giovedì 6 marzo 2008

I tre generali

Il messaggio del Grande Pino
11 novembre 2008
Appena recuperate le forze col riposo della notte, il gruppo si mise in moto, per prima cosa, si divise. L'alfa e l'ithaeur si concentrarono a ritemprarsi dopo il faticoso rituale di guarigione, invoncando per la terza volta in quei giorni l'antico patto della caccia sacr. Una caccia breve e circoscritta, solo tre cacciatori lanciati a nutrirsi della preda, mentre nel cuore della foresta, l'irraka e l'elodoth rimasero a guardia del locus e del territorio da presenze umane. Nicolau nel frattempo si informò della sorte dei ragazzi: anche l'ultimo dei tre assistenti dell'archeologo non era riuscito a salvarsi dall'inspiegabile malattia, e la questione sarebbe passata alle autorità ufficiali.
Il problema di scoprire la malattia era ormai in mano agli umani, ma era tutto degli uratha il compito di scoprire chi, quella malattia, l'avesse portata. Dentro di loro erano certi che si trattasse di qualcosa di soprannaturale, e prima o poi avrebbero dovuto scoprirlo. Gli anshega avevano negato, né avevano effettivamente interesse a uccidere i ragazzi, una volta scoperta la tavoletta; e Veronica aveva detto, infine, che Marco Aurelio non era in grado di fare nulla del genere, anche se “ci dovrebbero essere alcun fratelli che si dice abbiano capacità del genere, che portano o trafficano con le malattie; si fanno chiamare Morbus”; un piccolo gruppo, quasi una famiglia. Ma la coincidenza che avrebbe portato altri vampiri a occuparsi delle stesse prede dei puri era eccessiva. Archiviarono il problema come una qualche maledizione della tavoletta, una piccola questione messa in ombra da tutti gli altri pensieri. Nicolau chiuse il cellulare raccomandando in mente sua le anime di quei poveri ragazzi a Dio, incappati in qualcosa che Egli ha voluto troppo più grande di loro.

I Lupi si radunarono alle rocce del locus. Toccandosi l'un l'altro, Ismael guidò il gruppo attraverso il guanto, lentamente, fino ad prendere consistenza spirituale nell'ombra del mondo. Mentre stavano ancora all'interno del guanto notarono, Gabriel e Nicolau prima degli altri, che qualcosa non andava, non andava affatto. Prendere consistenza sembrò diventare assurdamente lungo, e appena poterono iniziarono a muovere nervosi passi mentre cercavano con gli occhi e con il naso nel mondo spirituale. Ovunque guardassero, del Grande Pino non c'era traccia.
«Maledizione, ha abbandonato il locus!»
«Dopo l'ultima discussione, ha detto che non ci avrebbe più aiutato… e ha mantenuto la parola». Gabriel si concentrò sull'emanazione energetica delle pietre, e si rese conto che l'essenza di quel punto era stata già assorbita. “Da tutte le entità che senza un guardiano sono libere di banchettare al nostro locus. Dannazione!” «Come immaginavo, il locus è vuoto».
Pietro aveva saputo del litigio la notte prima, ma aveva sperato che il loro guardiano fosse meno arrabbiato di quanto gli avevano riferito. Invece, del grande spirito non c'era traccia. «Credo che a questo punto risolvere la questione del ristorante sia sempre più prioritario. Abbiamo continuato a rimandare, e queste ne sono le conseguenze. Non possiamo più tardare».
«Già, hai ragione. Peccato che la discarica di Malagrotta sia troppo pericolosa».
«Io propongo di portarcelo lo stesso, sarà lo spirito della discarica ad occuparsi di lui. Dopotutto nell'hisil vale la legge del più forte, non stiamo qui a fare da balia ad uno spirito».
«Cassio, abbiamo un patto con il Ristorante dell'Infestazione, lo sai. Non possiamo trasgredirlo».
