Secondo giorno
4 novembre 2008
L'aria fredda, di quei giorni che aspettano la primavera da vicino, di un freddo che porta già la promessa della stagione che si sta per aprire, si infilava nel loro pelo, mentre correvano fra gli alberi e fra i campi. All'interno del loro territorio, lungo quelle strade che con l'esperienza scoprivano essere praticamente prive di passaggio umano, dove anche l'odore dell'uomo era un odore remoto, avevano imparato che potevano spostarsi in qualsiasi ora della notte o del giorno.
Il branco di uratha si mosse verso la fonte nel bosco di Valcanneto, il locus più debole del territorio. Lo spirito del fiume, guardiano del lato oltre il guanto, avrebbe potuto essere un valido aiuto contro il branco di anshega; in fondo erano stati loro, poche settimane prima, ad attaccarlo per nutrirsi alla fonte di essenza.
Lo spirito del fiume aveva combattuto come poteva, ma alla fine era stato discorporato dai puri. Nel tempo la sua energia si era riaddensata in un corpus spirituale, ma ancora pensava di essere troppo debole per il combattimento, e che l'unico effetto che avrebbero avuto sarebbe stato quello di lasciare il locus libero per così tanto che qualcun'altro avrebbe potuto iniziare a riventicarlo. Non si sarebbe mosso; le sue parole furono così determinate che il branco neanche perse tempo a discutere. Gli accordi con gli spiriti sembravano portar loro più problemi che vantaggi, era meglio non insistere.
Pensarono che l'unico aiuto che potessero trovare potesse venire dai territori confinanti: nonostante non si potesse dire che ci fossero state ottime premesse né con i Lupi d'Ombra né con il Branco dei Laghi, avevano scambiato un accordo di reciproco aiuto, in caso di anshega nei loro confini. Persino il Branco delle Polveri, anche se dopo quello che era successo a Martina avesse chiuso ogni tipo di dialogo, non si sarebbe tirato indietro.
I Forgiati dal Sangue si riunirono attorno ai confini dei territori, ululando segnali di richiamo. Purtroppo, né il Branco dei Laghi, né i Lupi d'Ombra sembravano interessati ad accorrere ai loro richiami; gli ululati restarono senza risposta sia verso nord sia verso i monti, ad est. Il sole aveva già da tempo cominciato la sua discesa, ed i Forgiati dal Sangue non erano riusciti a trovare alcun aiuto per la situazione. Il fatto che nessuno avesse risposto ai loro richiami non era certo una rottura degli accordi, ma neanche deponeva a loro favore. Inoltre, la Visione e i suoi compagni avevano in sospeso informazioni su quello che stava succedendo con il traffico d'armi, ma erano giorni che non si erano preoccupati di farsi sentire. Con stizza, si decisero ad abbandonare la strada verso il Sasso, che segnava il confine dei loro territori, e percorrere di nuovo campi e boschi per andare a chiamare il gruppo a cui meno avrebbero voluto chiedere aiuto in quel momento: il Branco delle Polveri.
Arrivarono di nuovo al bosco di Valcanneto che già il cielo si stava facendo più scuro.
Gabriel scrutava il cielo, fra poco sarebbe stato il tramonto, e si sarebbero dovuti spostare al centro del bosco di Ceri, al rendez-vous coi puri. Non c'era molto tempo, e non erano disposti ad accettare che neanche questo branco rispondesse al loro richiamo, né che prendessero la cosa con calma.
«Io convoco il loro totem».
«Cosa?» Ismael era sbigottito, avrebbe giurato di aver capito male, se non avesse conosciuto ormai bene il suo compagno.
«Sì, non abbiamo il tempo di aspettare che rispondano, sempre che vogliano farlo. E sai quanto me che avrebbero tutte le ragioni per ignorarci, loro più degli altri».
«Sì, è vero. Ma non puoi, non puoi convocare il loro totem. Questo li farà incazzare parecchio. Ed a ragione».
Gabriel stava già iniziando a tracciare i segni del rituale, per una volta in forma umana e lontano dal suo locus. Ciononostante sembrava sicuro di riuscire a richiamare lo spirito. «Lo so, Ismael. Però è il modo più veloce per farli arrivare qui. Quando arrivano gli spiegheremo».
