4 novembre 2008
Il secondo giorno fu trascorso in riposo, e in pianificazione.
Si ritrovarono nello stesso posto della sera prima, a sentire le stesse parole, ad eseguire lo stesso rituale. Come prima cosa, fecero un patto spirituale e si nutrirono dell'essenza di uno spirito. Poi, rinvigoriti dalla lotta, dal sapore della vittoria e dall'essenza che ritornava a scorrere dentro di loro, era il momento della discussione.
Passarono la giornata a decidere, pensare, andarono a caccia per il bosco, assaporando il sangue delle prede. Di tanto in tanto arrivava loro l'odore dei puri portato dal vento, trascinato a loro da qualche parte all'interno del loro stesso bosco. Ora che non si preoccupavano di mascherare il proprio odore, era una traccia anche fin troppo chiara.
Mai avrebbero lasciato un oggetto in mano ai loro avversari, ma gli uratha si resero conto che non avrebbero rinunciato a tutto, e che c'era in gioco il loro onore, la parola di un accordo, e la vita di uno di loro. E poi, gli anshega erano arrivati in pace, ed era vero, avrebbero potuto ucciderli tutti nella tomba, e non l'avevano fatto. Forse… forse non sarebbe stato così grave lasciare che prendessero la loro reliquia?; ma questa, era una domanda per cui tutti avevano già da tempo imparato una risposta.
Fu di Gabriel il compito di scoprire cosa fosse la zanna, il feticcio, come avevano immaginato. Era uno spirito fedele ai puri, e Ira dello Spirito sentiva l'astio attraverso l'oggetto, per essere maneggiato dal gruppo di uratha. Riuscì a capire che serviva, in qualche modo, per la forma da combattimento. «Anche questo, come l'altro».
«Cosa?»
«Questo feticcio fa parte di un gruppo, Cassio. Quando non eri con noi, il vampiro ce ne offerse un altro, e ci disse che faceva parte di un gruppo. Ho provato ad usarlo – era il mantello che aveva addosso il puro – e mi aiutava a prolungare la furia che ci mantiene in forma gauru. Però, anche quello era abitato da uno spirito fedele agli anshega.
«Quello ero riuscito ad usarlo, ma con questo è troppo difficile».
Ismael si fece dare la zanna, e cominciò a studiarne la consistenza. «C'è modo di disattivarlo, a parte distruggendolo?»
«No, non che io sappia. E comunque, anche se ci fosse, se ne accorgerebbero».
«Quindi?» Cassio non sembrava avere la minima voglia di scendere a patti con i puri. Più di una volta aveva fatto capire che, fosse per lui, gli sarebbe saltato addosso senza troppe parole, rialzandosi solo con le zampe affondate sui loro corpi. «Volete davvero lasciarglielo?»
«No, certo». L'irraka era pensieroso. Forse c'era qualcosa a cui non pensavano. «Ma è una situazione difficile». Forse c'era qualcosa che gli sfuggiva?
Continuarono a parlare fino a sera, ricaricandosi dell'energia del locus mentre questa lentamente lo riempiva. Quando fu buio, Ismael guardò la luna, nera nel cielo, e sentì il bacio di Luna. Mise una mano sulle pietre, conducendo il branco oltre il guanto, a parlare con il loro guardiano del locus.
«Ho già fatto troppi favori a voi, branco di uratha, senza che voi mi deste niente per ripagare i miei sforzi. Abbiamo fatto un patto, e voi non lo avete rispettato, l'edificio inquinamento è ancora là, indisturbato, e gli alberi si stanno corrompendo. Fino a quando non avrete fatto quello che vi deve, non chiedetemi altro».
Queste furono le uniche parole del Grande Pino del Monito dei Vinti. A nulla valsero le richieste, arroganti sia benevolenti, dei membri del branco. Il patto che avevano fatto con il grande albero quando erano da poco su quel territorio, gravava ancora sulla loro schiena. Quando avevano disgregato le azlu, avevano scoperto il locus ed erano passati dall'altra parte, il Pino aveva accettato di difenderlo dal lato spirituale, ma aveva richiesto un favore che ancora non era stato esaudito. Le scuse, ed i problemi, non erano più sufficienti per la mancanza.
Restarono a guardare il Pino allontanarsi, prima di ritornare nel mondo materiale. Si sarebbero dovuti liberare del ristorante, nonostante il patto che li vicolava a lui. Avrebbero trovato il modo quando fossero nuovamente tutti riuniti, più in là.
Quella notte, mentre sfogavano i pensieri e sgranchivano le gambe correndo lungo l'odore della paura di una preda di carne, la voce del loro alfa, lontana, melodica. Era un alternanza di ululati decisi, determinati, e dubbiosi, un canto del cahalith che lasciava pochi appigli a chi avesse voluto pensare.
Un canto che poteva solo essere ascoltato, col cuore aperto e nessuna domanda.
Io sono;
(furia)
Uomo
(calma).
Lupo
(selvaggio)
Spirito.
Questa terra è il mio regno,
la sua ombra è il mio respiro.
(caccia)
(passione)
(libertà selvaggia)
(hisil)
(foreste)
(armonia)
Io sono tutto questo. Non sono altro.
Questo è il mio sangue. Questa è la sua voce.
(leggende)
Le voci, le mille voci,
(voci)
sono storie. Memorie.
(rocconti)
Parole.
Verità?
Il mio sangue, il mio pelo, mi dice quello che sono.
Il resto…
…ha davvero importanza?
(Padre)
(furia)
Uomo
(calma).
Lupo
(selvaggio)
Spirito.
Questa terra è il mio regno,
la sua ombra è il mio respiro.
(caccia)
(passione)
(libertà selvaggia)
(hisil)
(foreste)
(armonia)
Io sono tutto questo. Non sono altro.
Questo è il mio sangue. Questa è la sua voce.
(leggende)
Le voci, le mille voci,
(voci)
sono storie. Memorie.
(rocconti)
Parole.
Verità?
Il mio sangue, il mio pelo, mi dice quello che sono.
Il resto…
…ha davvero importanza?
(Padre)
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