«Un patto del cazzo, lasciatelo pure dire! Non ha senso promettere ad uno spirito che gli troverai un posto tranquillo in cui vivere». «Sì, questa volta Cassio ha ragione – intervenne l'elodoth – come potete aver stipulato un patto del genere? Ho giurato di dare agli spiriti ciò che gli è dovuto, ed anche se il patto è stato stipulato prima che facessi parte del branco, un dovere vostro è un dovere mio… ma lasciatemi dire che, questa volta, non ha senso».
Fu Ismael dal primo idioma del suo urshul a rispondere ai compagni. «Nicolau, Cassio, voi c'eravate?… No, appunto. Questo patto è stato fatto in un momento in cui era necessario. Eravamo di meno, e…»
Un piccolo spirito scoiattolo si avvicinò al branco, saltando da una parte all'altra come fosse uscito dal nulla. Ismael si interruppe per seguire l'intruso, dubbioso. Lo scoiattolo cercava loro, e gli portò un messaggio del suo padrone: «Il Grande Pino del Monito dei Vinti vi manda un messaggio. Da adesso non si occuperà più del vostro locus. Dice che è stato fin troppo buono, lui. Fareste bene a rispettare i patti, e fareste bene a farlo in fretta. Questo è tutto». Detto questo, si girò iniziando a saltar via per i rami degli alberi.
«Aspetta!» Lo scoiattolo si fermò fra un ramo e l'altro, girando la testa verso Gabriel. «Dì al tuo padrone che al più presto il patto sarà rispettato». Il messaggero si girò, come se nulla fosse, senza dire altro.


I tre generali
11 novembre 2008
Nell'hisil, i cinque del branco assunsero la forma urshul e scelsero la loro direzione. La spiaggia era lontana, si trattava di una lunga corsa per tratti di ombra ancora inesplorati; una strada da fare di corsa schivando i pericoli, ma probabilmente ne sarebbe valsa la pena.

Fin dai primi passi che avevano mosso insieme, gli uratha aveva combattuto per il territorio, conquistandolo palmo a palmo, avversario dopo avversario, imparando come mantenere e controllare delle terre in cui risuonavano ancora gli echi delle urla dell'idigam che ne era uscito dieci anni prima. I figli di Luna erano stati forgiati da quella corsa per la difesa di un terreno, forgiati dal sangue dei due compagni che per quelle battaglie avevano dato la vita. Quelli che erano rimasti, erano uniti da uno spirito di difesa, e di battaglia. Per questo, quello che sarebbe stato il loro totem doveva essere uno spirito di protezione, di unione e di territorio, e, infine, uno spirito di guerra.
I compagni si erano accordati nel cercare quello che più di ogni altro incarnasse il loro spirito e che nascesse direttamente dalle proprie terre. Edificio di difesa, di postazione di controllo e fortificazione di battaglia, la Torre era il simbolo e lo spirito di quanto i Forgiati dal Sangue sentivano li legasse fra loro.
Dopo alcune indagini, era la Torre Flavia ad essere risultata l'edificio di difesa con la storia più lunga, e particolare. Il solo fatto che una torre si erigesse alla fine di una lingua di terra verso il mare, ne faceva edificio di controllo ad ampio raggio, e spesso primo e unico baluardo di difesa contro le invasioni. La torre è ancora lì al suo posto, nonostante sia la seconda guerra mondiale l'abbia lasciata spaccata in due, in piedi noncurante a fare il suo lavoro di sempre, segno della forza spirituale di pietre che altrimenti sarebbero crollate già da molto tempo. Ma questo è solo l'ultimo episodio che una torre costruita in epoca romana, continuamente riadattata, armata, modificata, potrebbe raccontare.


Il riflesso spirituale della spiaggia era ampio, leggermente più scuro, il mare era una distesa di acque vive, come un mare sempre in tempesta che volesse protendere le sue dita verso l'aria sopra di lui. La sabbia era …serena, avrebbero detto: una delle rare cose nell'ombra il cui aspetto non sembrava una versione cupa e deforme della parte materiale. Tutto sommato, la baia di Ladispoli sembrava essere un luogo abbastanza ospitale. Il problema grosso è che, al limite della striscia di terra che la ospitava, non c'era alcuna traccia del riflesso spirituale della torre. “Almeno, avevamo ragione, non si tratta di uno spirito dormiente”.