L'ithauer fu veloce ad eseguire il rituale, lo spirito pitbull comparve accanto a loro, senza opporre troppa resistenza… o forse senza fare lo sforzo di opporla. E, sapevano, non sarebbe passato molto prima che si presentasse il branco al completo. Ismael, Cassio, Gabriel e Nicolau si incamminarono fino all'ultimo passo prima del confine, mutando ciascuno nella propria forma, attendendo.
Non dovettero aspettare molto. Tre lupi uscirono fuori dal bosco al confine fra i territori. L'animale alla testa del gruppo superava di una taglia gli altri due; puntava dritto verso i Forgiati dal Sangue, seguendo le tracce del loro odore da dentro la boscaglia. Uscendo allo scoperto se li vide davanti, ma non per questo rallentò l'andatura. I suoi compagni assunsero la forma di urshul deviando verso Gabriel e Cassio, mentre lui si lanciò dritto verso Ismael, mutando nella forma da battaglia l'istante prima di portare il colpo.
Gabriel tentò appena di accennare una frase mentre si vide caricato dall'alfa del Branco delle Polveri, ma le parole furono tagliate a metà dall'impegno per schivare, e rispondere. Il grosso gauru portò uno, due colpi a segno. Gabriel e Cassio si limitavano a schivare i colpi, ma questo non sembrava far ragionare gli avversari. Poi, irruento come era iniziato l'attacco, l'alfa arretrò ritornando in forma dalu.
«NON OSATE, non osate mai più fare quello che avete fatto».
«Abbiamo fatto… ho fatto quello che ho fatto perché avevamo bisogno di contattarvi – Gabriel si avvicinò a lui – e dovevamo farlo in fretta».
Lo sguardo del rahu era duro e penetrante. «Non importa. Non fatelo mai più, o ve ne pentirete. Ora, avete accennato ai puri?»
«Sì, i puri sono nel nostro territorio».
«Dove sono?»
«Abbiamo un accordo. Hanno uno di noi come garanzia, ci hanno sorpreso quando eravamo più deboli, e non ci siamo potuto tirare indietro. Lo scambio è il nostro alfa per questo manufatto». Gabriel tirò fuori la zanna per mostrarla.
L'altro ithaeur, che fino a quel momento aveva mantenuto un silenzio cinereo, si destò dalla sua furia. «Che cos'è?»
«È un feticcio anshega, contiene uno spirito a loro fedele. Noi – in qualsiasi senso Gabriel volesse intendere quel “noi” – non siamo in grado di usarlo».
«E dal mio branco cosa volete?»
«Lo so che la situazione di Martina non si è ancora risolta, ma avevamo un accordo per i puri. Ci aspettiamo che lo rispettiate. Se venite nel nostro territorio, potete attaccarli non appena si allontanano».
«Se voi li spingete nel nostro territorio, ci penseremo noi. Di più non facciamo».
«Perché?» Il prete si sistemò il colletto, più stretto in forma dalu, mentre faceva sentire la sua voce. «Avete dato la vostra parola di aiuto».
«Sì, ma per come stanno le cose, non ci riguardano i problemi del vostro territorio. Il nostro aiuto consiste in questo: spingeteli nel nostro territorio e ci penseremo noi. Questo è quanto».
I suoi compagni conoscevano il proprio capo, e già stavano tornando alla forma di lupo con la quale erano arrivati. Gabriel si rivolse all'ithaeur. «Aspetta, una domanda: per annullare un feticcio, da quello che so l'unico modo è romperlo; è vero?»
«Sì».
Il colossale guerriero del Branco delle Polveri fece un passo indietro, continuando a guardare il branco confinante. «Avete altro da dire?»
«No. Aspettate però qui al confine – anche Ismael era tornato alla forma di lupo, e chiuse il discorso in nome dei compagni – i puri passeranno di qui, se possiamo farlo».
L'alfa fece un solo cenno, mentre già la sua statura diminuiva e i vestiti si fondevano al manto. I tre lupi scattarono, e sparirono poco dopo nella boscaglia, seguiti dal loro totem.
Ismael li seguì col naso e con lo sguardo fin quando fu possibile. «Questa volta li abbiamo fatti incazzare, Gabriel».
«Lo so, e me ne assumo tutta la responsabilità, ma avevamo bisogno di parlargli».
Cassio si avvicinò a loro «Beh, ora abbiamo altro a cui pensare. Cosa vogliamo fare con quei puri? Volete lasciargli il feticcio?»
