La Divoratrice
14 ottobre 2008
Si lasciarono la Divoratrice alle spalle, ancora con le viscide parole dello spirito che percorrevano le loro teste, cercando di afferrare tutte le implicazioni del discorso. Cercando gli intrecci coi Puri, con l'archeologo.
«L'archeologo dev'essere passato di qui! Per forza, non c'è soluzione». Cassio camminava fuori dalla radura, ancora ragionando sulla fine del professore. «Ragazzi, pensiamoci, non può essere sparito nel nulla… a me viene in mente solo un elicottero!»
«Probabilmente – rispose, qualcuno – un elicottero sarebbe stato vistoso. Troppo».
«Gabriel, sai – la forma urshul di Ismael ululava il primo idioma, sondando col naso l'aria intangibile dell'Ombra alla ricerca di tracce – trascinare un uomo in Hisil?»
«Non contro la sua volontà, comunque. Mi chiedo se fosse d'accordo…»
Pietro era di nuovo scandendo l'Hisil per l'odore del braco di puri, e di nuovo l'odore era flebile, vecchio forse di giorni. Questa cosa gli faceva rizzare i peli sul collo; erano sempre tre passi avanti a loro! «Qui non c'è odore di archeologo. Dovrebbe esserci. Ma c'è odore di anshega».
«Vecchio, debole… Mascherato. Posso farlo anche io». Il muso di Ismael si rivolse verso di loro. «Tutti loro possono mascherare odore, forse».
«Tutti? – l'alfa sembrava dubbioso – Tu puoi coprire noi?»
«No. Non posso. Tutti, devono potere».
Un ricordo risvegliato di recente colpì l'ithaeur «Ricordo che anche il primo di loro fu difficile da stanare – la sua mente andò a mesi prima, e poi ad Amore Nascosto – anche il primo anshega aveva capacità di mimetismo. È possibile che ora stiamo combattendo solo il resto del branco, e che questo sia il loro stile comune…»
«Totem!» Il primo idioma di Pietro modulava un ululato di rabbia. Sotto, c'era anche un senso di incompletezza del suo gruppo, la mancanza di uno spirito guida. Prese la decisione di rimediare al più presto e la mise da parte, un'altra volta. «È possibile… – lentamente, la forma mutò verso il Dalu – …che sia proprio il totem, che riesca a celarli? In questo caso, potrebbero nascondere anche l'archeologo, esatto?»
«C'è da indagare. E comunque perché farlo sparire proprio accanto alla Divoratrice?…»
«Insomma! Che siamo a fare?» Il colossare urshul di Cassio fremeva di impazienza per passare all'azione, da qualche parte. Il sangue di luna piena richiamava il suo branco all'azione.
«Sì Cassio, hai ragione. E la prossima cosa che voglio fare è epurare la zona del casale. Anche se non sapremo chi ha portato le armi, possiamo lo stesso bonificarla. Altro?»
«Vorrei interrogare i Luni. Abbiamo due avversari di cui non sappiamo nulla: la Divoratrice… e gli spiriti Armi. Meglio attaccare…»
«…quando sappiamo di più». Pietro completò la frase del compagno, mentre il suo corpo mutava in un lupo di due metri. Iniziò a muoversi, richiamando il branco verso il locus.
La collina della Furia
14 ottobre 2008
I Luni sembrarono molto più disposti parlare della Divoratrice che delle Armi. Accanto al locus, il branco aspettò in pazienza la fine del rito, che Gabriel riferisse quanto aveva appena appreso. Alcuni iniziavano già ad assaporare il gusto immateriale dei propri avversari sulla propria lingua, ma attesero.
Quando l'itaehur finì di riferire quello che aveva saputo, toccò le pietre e offrì la mano al branco, e un minuto dopo erano di nuovo nell'Hisil, correndo verso il loro obiettivo, pianificando. La lezione nel mondo materiale gli aveva insegnato quanto fossero letali le armi, e quando fosse inversimile sperare di coordinarsi senza un piano d'attacco. Anche se questa volta, avrebbero avuto dalla loro parte la forma da battaglia.