Pietro, Gabriel e Cassio si incamminarono verso il posto dove sarebbe dovuta essere la torre, Ismael e Nicolau alla retroguardia come al solito. Avanzarono senza sentire alcun odore sospetto, senza nulla che li facesse bloccare, o sospettare qualcosa, fino al corrispettivo del centro della torre materiale; ma ai loro piedi nessuna traccia.
Poi fu un movimento impercettibile. Il misto di sabbia e terra su cui poggiavano i piedi sembrò muoversi, scivolare all'indietro, come mosso da un alito di vento che non c'era. L'ithaeur, e poi il rahu, si avvicinarono al movimento, mentre Pietro s'erigeva in dalu restando a distanza. «Veniamo in pace – gridò nell'aria – stiamo cercando lo spirito di Torre Flavia, e non abbiamo intenzioni violente». Si guardò in giro, sperando che qualcuno avesse recepito. In tutta risposta, accanto a lui la sabbia iniziò a muoversi, e lentamente una testa, e un collo, e dei capelli da cui scivolava continuamente sabbia salirono verso l'alto. Uno spirito spiaggia dalle fattezze di una ragazza si mostrò fino al busto.
«Voi siete i nuovi guardiani di questo territorio, vero?»
«Sì, siamo noi».
«Per fortuna, qui non c'è stato più nessuno da molto, molto tempo».
«Siamo in questo territorio da poco. – Nicolau si fece di scatto avanti e rispose allo spirito – Però, spiega cosa intendi dire?»
Quando l'elodoth si avvicinò, lo spirito spiaggia si fece per un attimo indietro, rientrando di qualche centimetro nella terra mentre studiava il nuovo venuto. «Voi… avete detto che stavate cercando lo spirito della torre, vero? Anche io lo sto cercando, lui era il guardiano di questo posto, e senza di lui le cose stanno peggiorando».
«Perché se ne è andato?» Pietro guardava lo spirito risalire, lento.
«Non lo so perché, ha partecipato alla guerra, era uno dei tre generali. Ma da quella guerra non è più tornato. Alcuni di noi sono andati a cercarlo, ma quelli che sono tornati indietro non hanno scoperto nulla. Poi, lentamente, non è andato più nessuno».
“Ancora la guerra contro l'idigam. Questa terra è segnata da quella guerra, profondamente, e molto più di quanto immaginassimo”. «Non pensi – continuò l'alfa – che magari è stato ucciso?»
«No, è vivo. Lo sento. E poi la torre è ancora in piedi, no?»
«E allora – fu il turno dell'ithaeur, di fare domande sullo spirito – forse se ne è andato da un'altra parte, semplicemente? Ma tu pensi di no…»
«No, infatti». Il tono della ragazza sembrava stupito. «Proteggere questo posto era il suo compito. Non se ne sarebbe mai andato da qui, lui».
Gli uratha si guardarono, uno con l'altro. Sembrava che la caccia fosse molto più difficile del previsto, ma nessuno per questo sembrava meno determinato. Ottimo. L'alfa riprese la parola. «Noi vogliamo cercarlo. Per favore, dicci di più su Torre Flavia, e su questi tre generali».
«Lo spirito della torre era uno dei tre spiriti che guidarono i branchi di lupi mannari nella guerra contro l'idigam. Forse già sapete che la guerra si svolse dieci anni fa. Da quelle battaglie, lo spirito non è più tornato.
«Lui era… è il braccio destro dello spirito di Ladispoli, l'ha sempre aiutato a controllare la città. Da quando è sparito, lo spirito di Ladispoli resta nascosto, e la sua influenza in queste zone è minima; e così la situazione sta inesorabilmente peggiorando, di anno in anno.
