sopra i vostri cadaveri. Lasciatecelo; e venite con noi, poi, e lasciate che vi racconti la nostra versione della storia».
«Non mi pare che sia una condizione vantaggiosa, sai? E non è detto che sia così facile ucciderci e restare vivi…»
Per la prima volta, l'alfa dei puri parlò, ma non si rivolse ai suoi avversari. Parlò al suo compagno, con tono sdegnato e spazientito. «Tel'ho detto che non sarebbe servito a niente. Prendiamocelo e basta».
«No». Non si stava opponendo al suo capobranco, ma la sua voce era carica di motivazione «Lo sai, questo è il mio compito, lasciami provare, sai che devo farlo».
L'alfa non disse altro, fece solo un breve cenno di stanco assenso. Era chiaro però che la sua pazienza avrebbe avuto presto fine, e che stava considerando tutto ciò una perdita di tempo. Tuttavia, il ragazzo aveva ancora spazio, e il branco di uratha si rese conto che non avrebbe avuto molte altre scelte per negoziare alcunché.
«Come ho detto, non è questo il posto per parlare. Se è vero che non volete la guerra, vediamoci in un altro posto. Noi portiamo la zanna. E tu potrai raccontarci la tua storia. In fondo, se vuoi la nostra fiducia devi anche darci un po' della tua».
Il ragazzo guardò il suo capo, ed il suo compagno. Poi tornò a parlare. «E sia, ci rincontriamo nel bosco, dove volete voi, fra due notti. Ma uno di voi viene con noi».
Gabriel fu il primo a offrirsi. Poi si offrì Pietro, e anche Nicolau. Gabriel voleva lasciare corda al resto del branco, senza dividere l'alfa dal gruppo. Però l'alfa sapeva che in quel momento era suo rischio esporsi per il branco, oltre al fatto che, ferito com'era, era l'anello più debole del gruppo. Tanto valeva stare fermo. Inoltre, due giorni a contatto con un branco di puri gli avrebbero detto su di loro molto di più di quanto gli avrebbero potuto raccontare dopo, e il suo auspicio lo spingeva con forza verso questa conoscenza.
Tagliando ogni discorso, iniziò a camminare verso i puri, lasciandosi andare alla forma umana in segno di pace. «Vengo io con voi, e restiamo all'interno del bosco».
«Per noi va bene».
Pietro si volse verso i suoi compagni. «Ragazzi, ci vediamo fra due giorni. Noi aspetteremo due giorni nella zona del bosco di Ceri, poi ci incontreremo alla radura».
«Contaci. Non ti lasceremo andare, lo sai?»
«Lo so». Sorridendo di rimando, fece un breve cenno di saluto al suo branco. Poi il cahalith scese in uran, sparendo nel cunicolo assieme al branco di puri.
Canto della prima notte
4 novembre 2008
Il resto del branco restò a guardarsi, riepilogando tutto quello che era successo nelle proprie menti. Il battito d'ali del grande gufo, spirito totem del branco di puri, aveva accompagnato il silenzio che ora regnava nell'aria. In un angolo si stava raffreddando il cadavere di Giulia, dall'altra parte una stanza piena di secolari iscrizioni e rituali era ormai vuota e inutile. I compagni di battaglia si guardarono l'un l'altro: sebbene rigenerati, i segni della battaglia li portavano ancora pesantemente addosso. Si sentivano spossati, svuotati della loro energia, la furia dentro di loro aveva dato il massimo, avevano vinto una lotta gloriosa per poi perdere una battaglia senza neanche la possibilità di combatterla.
Erano stati traditi, e ancora non riuscivano a capacitarsene. Gabriel guardò il cadavere della compagna, chiedendosi se avesse dovuto officiare un rito funebre o pisciarci addosso e lasciarla a marcire. Alzò lo sguardo verso il prete, e per un attimo lo invidiò. Egli gli era così convinto della propria fede che tutte le anime umane – o semi-umane – avevano lo stesso valore: avrebbe fatto il possibile per salvarle, così da lasciare la scelta suprema nelle esclusive mani di Dio.
Per un attimo fu tentato di chiedergli se l'estrema unzione avrebbe funzionato allo stesso modo anche per lo spirito; ma non importava, lasciò stare e volse lo sguardo.
«Andiamo?» chiamò, prendendo istintivamente la forma di uran.
«Qui non ci facciamo più nulla, ma dobbiamo portare via Giulia e darle degna sepoltura».
«Quanto degna è da vedere». La voce del rahu era sprezzante. Era da appena qualche giorno all'interno del branco, e per la cahalith, senza tante lotte fianco a fianco, era solo la salma di un avversario infame. «Ci ha tradito, e ci ha attaccato. Lasciamola qui».