Quattro sentinelle, per i quattro lati. Qualcosa mancava, forse qualcuno sen'era andato. Quando Giulia, Cassio e Gabriel saltarono addosso alla prima, ammantati di nebbia, si accorsero che non era così: dai limiti della radura, dove furtivi aspettava il resto del branco, sbucarono altri quattro spiriti, impegnando da subito Pietro, Ismael e Nicolau in uno scontro separato. Anche se la forza degli uratha era superiore, i piccoli jaggling avevano dalla loro un'ottima coordinazione di combattimento: riuscivano a muoversi sincronizzati e colpivano tutti lo stesso bersaglio; sembrava quasi avessero un'unica mente. Non che la cosa potesse salvarli.
Mentre da una parte Pietro e Nicolau riuscivano ad atterrare e bloccare uno spirito, la furia del kurut di Gabriel terminava il lavoro del resto del branco. Avevano un ostaggio, e lo avrebbero interrogato appena il branco si fosse riunito. Ma qualcosa andò storto. Quel piccolo spirito fece qualcosa: Pietro saltò indietro, bloccato dalla paura, continuava a fissare lo spirito senza riuscire a muovere un muscolo. Il lupo prete ringhiò, prima al suo alfa e poi allo spirito. Lo spirito, di suo, lo guardava, come se si aspettasse che qualcosa dovesse succedere. Passarono lunghi secondi, interminabili. Gli ululati di calma e tranquillità indirizzati a Gabriel sembravano lontani. Nicolau alzò di nuovo lo sguardo verso Pietro, poi… Anche lui saltò indietro, come spaventato, pochi attimi, abbastanza perché lo spirito potesse mettersi in fuga. Una fuga che durò poco: Pietro riuscì a muoversi, e l'ira covata in quegli interminabili secondi, e l'ira nata dalle ferite, e la furia della battaglia, si scaricarono in un'unica artigliata, abbastanza da disgregare lo spirito.
«Che diavolo ti ha preso?» Gabriel, ripresosi da poco dal kurut, aveva ancora il tono della voce alterato. «Che diablo hai fatto?»
«Lo spirito… non riuscivo a muovermi, come se avessi una tremenda paura…» Pietro non era preoccupato, ma gli dava fastidio essere sembrato così…debole. «Ha fatto… qualcosa».
«Io ricordo: te eri spaventato».
«Padre, anche te eri spaventato, anche te sei saltato indietro come ho fatto io, e l'hai lasciato andare». Il pensiero di non essere stato il solo, era come un piccolo sollievo.
«Non mi sembra. Ricordo che eri spaventato. Terrorizzato?» Il padre sembrava non ricordare, o forse non voleva dirlo. “Mente?”, Pietro fissò negli occhi il suo compagno, cercando di capirlo “O ci crede davvero?”
«BEH, non importa. Che cavolo ti ha preso a disgregare così l'ultimo spirito che poteva parlare?»
Già. Si era fatto prendere dalla rabbia. Ma non era l'unico. «Gabriel, a volte in battaglia capita di muovere un artiglio prima di pensare. Non mi sembra che sono l'unico che si fa prendere dalla furia, no?»
Il signore delle tempeste sembrò accusare un colpo su un nervo scoperto. Alzò il tono di voce. «Che vuoi dire? Che-cosa-intendi?» disse, dirigendovi verso l'alfa.
Ismael saltò fra di loro, ululando calma. «Questo non è il luogo, non è il momento». Bastò questo richiamo alla prudenza a farli riprendere. Avevano tanto altro da fare quel giorno.
Perlustrarono il capanno prima di andarsene. Non c'era niente, e le casse di armi, prive della loro controparte materiale stavano smaterializzandosi. Qualsiasi traccia di ciò che avrebbero potuto proteggere era svanita nel nulla. Forse non c'era mai stato niente, ma trovarono i resti di un cerchio tracciato nell'Hisil, attorno alla collina. Impossibile, nello stato in cui si trovava, dire a che cosa fosse servito, ma portava il segno inconfondibile dei fratelli.