«Ho provato a cercarlo, ma niente. Io non mi sono spostata, ho mandato degli altri spiriti, ma non ho raccolto informazioni utili. Non vedevo l'ora che un nuovo gruppo di uratha si stabilisse nel territorio. Posso dirvi che uno degli altri generali è qui vicino, è lo spirito della Rocca di Cerveteri. L'altro dovrebbe essere nel bosco, è il Pino del Monito dei Vinti. Il Pino era il generale in comando, e la Torre il secondo. Da quanto ne so, la Rocca doveva essere il generale più forte nel combattimento, ed era sempre in prima linea con le truppe».
La notizia riuscì a lasciare senza parole tutti e cinque i Lupi. L'elodoth avrebbe voluto mordersi un labbro, ripensando a quando avesse detto pochi giorni prima, stizzito, al Grande Pino. Avevano sempre pensato a lui come a uno spirito potente, ma nei limiti del suo bosco. Scoprirlo alla guida di decine e decine di lupi mannari, all'attacco dell'idigam, lo stava mettendo sotto una luce completamente diversa. Gabriel e Ismael si guardarono per un attimo: stavano ripensando ai primi incontri con lui, al primitivo pensiero di “liberarsi di lui” ed a quanto adesso potesse sembrare follia. Addirittura, anche farlo arrabbiare ritardando la risoluzione di un patto in questo momento sembrava molto stupido.

Con l'assenza del Pino, sarebbe stato anche più difficile cercare il totem. Diventava necessario trovare un altro posto allo spirito ristorante, liberarlo, e portarcelo, che lui lo volesse o no. Avrebbero rispettato il patto, e l'avrebbero fatto quella sera stessa, se possibile. Continuarono a parlare di come comportarsi, e di dove sarebbe stato il caso di andare, per tutto il tragitto verso Cerveteri. Prima di tutto, infatti, sarebbero andati a parlare con il terzo generale.



La Rocca
11 novembre 2008
«So che mi stavate cercando».
Lo spirito della Rocca di Cerveteri, il terzo generale, li aveva fatti guidare fino nelle sue stanze. In fondo alla lunga sala, seduto su un trono, quello che li stava aspettando era uno spirito dalle sembianze quasi completamente umane, appena più grande ma proporzionato come un uomo, e quello che aveva addosso aveva la forma di paramenti militari che coprivano un'armatura dall'aspetto di un muro di mattoni.
«Ti stavamo cercando, infatti. Noi siamo i Forgiati dal Sangue, e siamo il nuovo branco di questo territorio». Di fronte al nuovo, potente spirito, l'elodoth aveva preso parola in rappresentanza di tutti loro.
«Ho saputo di voi; ma fino adesso non siete mai venuti qui in città. È la prima volta che vi vedo». Lo spirito si alzò in piedi, avvicinandosi al gruppo di Lupi.
«Stiamo cercando il suo compagno di battaglie, lo spirito della Torre Flavia».
Il generale li stava passando in rassegna uno ad uno, studiandoli, saggiandone, in qualche modo, la forza. Sembrava un capo che valutasse le forze delle proprie truppe per la battaglia. «Sì, eravamo in tre. Lo spirito della torre è disperso in guerra, dieci anni fa, mentre il Grande Pino del Monito dei Vinti si è ritirato dal campo, ed ha scelto di non combattere».
Non si trattava di un'armatura: quei mattoni sotto il vestito erano la pelle stessa del generale. Anche se aveva una forma a loro familiare, e un volto umano, c'era qualcosa di asurdamente strano nell'aspetto di quello spirito. Oltre alle parole, ai vestiti, alla sua stessa pelle, qualcosa nella carnagione, negli occhi freddi, e nell'atmosfera che lo circondava. Sembrava che fosse sempre pronto alla battaglia, che potesse iniziare correre verso le linee nemiche in testa ad un esercito l'istante successivo. Guardarlo sembrava di vedere l'aria limpida e fredda di un campo di battaglia pochi minuti prima dell'alba: pronta all'inferno che si sarebbe scatenato e allo stesso tempo distante, come se non dovesse accadere nulla.