«No, certo. Ma è più importante riavere il nostro alfa».
«Bene, andiamo, allora, e cerchiamo di ottenere il meglio. È ora». Quando l'ultimo di loro completò la forma di uran, Gabriel iniziò a muoversi verso il bosco, seguito dagli altri; solo Ismael si attardò un attimo, guardando il bosco lì dove poco prima aveva visto sparire i lupi. Non che si aspettasse qualcosa, ma lo aiutava a pensare.
Un'altra crepa si era allargata fra loro e il Branco delle Polveri, l'unico che, un tempo, avrebbero chiamato “alleati”. Con lo sguardo verso il loro territorio, si chiese come quello che avevano osato oggi avrebbe fatto sentire le sue conseguenze. Aveva imparato che in questa vita di rapporti di potere, ogni cosa era come una pedina che avrebbe avuto il suo peso.
Ma non era quello il momento. Luna era ormai padrona del cielo, e avevano altro da fare.
Agganciò la scia del loro odore, e partì di corsa verso i suoi compagni di battaglia.
Figli e figliastri di Madre Luna
4 novembre 2008 (Nesky)
Correvano i forgiati dal sangue, correvano verso l'epilogo qualunque esso fosse stato: che il sangue dei puri o il loro avesse permeato il terreno, se si fosse raggiunto un accordo o comunque si fosse conclusa quella maledetta notte, il capitolo puri sarebbe stato chiuso… o almeno questa era la loro speranza. Correvano quindi, alzando polvere con le zampe, polvere che si perdeva nel nero della notte, notte scura, notte senza la luna. Solo Ismael poteva scorgere il volto della loro furtiva madre, ed in cuor suo, tale celata presenza era estremo conforto. In Gabriel e in Nicolau invece, un insidioso pensiero strisciava malizioso nel cuore attraversando il loro spirito e avvelenando la loro stessa sicurezza: che fosse un caso o meno, i puri avevano scelto proprio la notte dove la loro madre era nascosta e cieca per suggellare il patto o arrivare allo scontro, ed il dubbio è un nemico contro il quale è ardua la vittoria. Solo Cassio correva apparentemente senza pensieri; il grosso muso da lupo tagliava l’aria fredda della notte che scompigliava i suoi peli, spettinando il suo muso ghignante pronto ad assaporare il sangue dei nemici.
Lo stormire delle foglie era l’unico suono nell’immobilità dell’aria. Tutto era immobile come a sottolineare la sacralità del momento. Il branco era fermo e l’unica cosa che avrebbe tradito la loro presenza, era il ritmico pulsare del sangue nelle loro vene. Il tempo stesso aveva smesso di scorrere. Ogni attimo era un’eternità, come un quadro immobile ed immutato nei secoli.
I sensi erano tesi come non lo erano mai stati, percepivano l’aria attorno a loro, percepivano ogni più piccolo animale. Si spandevano oltre quel bosco, oltre la città stessa, trascendevano la carne e l’hisil. Ogni fibra del loro essere era concentrata all’unico scopo di individuare una minima traccia… ed arrivò, magra ricompensa, inutile consolazione arrivò: l’odore.
Che sia per sfida, per orgoglio o per semplice sicurezza, i puri questa volta non persero tempo né energia per coprirlo. Con arroganza si sparse l’effulvio nero come la guerra per la foresta, annunciando come sfacciato araldo il loro arrivo. Mischiato con esso però v’era un’isola di sicurezza, una familiare essenza, che come uno specchio d’acqua calma in un mare in tempesta, porta sicurezza nei cuori dei naviganti, l’odore di Pietro. Esso portava però con se l’amaro sapore delle ferite, fisiche e spirituali, del tradimenti della loro compagna di branco.
Un ombra scese in una spirale, silenziosa come la morte, posando la regale figura su di un forte ramo, dominando dall’alto con la sua cornuta presenza.
Arrivarono.
In quell’attimo il tempo tornò a scorrere con tutta la solennità del momento, e nessuno sembrava volerlo profanare con le parole. Fu Ismael che, per primo, lacerò il silenzio ignorando i puri e chiedendo al suo alfa conferma di ciò che i suoi sensi avevano già percepito e disse:
«Pietro, come vanno le ferite»
con voce rassicurante l’alfa rispose
«Profonde, soprattutto nell’anima. Non sono guarite, ma nemmeno aggravate… mi hanno trattato bene».