Si mossero in un luogo senza spiriti, tutti sfuggiti alla furia libera dei figli di padre lupo. Quella collina sembrava segnata da qualche forza particolare. Allontanandosi, Pietro si voltò indietro. Quel posto aveva scatenato tre kurut in pochi giorni, e proprio lì lui si era lasciato andare all'ira per ben due volte.
Decisamente, stava succedendo qualcosa di particolare. E chissà, che altre conseguenze avrebbe tutto ciò avrebbe potuto avere; solo il tempo glielo avrebbe detto.
Tracce Archeologiche
14 ottobre 2008
Davanti all'ospedale, il ragazzo aspettava, accanto a lui l'amico aveva l'aria di essere con un passo e mezzo nel regno dei morti. L'odore, per l'olfatto dei figli di madre luna, portava una forte malattia, ma non ricordava nulla di sovrannaturale. Neanche il prete, mentre confortava l'assistente dell'archeologo ancora in piedi, vide alcunché di anomalo.
Gabriel fece un giro della zona, i suoi occhi di colori diversi dietro gli occhiali da sole scrutavano i due mondi, indagando senza scoprire spiriti sospetti. Si avvicinò al gruppo per poco tempo, salutò facendo le sue condoglianze, e si allontanò. Il suo primo proposito era quello di andare a trovare Martina; lo interrogassero loro il ragazzo, lui in suo l'aveva visto. Cassio e Giulia lo seguirono nell'ospedale.
Il ragazzo aveva chiamato il prete appena mezz'ora prima. Il primo dei tre, quello malato, era morto, ed il secondo si era sentito male quella mattina, era degenerato velocemente ed ora aveva la febbre altissima.
«Portalo all'ospedale, all'Aurelia Hospital, e portacelo subito. Ma aspettami prima di entrare, ti accompagno. Ci vediamo lì, parto subito».
Fuori dall'ospedale il ragazzo raccontò quel che sapeva; praticamente nulla. Non avevano toccato niente di particolare, non avevano fatto scavi, non ultimamente e soprattutto non per i manufatti. Gabriel non aveva visto spiriti ostili dietro a loro, e non sembravano esserci spiriti in crepuscolo. Raccolte le poche informazioni, Pietro e Ismael preferirono tornare a custodire il territorio, in particolar modo la casa, in quel momento vuota. Lasciarono il prete a curarsi di quella povera anima, a convincerlo a farsi ricoverare, ad ottenere qualcosa di più concreto. Speravano che trovasse un modo semplice di entrare in casa, ma si sarebbero preparati a fare anche senza.
Gli odori intorno alla casa non dicevano nulla di nuovo: tracce lievi del gruppo di puri, il professore che si allontanava. Nicolau rimediò il mazzo di chiavi di casa, e quando il resto del gruppo arrivò entrarono tutti insieme dall'ingresso principale.
Nei due piani della casa i segni erano quelli che si aspettavano: la stanza da letto al piano superiore era abitata dagli spiriti della malattia e della morte attirati lì dall'essenza generata, lo studio del professore era ordinato e pulito. Non un appunto, una traccia, un numero di telefono che potesse dare una strada. Lieve, la traccia di un odore di duemila anni si mischiava all'odore degli odiati avversari oltre l'unica porta chiusa della casa. Si ritrovarono lì davanti tutti insieme; nel mazzo di chiavi del prete c'era una chiave anche per quella porta. Oltre, una scala che portava in basso.