«Ma la guerra è finita, no?»
«Il primo generale si è ritirato dalla battaglia quando è morto il suo branco. Illuso, la guerra non finisce mai».
«Giusto». Cassio rispose; una sola parola, che non sfuggì allo spirito. Si girò verso quel soldato enorme e possente, e sorrise un cenno d'assenso.
«Quindi – il portavoce riprese – il Grande Pino era il totem di un branco?»
«Non ha mai saputo dire di no, ha il cuore troppo tenero, si era fatto legare troppo facilmente. Ora, però, da quanto ne so rimane all'interno della sua foresta, e non ne esce più». Il ghigno sul volto dello spirito della Rocca era sprezzante.
“Politica”. A Pietro ritornarono in mente le parole del pino, quando si rifiutò di aiutarli ad attaccare lo spirito discarica, a Malagrotta. “È tanto tempo che ci sono accordi con altri spiriti, è qualcosa di simile se volete a quella che voi chiamate: Politica”. C'era qualcosa a che fare con tutto ciò? Il Grande Pino del Monito dei Vinti non era si muoveva più dal bosco, da dopo la guerra. E parlava di una specie di accordo fra grandi spiriti…
«E invece che fine ha fatto la Torre Flavia?»
«È sparito. Nessuno sa dove sia, e da allora lo spirito di Ladispoli si nasconde come un cane, e la sua città si sta degradando lentemente».
«Noi avremmo interesse a ritrovare lo spirito della torre, siamo quasi sicuri sia ancora vivo – azzardò il lupo prete – e qualsiasi informazione o aiuto potesse darci, noi siamo pronti a metterci al vostro servizio».
Il generale si voltò verso di lui «Potete andare». Il tono era perentorio.
«Cosa??» La voce di Nicolau era stupita, ma il volto degli altri dalu tradiva su tutti la stessa espressione. «Vorremmo sapere se è interessato a ritrovare il suo compagno di battaglie…»
«Senza dubbio. Oggi abbiamo fatto le presentazioni. La prossima volta, parleremo. Potete andare».
Il tono era più duro, questa volta, e non ammetteva repliche, che non arrivarono. Gli uratha si congedarono dal generale e nel silenzio tornarono fuori dal castello. Qualsiasi commento era lasciato a territorio neutrale. Quando erano arrivati, già dai primi passi nella città avevano avuto la sensazione di essere più osservati del solito, e nella piazza centrale erano stati avvicinati da spiriti organizzati a sapere cosa volessero. Fu poi uno di quegli stessi spiriti ad indicargli la strada per il generale. L'influenza dello spirito della Rocca si estendeva per tutta la città, e sembrava prendesse tutti gli spiriti che la abitavano. Gli uratha erano abituati al controllo del pino su buona parte del bosco, ma una città è decisamente più densa, caotica, e immaginarla tutta sotto lo stesso spirito era… difficile da pensare. Il branco uscì in silenzio, non disse una parola fino a quando non raggiunsero le pietre del locus, e non ripresero forma nel mondo materiale.



Verso Roma
11 novembre 2008
Il locus era ovviamente vuoto, e non se lo sarebbero aspettato altrimenti. Lo spirito della Rocca non aveva voluto altro che conoscere gli uratha, “fare le presentazioni”, e li aveva congedati senza dirgli nulla che li potesse aiutare. Non potevano più rimandare una soluzione per il Ristorante della Contaminazione. Il problema di dove metterlo era un problema secondario, ma andava affrontato. Di discorporarlo, o di ingannarlo, non se parlava neanche. Pietro sembrava determinato come Nicolau a tenere fede alla parola data, ed gli stessi Ismael e Gabriel non andava affatto di rompere un patto con uno spirito che loro stessi avevano stipulato. Cassio era l'unico a schierarsi contro il patto, perché un accordo del genere era del tutto a vantaggio dello spirito e solo svantaggio per il branco.