Il branco fu sollevato da tali parole, ma non erano così folli da abbassare la guardia. Il momento di gioia si esaurì all’istante quando il più giovane dei tre parlò. Le sue parole furono taglienti come zanne ben affilate.
«Noi abbiamo rispettato la nostra parte del patto, ora sta a voi rispettare la vostra…»
Gabriel istintivamente, portò la mano al feticcio e lo estrasse. Guardò gli altri. Ismael, prudente come sempre fece cenno di attendere, Nicolau, che aveva sempre palesato il disprezzo totale verso i puri, fece un impercettibile segno di diniego con la testa e Cassio, stringendo i pugni e serrando i denti, accennò un rabbioso passo avanti, fermato solo da uno sguardo del proprio alfa.
Il giovane Toccato dal Fuoco, resosi conto dell’esitazione continuò la frase. «…Sono convinto di essere tra gente onorevole, e per questo è lungi da me l’idea di proferir minacce. Siamo venuti qui per riprenderci ciò che è nostro, ed ovviamente dopo avervi concesso una tregua per risanare il vostro corpo, ci aspettiamo un trattamento onorevole. Potrei uccidere il vostro alfa con un singolo colpo, è ferito, debole. Ripeto però che non sono qui per minacciarvi e mai farei qualche cosa di così disonorevole e, per altro, provo anche della simpatia per lui. Sono quindi convinto che voi non mi portereste mai a tal punto, e rispetterete il vostro patto, onorevolmente, consegnandoci la zanna».
Ci fu un attimo di silenzio. L’aria divenne più tesa che mai. Il cuore degli uratha era spaccato a metà tra la voglia di sbranare quei tre e l’orgoglio dell’onore.
Ismael fece un passo «noi siamo qui per trattare» disse. Nel branco puro ci fu una risposta immediata, ed il più grosso dei tre fece un passo avanti minaccioso e bramoso di assaporare sangue uratha. Per la prima volta l’alfa, “il più puro tra i puri”, parlò «Non farai un altro passo, né tu» indicando Ismael «né tu» squadrando l’anshega alla sua sinistra. Pietro fece un cenno. Entrambi si fermarono. Nicolau, investito da Luna stessa dall’arduo compito del mediatore disse: «Voi avete invaso il nostro territorio, per lungo tempo. Questo non possiamo tollerarlo».
«Vero, e di questo vi chiediamo perdono. Eravamo alla ricerca di quella nostra reliquia, e se ci fossimo presentati e vi avessimo chiesto il permesso, non ce lo avreste accordato. Per questo ci siamo introdotti di nascosto. Ma ora il nostro compito è finito, quindi non appena recuperato ciò che ci spetta di diritto, ce ne andremo di qui per non far più ritorno».
«E chi ci garantisce che voi non tornerete!» esclamò Gabriel «Due feticci facenti parte della stessa stregua sono entrati a contatto con noi, chi ci dice che non vi troveremo più tra i piedi? E poi come avete fatto a prendere la pelle di lupo?»
Il giovane rispose alacremente. «Che ce ne possa essere un secondo nella vostra area è un caso remoto»
«Ma non impossibile» replicò Ismael.
«No, non impossibile» aggiunse pronto l’anshega «ma se tra noi continuerà la tregua, nulla vieterà, nel caso remoto scoprissi un secondo feticcio nella vostro territorio, di chiedere il permesso della ricerca per non incorrere “nell’errore” fatto in quest’occasione».
Quel dannato bastardo era fottutamente bravo con le parole, penso l’elodoth.
«Per quanto riguarda il vampiro, poi, era troppo stupido per sapere con che forze stesse giocando. Voleva solo un locus per i suoi rituali senza senso. Ve ne era uno vicino al suo palazzo. Glielo abbiamo ripulito e segnalato. È bastato per farci donare il feticcio. Avreste potuto farlo anche voi… ma non lo avete fatto».
I forgiati dal sangue strinsero i pugni. Non riuscivano ad appellarsi a nulla. A tutti gli effetti nessuno era venuto meno ad alcun patto, ed in ogni modo si volesse vedere la cosa non riuscivano a soddisfare la loro sete di vendetta.
«Che ne è stato dell’archeologo?» chiese Nicolau.