«No. Portiamola via. Poi decideremo». Ismael spinse il muso fra le sue vesti, cercando un appiglio sicuro e iniziando a trascinarla, senza aspettare le voci degli altri. «Dobbiamo uscire di qui. Dobbiamo rinvigorirci, prima di tutto. Ci serve Essenza».
«Sì, andiamo». Gabriel voltò il muso alle spalle, aspettando che gli altri due prendessero le forme di uran, poi iniziò la salita. Nicolau si avvicinò a Ismael, e lavorando con ancora più rispetto del compagno, i due iniziarono a trasportare la salma verso l'esterno. Cassio, lentamente, chiuse la fila, lasciando deserta la tomba alle sue spalle.
Decisero per seppellire temporaneamente Giulia, lasciandola al riparo dalla corruzione dell'aria. Lontana dal luogo del riposo del primo alfa, Adriano, e di Garo, pianti e onorati compagni, la sua salma avrebbe aspettato giorni che la situazione si tranquillizzasse. Dopo il ritorno di Pietro, risolto il “problema” puri, gli uratha avrebbero deciso di cremarla in una pira funebre. Il minimo delle celebrazioni pagane, un piccolo onore per una persona che li aveva accompagnati in battaglia fianco a fianco a rischio della vita, ma nessun rito o riconoscimento del popolo per un Lupo che aveva tradito i suoi compagni.
Interrato il corpo, il branco corse lontano, fino al locus, per eseguire, per la prima volta, il rito della Caccia Sacra. Erano deboli, ancora sentivano le ferite, ed avevano bisogno di ricaricasi di energia. Per l'incontro che avevano in programma, avrebbero avuto bisogno di molta più Essenza di quella che gli avrebbero dato i due loci in quel breve tempo. I Lupi attesero nervosi che Ira dello Spirito, l'ithaeur del gruppo, richiamasse uno spirito. La fame era tanta, come lo era la voglia i rivalsa. Gabriel tracciò cerchi e continuò a ululare, richiamando la loro preda prescelta: un gaffling minore, spirito cinghiale. Lentamente, lo spirito animale prese consistenza di fronte a loro. Poi il rito fu chiuso, la preda iniziò a correre, ed i Lupi si lanciarono al suo inseguimento, la braccarono, lottarono furiosamente.
Lo spirito si dimostrò però più forte del previsto, oppure il branco era più stanco di quanto fosse disposto ad ammettere. Quando l'ultimo morso discorporò la preda, l'energia spesa per quel combattimento si rivelò più del nutrimento ottenuto, cosa che tinse anche quella piccola vittoria di un sapore amaro.
Era notte inoltrata, ormai. Gli uratha avevano affrontato una giornata di sforzi e di sconfitte, e per quanto volessero chiudere con una mossa positiva, furono costretti ad ammettere che non era più il caso di rimandare il riposo. Li aspettava uno scontro che non sapevano se avrebbero potuto vincere, e le scelte che dovevano fare sarebbe stato meglio farle a mente lucida.
I Forgiati dal Sangue tornarono lenti alla propria tana, nella notte, con lo sguardo rivolto a Luna. Lei stava cambiando il suo volto, oscurando l'ultima parte di falce. Gabriel guardò negli occhi l'ultima delle notti che lo benedicevano. “Stiamo per affrontare i nostri nemici giurati, nemici di Luna, e lei sta togliendo proprio adesso i suoi occhi da me ”.
“Stiamo per affrontare di nuovo i nostri nemici”. Ismael guardò il cielo, sapendo che fra due giorni avrebbe avuto il vantaggio della Luna nuova. “Dopo mesi, si sta chiudendo il primo cerchio, quando tutto questo è iniziato”.
La notte era silenziosa, e accompagnava i pensieri dei Lupi. Lentamente, però, iniziò a salire, lontano, un ululato. Un canto. La voce di Pietro li raggiungeva da lontano, riuscivano a udirla ancora, anche se lieve e lontana. Da qualche parte, nel bosco, il cahalith stava cantando.
Brivido…
…freddo, brivido…
…gelido, brivido…
…isolato.
Smarrimento
Paura
e Dubbio.
Uomo
e Lupo.
Entrambi.
Nessuno.
Brivido… incerto.
Brivido… uomo.
Identità smarrita.
Identità ritrovata.
Dove
Fra le Unghie
nei Denti
sul Sangue
nei Gridi.
Negli echi dei primi ululati
che spaccarono il mondo.
Onore.
Gloria.
…freddo, brivido…
…gelido, brivido…
…isolato.
Smarrimento
Paura
e Dubbio.
Uomo
e Lupo.
Entrambi.
Nessuno.
Brivido… incerto.
Brivido… uomo.
Identità smarrita.
Identità ritrovata.
Dove
Fra le Unghie
nei Denti
sul Sangue
nei Gridi.
Negli echi dei primi ululati
che spaccarono il mondo.
Onore.
Gloria.
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