L'unico posto che conoscevano, Malagrotta, era abitata da uno spirito che sembrava decisamente potente, troppo per poterlo sfidare: anche se si fosse trattato di combattere fianco a fianco al ristorante stesso, lo spirito della discarica aveva probabilmente dalla sua parte tutto un suo coro spirituale. La discarica era anche un locus più potente di quanti ne avessero a loro disposizione, in un luogo che non sembrava rivendicato da nessun branco, e l'idea di metterci uno spirito di loro conoscenza era dura da scartare. Tuttavia, non era il momento giusto, né potevano perdere altro tempo. Così scelsero Roma. Dalle parti sud della capitale avevano individuato qualche deposito comunale che poteva fare al caso loro. Con un po' di fortuna sarebbero riusciti a trovare al ristorante un luogo abbastanza vicino al palazzo del vampiro, Marco Aurelio. Adesso sembravano in pace con il vampiro, ma iniziare a mettere pedine da quelle parti non sarebbe stato male.
Il piano era semplice: andare, scegliere, liberare.



La discarica di Roma
20 novembre 2008
Passarono accanto a tre depositi, con l'occhio di Gabriel che guardava oltre il guanto e studiava l'area nel suo riflesso spirituale. Due, dagli odori che sentirono, sembravano territorio di due gruppi di lupi mannari, ma il terzo sembrava libero. Non avrebbero avuto guai, probabilmente, l'unica cosa degna di nota oltre l'ombra era un covo di una qualche specie di animale spirituale.
Il passaggio che conoscevano, nel vicolo, vicino al palazzo di Marco Aurelio, era abbastanza vicino. Una corsa di venti minuti nell'hisil sarebbe bastata. Probabilmente gli altri branchi usavano qualche altro locus più vicino, ma un gruppo di Lupi nel proprio territorio può essere molto più pericoloso del mondo dell'ombra. Lasciarono la macchina e le moto poco distanti, si avviarono e si resero conto che il vicolo non era sgombro. Due uomini erano fermi da quelle parti, parlando del più e del meno. A vista non portavano armi, ma i vestiti erano abbastanza larghi da nasconderne senza problemi.
Gabriel e Cassio si avvicinarono. I due si girarono a guardarli e uno gli parlò con tono arrogante. «Ehi!, questo non è un bel posto, sapete? Credo sia meglio che ve ne andate».
«Andatevene voi, piuttosto». Il tono di Cassio non era intimidatorio, ma calmo, abbastanza da far innervosire i due. «Vi conviene».
«Ehi, ehi, ragazzi, sentite, questo non è un posto per farvi, cercatevi un altro vicolo. Hai capito?»
«No». Cassio sorrise. «Andateci voi da un'altra parte, noi vogliamo stare qui».
Il rahu e l'ithaeur, affiancati, erano abbastanza grossi da chiudere abbastanza la via d'uscita del vicolo. Continuavano ad avanzare, lentamente. Pietro a passi lunghi iniziò a muoversi verso di loro.
«Senti…» l'altro si fece avanti, verso Cassio. Non sembrava spaventato dalla minaccia, o questa l'aveva fatto scattare. «Senti brutto stronzo, il mio amico ti ha detto di andartene. Faresti bene a dagli retta, o ti presento l'amica mia». Si avvicinò fino a guardare i due metri e dieci di uomo dal basso, portando una mano dentro la tasca del giubbotto per far vedere il pezzo nascosto.
«Non mi fai paura. Però fra poco mi farai pena».
Anche l'altro fece un passo avanti. Gabriel si allargò d'istinto, tenendo le mani lontane dal corpo in segno di pace. Per combattere a lui non sarebbero servite armi, non questa volta. «Calma, non siamo qui per farvi male, è meglio che ve ne andiate».