«Quel disgraziato è morto d’infarto prima che ci potesse aiutare a trovare l’ubicazione della caverna. Per questo vi abbiamo seguito, ci siamo accorti che voi ne sapevate più di noi».
«E di Giulia? Ci avete detto che sapevate già che fosse un segugio funesto».
A queste parole gli occhi di Pietro divennero tristi e tanto dovette fare l’alfa per evitare che lacrime amare velassero il suo sguardo, che soprattutto in un occasione come quella sarebbe dovuta essere l’emblema dell’autorità.
«Vi ho già detto che vi tenevamo d’occhio. Ci eravamo resi conto che lei spesso abbandonava il branco per fraternizzare con le entità oscure».
«Entità oscure?» qui la curiosità di Gabriel prese il sopravvento.
«Si, spiriti immondi, creature di morte che farebbero rabbrividire anche il più sanguinario Zi’ir».
Per un attimo tutti tacquero.
Poi quasi di comune accordo i Forgiati dal Sangue proposero «Voi conoscete queste entità? Sembra di si, e a quanto pare conoscete bene anche i territori limitrofi al nostro. Quindi per riscattare la vostra invasione, dateci delle informazioni e noi terremo fede al nostro patto».
Il toccato dal fuoco guardò il suo alfa che assentì.
«E sia!» Il giovane disse loro ciò che sapeva sugli spiriti in questione e sui branchi confinanti. In special modo parlò dell’ingenuità del branco delle polveri, e delle trattative poco chiare che la visione faceva con spiriti dalla dubbia provenienza. Come ultimo gesto di onestà il toccato dal fuoco acconsentì a consegnare la tavoletta etrusca a Gabriel, che con riluttanza ma con onore alzò stringendo nel proprio pugno la zanna dicendo: «libera Pietro e potrai prenderla». Il branco puro sorrise. Con una spinta fece avanzare Pietro, nel mentre il gufo reale, silenzioso come sempre, calò su Gabriel, ghermendo con i suoi artigli la zanna e consegnandola al toccato dal fuoco.
«Bene» disse il ragazzo «Ora se volete cercherò di aprirvi gli occhi sulla realtà, prendetelo come un gesto di amicizia. Cercherò di spezzare le catene che vincolano i vostri polsi per rendervi liberi».
«Siamo curiosi!» esclamò Ismaele, mentre Nicolau incrociava le braccia pronto a sorbirsi quelle che per lui sarebbero state sicuramente una sequela di balle.
L'altra faccia di Madre Luna (Nesky)
4 novembre 2008
«Questa è una storia vera…
«Vi hanno mentito. Tutte le storie che vi hanno raccontato sulle nostre origini sono sostanzialmente vere, ma vi hanno taciuto delle parti importanti, e sono sicuro che dentro di voi si agiti qualche cosa che ve lo possa confermare. La maggior parte di voi vogliono ignorare quelle grida, ma se lasciate aperto il vostro cuore le sentirete urlare.
«V’era un tempo, in quel di Pangea, dove noi eravamo i massimi predatori, eravamo come di diritto in cima alla catena alimentare, e non v’erano spiriti, animali o uomini che non si inchinassero davanti a noi, e davanti al nostro vero alfa, Urfarah: Padre Lupo.