L'ampia, unica sala era piena di ogni attrezzo di lavoro, posati ordinatamente su tavoli e banchetti, diversi manufatti facevano bella mostra un po' ovunque nella stanza. La stanza da lavoro del professore e del suo gruppo era ordinata come tutto il resto, non c'erano tracce evidenti degli anshega di cui si continuava a sentire l'odore. In un angolo dopo una rapida occhiata ritrovarono il pezzo più importante della sala: il vaso etrusco ritrovato. Tralasciando quello che c'era intorno, Ismael andò subito a controllarne l'interno, cercando il secondo manufatto, ma come era prevedibile il vaso era vuoto. Si divisero, odorando e cercando tutto quello che avevano a portata di mano.
Il vaso era vuoto, ma la superficie interna non era omogenea. Su un lato c'erano dei segni di graffi verso l'alto, qualcuno che l'aveva afferrato, artigli probabilmente: anche se le unghie umane potessero lasciare segni analoghi, un archeologo è l'ultima persona al mondo che farebbe una cosa del genere. Sulla superficie esterna il vaso era decorato dalla raffigurazione di scene di battaglie. Sembrava simbologia etrusca, ma… c'era qualcosa che non andava. Non avrebbe saputo dire cosa, ma Pietro era sicuro che non tutto, in quel disegno, fosse “a posto”. Il resto dell'ampio spazio di ricerca sembrava non presentare nulla di interessante, né un'annotazione né un foglio di appunti; niente di niente. Solo alla fine, saltò fuori un foglio isolato, appunti di una grafia che forse non era quella del professore.
riporta quello che diceva il foglio
Se le scene di lotta sul vaso, se quello stile “sbagliato” era un suggerimento al Popolo, questo non lasciava spazio ai dubbi. “La Furia”. I lupi la conoscevano troppo bene per non riconoscerla. E erano anche troppo forti le allusioni al feticcio di Marco Aurelio Della Valle, indossato ormai un mese prima.
Il vampiro compariva di nuovo, ancora una volta.
Da quella casa sembrava essere sparito ogni appunto, e il secondo manufatto.
C'era odore dei puri. Quello che mancava erano segni di effrazione. Da quello che avevano visto, quei lupi non andavano molto per il sottile, però…
Il professore era sparito, andandosene senza dire nulla. Oltre la tomba etrusca, interrompendo il suo odore in un luogo particolare, territorio di uno degli spiriti più antichi che i Forgiati dal Sangue avessero conosciuto. Non poteva essere un caso.
Che ruolo aveva la Divoratrice? Non aveva nessun patto in corso con nessun altro, avevano detto i Luni. Però, forse, il patto si era appena concluso… possibile?
Possibile che lo spirito avesse appena mangiato carne umana?
Pietro pensò che il sogno si stava avverando più velocemente di quanto si aspettasse. Non erano riusciti ad interpretarlo, e solo uno studioso sembrava essere ancora in piedi. La scorsa volta non erano riusciti a impedire nulla… e questa volta, l'ultima parte del sogno era la sua stessa morte!
Gli interrogativi aperti, al posto di restringersi si erano allargati.
L'ultimo assistente del professore avrebbe dovuto rispondere ad altre domande, ma non quella sera.
Quando ormai Luna iniziava a scendere, il branco si preparava all'ultimo sforzo della giornata.
Ismael tornò a casa, pronto a vedere l'alba se carpire qualche informazione dai computer portatili degli studiosi lo avesse richiesto. Pietro, Gabriel e Cassio, intanto, si rimisero in viaggio verso Roma, per odorare cosa stesse succedendo attorno al palazzo del vampiro.
Nessuna traccia del professore dalle parti dell'EUR, purtroppo, ma la sortita non è stata un buco nell'acqua: gli anshega - di nuovo loro! - erano entrati, un po' di tempo prima. E il loro odore era forte, molto più marcato che nel Territorio, e questo poteva solo significare che lì si sentivano abbastanza tranquilli da non preoccuparsi di mascherare il loro odore!
La rabbia ma anche nuove prospettive li accompagnarono nel viaggio di ritorno. Un patto fra i puri e il vampiro era una strada per rifarsi sul vampiro, finalmente. E un tassello in più, forse, che avrebbe aiutato a riepire i numerosi spazi mancanti.
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