L'altro infilò la mano sotto la giacca, a cercare la sua arma. Fu in quel momento che Pietro, facendosi largo fra le spalle dei compagni, fissò i due e lasciò la sua furia sovrannaturale uscisse fuori anche in forma umana. Come se avessero visto una delle forme aliene del lupo, i due furono assaliti da un panico senza logica, che gli saliva dagli angoli più selvaggi della mente. Accecati dalla paura, l'uomo che Pietro aveva guardato direttamente negli occhi scattò, infilandosi fra Gabriel e il muro, sbattendo al cassonetto e continuando a correre, l'altro estrasse la pistola per puntarla, tremante, verso il cahalith. Pietro fece una mossa di troppo, l'uomo lasciò partire un colpo, completamente fuori mira, ma fu sufficiente a far scattare rabbiosamente Pietro, che lo prese di impeto, disarmandolo e sbattendolo al muro.
Lasciato andare, anche il secondo uomo fuggì, lasciandoli liberi. Non visti da nessuno, lentamente i cinque passarono dall'altra parte.
A chiuderli nel vicolo, nell'hisil, uno spirito fluttuante, la testa era come una maschera di gesso che sotto il naso si frammentava in tanti pezzi fino a disintegrarsi. Non aveva bocca, ma frammenti di maschera. Gabriel gli scattò addosso in forma da battaglia, mentre gli altri Lupi furono assaliti da una sensazione, da qualcosa che li lasciò vuoti, chiusi. Scattarono oltre lo spirito e cominciarono a correre. Solo Cassio riuscì a fermarsi, girarsi, e tornare indietro ad aiutare Gabriel. La sensazione passò solo quando i due riuscirono a discorporare lo spirito.

Ai confini della discarica, la sensazione era di un posto tranquillo. Il covo sembrava vuoto, e non c'erano grossi spiriti che si muovevano nella zona. Sembrava ce ne fossero addirittura troppi pochi. Il branco si era fermato ai margini del deposito, ancora in forma urshul dopo la corsa, il fiato appena breve per la fatica, i sensi all'erta. Cercavano qualunque cosa ci fosse, chiunque volesse rivendicare quel posto come il proprio; si assicuravano che non ci fosse nulla, prima di iniziare il rituale di convocazione per il ristorante.
Fu l'ithaeur a scattare. Corse verso il centro della discarica, gridando solo «Fate blocco!» e un ululato di guerra. I compagni gli corsero dietro. Fecero appena a tempo a mettersi uno spalla all'altro, che fra il riflesso spirituale di ogni tipo di rifiuti spuntò un topo, saltando per mordere Gabriel. Poi un secondo, e un altro, e un altro. In pochi secondi il branco era circondato da decine di topi, sbucati da cunicoli nascosti dall'immondizia, che protendevano i loro denti verso di loro. Piccoli avversari, ma decisamente numerosi. Il gruppo continuò a colpire, mordere, combattere fino ed oltre la fine della forma da battaglia, incassando morsi da molti degli spiriti che li attaccarono. Piccole ferite, ma numerose. Quando tutti gli spiriti del covo erano stati sconfitti, il branco era stanco, provato dal combattimento.
Ira dello Spirito si mosse subito, iniziando a preparare il rituale per la convocazione dello spirito ristorante, mentre gli altri quattro urshul iniziarono a muoversi in cerchio, lentamente, pronti a proteggere il maestro dei rituali da qualsiasi pericolo. Gabriel non era affatto sicuro che il ristorante avrebbe acconsentito ad essere convocato così, affidandosi ciecamente a loro; ma tra non acconsentire e non volere c'era una bella differenza, e l'ithaeur non ne voleva sapere più delle conseguenze di quel patto. Mentre tracciava, lentamente, un cerchio abbastanza grande da contenere lo spirito ristorante, sentiva che non ci sarebbero stati problemi a concludere il rito. “Alla fine verrà. Non so quanto contento, ma oh, se verrà!”.