«Ma ci fu lei, quella puttana, nostra madre, Luna, che tradì. Vi hanno raccontato che scese bellissima e splendente, gioiosa, che si offrì, che offri il suo vero amore a nostro padre. Ma non vi hanno mai raccontato del vero aspetto, quello mutevole ed ingannevole. Persino sugli uomini Luna ha l’effetto di farli impazzire e ciò è risaputo anche tra i ciechi umani. Essa non era innamorata ma gelosa di nostro padre, della sua potenza. Scese e lo fece innamorare di lei e noi nascemmo. La nostra nascita contribuì al suo indebolimento, vero, ma non bastò per fiaccare il Guerriero che c’era in nostro padre. Luna però era paziente, attese il giusto momento e nel frattempo rimaneva come una sanguisuga appiccicata a noi e a nostro padre. Venne poi lo spirito della filatrice. Oh, se non ci fossimo stati noi, Urfarah l’avrebbe divorata, ma si era indebolito, e prima di darle il colpo di grazia lei riuscì ad inoculare il suo veleno che lo indebolì. Fiaccato dalla filatrice prima e dal signore delle pestilenze poi, Urfarah tornò a noi, e per il suo orgoglio di alfa non ci mostrò i segni del veleno e della malattia, che con il tempo sarebbe guarita. Luna se ne accorse e capì che era giunto il momento. Parlando con voce melliflua insinuò il dubbio ai suoi nove figli che ormai nostro padre era vecchio e debole e li aizzò contro il nostro vero alfa. Fu un’idea di quella puttana, non vostra. Solo tre dei nove figli capirono il tradimento ma non riuscirono a fermare gli altri sei. Padre lupo fu abbattuto. Luna così prese il suo posto finalmente trionfante. A conferma del fatto che non lo abbia mai veramente amato, è il fatto che non solo vi ha “perdonato” per aver ucciso il suo amante ma vi ha anche premiato per aver svolto così bene tale compito. Peccato che quel premio non fa altro che guidarvi a svolgere il suo volere e da allora voi lavorate per lei, giurate sul suo codice. Da allora lei tiene le catene e vi usa come cani addestrati. Parte di questa storia potete estorcerla anche ad alcuni dei saggi rinnegati, molti cahalith conoscono la verità così come ve l’ho raccontata sui combattimenti con la filatrice e con il signore delle pestilenze, solo… che è una verità scomoda. Io lo dico per farvi aprire gli occhi. So che non basta questo per convincervi, lo credo bene. Ma spero di aver almeno stuzzicato la vostra curiosità verso la verità. Approfondite e quando vi sarete convinti sarò felice di annoverarvi tra le nostre schiere, e combattere fianco a fianco per riprendere il posto che ci spetta in cima alla catena alimentare».
Il racconto fece rabbrividire gli uratha e dovettero frenarsi per non saltargli al collo quando l’anshega dette della puttana a Luna, loro madre.
Il veleno del dubbio però era ormai stato inoculato e tutti, nel loro intimo soffocarono l’intenzione di voler approfondire tale leggende.
Dopo di che come da accordi gli uratha si inoltrarono nel bosco per scortare gli anshega fuori dal loro territorio e tutti sparirono inghiottiti dalla notte.
Il Gufo Reale (Nesky)
11 novembre 2008
Arrivarono al confine con il branco delle polveri, dove l’Aurelia correva come un serpente d’asfalto, facendo da ponte sicuro tra territori rivali.
A poche decine di metri i puri si arrestarono. Qualcosa li aveva fermati. Il lupo rosso annusò l’aria, ed un primo ringhi sommesso uscì tra i denti serrati. Subito le labbra scoprirono i denti, feroci guerrieri dalle bianche armi, l’espressione di furia era inequivocabile.
Ismaele idovinò il motivo. Dall’altra parte del territorio oltre i loro confini, rispettando il malizioso accordo, Le Polveri attendevano nascosti.
Cercando di mantenere in piedi il sotterfugio anche lui si mise a ringhiare.
Bastarono solo poche occhiate per mettere d’accordo i branco puro. Il loro odore andò velocemente scemando fino ad assottigliarsi completamente e sparire. Il loro totem che li seguiva dall’alto del cielo stellato, scese leggero e dalle sue stesse ali calò una fitta nebbia. Quand’essa toccò terra, coperti alla vista e all’olfatto i puri si buttarono in una corsa pero la loro vita stessa.
In pochi istanti erano invisibili.
Le Polveri quando si resero conto uscirono allo scoperto e lanciando ululati di guerra, fecero tremare la terra stessa gettandosi all’assalto del branco puro.
L’odore ed il fragore della battaglia iniziò così a perdersi nell’orizzonte.
Tirare il fiato
11 novembre 2008
La eco degli ululati dei Branco delle Polveri si era allontanata fino a svanire nel silenzio, e nonostante tutto l’irraka continuava a fissare dritto davanti a sé gli alberi da dove era sfilata la nebbia, sembrava riuscisse a sentire ancora qualcosa, laggiù. I brevi scatti delle sue orecchie ed il movimento appena percettibile degli occhi erano l’unica cosa che tradiva la sua posizione di controllo. Solo lentamente, quando già gli altri compagni si erano ritirati ed erano tornati alla più comune forma ishu, mosse le zampe, tirandosi velocemente in posizione eretta e mostrando a Luna il suo volto umano.
«Voi sapevate tutto questo, vero? Sapevate che le Polveri li stavano aspettando al confine?» Non era una vera domanda. Pietro sembrava, più che irato, amareggiato dalla situazione. «Non avevamo detto, scusate, che se ne sarebbero andati via dal nostro territorio “in pace”?»
«Sì, certo, questo era l’accordo. Abbiamo parlato con il Branco delle Polveri prima del tramonto, e li abbiamo avvertiti della presenza dei puri, come d’accordo».
«Quindi, Gabriel, sapevate che li stavano aspettando, no?»
«Certo. Il Branco delle Polveri non aveva problemi ad attaccarli. E noi saremmo potuti andare oltre il confine ed aiutarli nella battaglia». Cassio serrò i pugni e digrignò i denti mostrando le zanne, sentendo la mancanza di una lotta che aveva già pregustato.
«Li avemmo sconfitti, Pietro».
«Non ci giurerei, Gabriel. Erano… grezzi. Il ragazzo, quello più gracile, è lupo mannaro da dieci anni. Noi da pochi mesi».
«Cosa?? – Ismael rimase sbigottito – Il ragazzo? Io… è quello che avevo individuato come il più debole del branco. No, forse non sarebbe stato uno scontro così facile».
«Già. Non in questo momento, almeno – anche lui, nonostante tutto, nonostante le ferite, aveva combattuto con l'istinto di lanciarsi all'attacco – e non in questo modo, soprattutto. Loro sono stati onorevoli, forse avrebbero potuto massacrarci, alla tomba, e noi gli abbiamo accordato l'uscita dal territorio. E poi che fate?»
«Pietro, quello non è il nostro territorio – Nicolau si fece avanti nel discorso – e quello che gli abbiamo promesso l’abbiamo mantenuto. Sono usciti indenni dai nostri confini, poi quel che succede fuori non è affar nostro». Il lupo prete guardò in fondo, verso i più lontani ululati del Branco delle Polveri. «Come stessi loro non hanno avuto alcun interesse a quello che sarebbe accaduto nel nostro». Era un “loro” molto vago, visto che l’astio nella voce del prete sembrava diretto a entrambi i branchi – uratha e anshega.
«Padre…» , ma l’alfa non completò la frase. Rimase a guardare i suoi compagni, e la notte stessa. Si ritrovavano dove si erano lasciati, a quanto pare: nulla veniva lasciato in sospeso. Uno per uno, tutti sembravano d’accordo che nello scortare i rivali in una via sicura verso le fauci dell’altro branco non ci fosse niente di così abbietto. Il cahalith si scoprì stanco, stanco nella parte umana del suo essere.
Le ferite inferte dalla sua ex-compagna di luna avevano lasciato segni profondi sul corpo, ma anche nello spirito; aveva passato giorni fianco a fianco agli anshega, e per quanto l’avessero rispettato, per quanto fossero stimolanti i racconti del ragazzo-predicatore, si trattava sempre di vivere coi suoi avversari, per di più ferito. E l’odio che l’alfa del branco ha continuato a manifestare per tutto il tempo era una presenza quasi palpabile. Quelle notti, s’era lasciato dietro i suoi guardiani salendo nel punto più alto che poteva raggiungere, e si era liberato di tutti i pensieri, la rabbia, i dubbi che lo opprimevano. I suoi compagni, le scelte di un’etica che era un misto di onore umano e ferina ferocia, un miscuglio esplosivo; i racconti del Marchiato dal Fuoco, quei dubbi, che nonostante tutto trovavano un appiglio per non svanire… Fece uscire tutto dalla sua voce, con forza, con tutto il fiato che aveva in corpo, lontano, libero come l’aria, l’ululato più ampio possibile.
Pietro non aveva voglia di combattere, ora, un’altra battaglia. Era tardi ormai, sentiva quella stanchezza che si sente quando uno sforzo, finalmente, si conclude. Riprendendosi dai suoi pensieri, tornò a guardare i suoi compagni; e, alla fine, il prete.
«Padre, questo non è né l’onore, nè la purezza in cui tanto eccelleva nostro Padre – saltò per un attimo ad incrociare altri sguardi, di Gabriel, e di Cassio – ma sembra, piuttosto, un discorso da avvocati. Gli avevamo garantito un’uscita tranquilla, ma li abbiamo portati in una trappola». Aspettò giusto l’attimo che qualcun’altro aprisse bocca.