Il patto è concluso
25 novembre 2008
Lo spirito ristorante apparve, senza apparente sforzo per l'ithaeur esausto. La forma spirituale si materializzò davanti a loro, al centro dell'immenso cerchio, e quelle che erano i suoi strani occhi iniziarono a scrutare subito la zona, intorno a lui a 360 gradi, prima di parlare o di fare qualsiasi tipo di cenno. I Lupi restarono in attesa.
«Mi piace», disse, semplicemente. «Va bene, ritengo questo posto adatto, e con questo considero concluso il nostro patto». A quelle parole, Cassio digrignò i denti, gli sembrava quasi umiliante, ma si tenne per sé il suo attimo di rabbia. I tre membri più anziani, Ismael, Gabriel, e poi Pietro, sembravano più di tutto sollevati dall'essersi tolti finalmente un patto scomodo, sotto certi aspetti quasi disonorevole per un branco di uratha.
Nicolau, sempre più voce del branco fra gli spiriti, parlò. «Bene, spirito, allora come recita il nostro accordo, questa sarà la tua dimora, e non tornerai ad occupare il nostro territorio».
«Sì, come ho detto, mi piace, resterò qua».
«E, di quello che era il tuo discanto, se persistono a restare nel nostro territorio andranno incontro al loro destino».
«Fate ciò che è nel vostro istinto, non importa. Altri ne verranno».
La voce del prete si faceva gradatamente più determinata. Questa volta, finalmente, non si trovavano nella condizione di chiedere l'elemosina di uno spirito, o cercare di ritardare la chiusura di un patto. Avevano fatto quello che si erano presi in carico – avevano dato allo spirito ciò che gli era dovuto – e lo spirito ora avrebbe dovuto rispettare la sua parte. «Abbiamo liberato questo posto da una colonia di spiriti, prima di richiamarti. Là – l'lelodoth indicò l'angolo dove si trovava l'uscita del covo – ancora ci sono i resti del loro covo. Sai anche te che torneranno».
«Sì, non mi aspettavo un posto sgombro da spiriti, e non mi fanno paura. Nell'hisil il posto migliore è del più forte». Sorrise, sicuro della sua forza.
«A questo punto, ti propongo di continuare lo scambio fra noi, spirito». La voce dell'elodoth suonava adesso profonda, sicura del peso che avevano le sue parole. «Qui vicino c'è un locus, che ogni tanto potrebbe farci comodo usare anche se è lontano dal nostro territorio».
Il prete indicò, nei termini dell'hisil, la posizione e la distanza del locus. La facciata dell'edificio sembrava accigliata, cercando di prevedere le parole del Lupo. «Continua, uratha».
«Se tu riuscissi a farci da guardiano a quel posto, potresti prendere praticamente tutta l'essenza che genera, a noi interessa come punto di passaggio quelle poche volte che ci sarà necessario».
«Il locus che mi hai segnalato è lontano da qui; tutto sommato, però, è molto lontano anche dal vostro territorio. Per adesso devo capire come muovermi, qui dentro. Vedrò quello che posso fare; per ora non posso dirvi di più».
«Così sia, allora». Un leggero sorriso di soddisfazione si fece strada, nonostante tutto, fra i peli del suo viso di dalu. Dal patto concluso era riuscito a tirare fuori di più, ed era stato anche semplice più di quanto si aspettasse.
«Bene, spirito». Pietro si fece avanti, oltre il suo compagno, fin sotto quello che era l'ingresso dell'edificio nel lato mortale. La sua forma stava lentamente cambiando in quella di urshul, e dietro di lui anche gli altri compagni si prepararono alla corsa. «Il nostro accordo è concluso, finalmente. Ci rivedremo, presto, per adesso ti lasciamo al tuo nuovo territorio. Buona fortuna».
Detto ciò, non ci fu bisogno di altre parole. Dietro l'alfa, tutto il gruppo iniziò ad infilarsi fra i pericoli del mondo spirituale, sfiorando i pericoli, aggirando gli ostacoli, seminando i problemi, alla massima velocità verso il loro punto di contatto col loro mondo materiale.

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