«Ma…»
«Ma – tagliando col tono della voce qualsiasi obiezione – pare che la trappola non abbia funzionato, e sono stati più scaltri di noi. Bene così, abbiamo troppo a cui pensare, e questo chiude il discorso».
Li guardò, ma nessuno aveva nulla da dire. Avrebbe voluto che finisse lì, ma mancava ancora qualcosa che era meglio sbrigare subito.
«E se qualcuno ha qualcosa da dire, su quanto è successo ultimamente, è questo il momento migliore per dirlo».
«Sì. Certo». Ismael.
«Pietro, Gabriel, – entrambi si voltarono verso l’irraka, accigliati – non sta a me bloccare i vostri diverbi, e se volete scontrarvi, fatelo pure. Ma il branco viene prima di tutto, e uno scontro aperto nell’hisil è come minimo troppo rischioso. Se volete, scontratevi adesso, ma non quando è un pericolo per il gruppo.
«E questo, dovresti saperlo anche meglio di me, Pietro».
“Già. Ma…” L'alfa riprese fiato. «…ma alcune volte ci sono scontri che non possono essere rimandati. E sia, Ismael, era una situazione pericolosa; ma lo sapevamo sia io che Gabriel. Se arriviamo a scontrarci in un momento simile, vuol dire che forse è il caso che ci lasci stare». Guardò l’ithaeur, col suo silenzio sembrava condividere le parole del suo alfa. «Va bene, ma la prossima volta non osare interromperci. Bene?»
Fine. Non era una domanda che richiedesse una risposta. Nessun’altro aggiunse altro. Il discorso era chiuso. «Bene.» Poi la sua voce assunse tutto un altro tono. «Altro?»
La trappola tesa agli anshega aveva avuto l’ottimo effetto di permettergli di vedere un azione il loro gufo reale. Tutta la segretezza di quel branco era svelata, e se questo non la faceva perdere di potenza, toglieva un alone di mistero che era stato un vantaggio psicologico per il gruppo di puri. Una nota mentale di Gabriel fu quella di saperne di più dai luni – che ironia, quegli stessi luni che i puri rinnegano – su quello spirito totem, appena possibile.
Il branco di puri sembrava una cosa sola con i doni del suo totem, due elementi in sincronia, Lupi e spirito, fino a sembrare una cosa sola, per uno scopo solo. La mancanza di un totem per i Forgiati dal Sangue si faceva sentire come una ferita più fitta, quella notte. Oltre ad un vantaggio tattico, era un elemento di unione, un’anima comune che desse senso a tutto quello. La presenza di uno spirito guida, più che un accordo di convenienza, in giorni come quello sembrava essere una necessità del loro stesso sangue.
“Una necessità che non ha nessuna ragione nella leggenda di Padre Lupo”, pensava Pietro in un angolo della mente, una angolo pieno ancora di due giorni di racconti, parole, accesi discorsi; ma in fondo era solo un angolo. Avevano deciso che spirito avrebbero cercato, cacciato se necessario, accontentato, perché diventasse totem di tutti loro. Fino ad ora avevano permesso ai loro problemi di passare davanti a questa necessità, ma era il momento di cambiare. “Forse, forse stamo lentamente diventando dei Lupi Mannari”. Pietro sorrise.
Il giorno seguente, avrebbero corso per tutto l'hisil in cerca di uno spirito torre, cercando per la parte spirituale di tutti gli edifici, senza sapere ancora come avrebbe fatto, ma si sarebbero mossi. Solo dopo, avrebbero pensato a tutto il resto. Tuttavia, prima di tutto, anche prima del riposo, mancava una cosa. Presso le pietre del locus del bosco il cahalith ascoltava le parole del suo compagno sdraiato a terra, rilasciando le sue ultime energie, mentre Ira dello Spirito invocava preghiere agli spiriti della misericordia e della forza, avanti fino a quando entrambi gli uratha non furono esausti, corpo e spirito. Poi Pietro si rialzò dall'erba, godendo del corpo nuovamente sano. Toccò la spalla dell'amico, poi partirono a caccia.
Sul ventre del lupo che correva in testa due linee parallele, scavate da un unico artiglio, non erano guarite del tutto: una come artiglio sanguinario, per l'ammonimento di fare appello a tutte le proprie capacità e doni in ogni scontro, senza dare nulla per scontato; e una come cahalith, per aver scelto, fino all'ultimo, fino alla certezza, la salute di tutto il branco anche a rischio della propria vita.
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